Se c’è una cosa che la storia recente del calcio, e dell’Inter in particolare, ha insegnato, è quella che nell’esprimere giudizi la cosa essenziale è riuscire a cristallizzare il tempo: troppe volte si sono letti voli pindarici dopo una partita giocata bene poi smentiti da altre prove negative, come altrettante volte, anche in tempi recenti, è bastata anche una semplice sconfitta per far presumere ogni genere di cataclisma salvo poi rimangiarsi tutto non appena la squadra dimostra di saper reagire a dovere. Essendo l’Inter formazione pazza per antonomasia, perciò, tanto vale evitare di basarsi su quanto visto lunedì sera all’Olimpico per lanciarsi in quanto mai improvvidi pronostici e profezie, e pensare invece a quanto visto durante la sfida contro la Lazio rimanendo all’interno dello specifico contesto.

La partita di Champions League contro il Barcellona è stata da qualcuno interpretata nella maniera errata. Perché è vero che forse l’Inter avrebbe potuto complessivamente interpretare meglio il match, eppure ad inizio partita i nerazzurri avevano provato a tirar fuori il capino creando anche un paio di occasioni importanti. Poi, però, il Barça è riuscito a trovare la quadra e a imporre la propria divina proprietà di palleggio, cosa oltretutto ancora più evidente e godibile dalla piccionaia della tribuna stampa del Camp Nou, forse un po’ vertiginosa ma dalla quale si usufruisce di un panorama eccezionale anche per capire e ammirare i movimenti della formazione di Ernesto Valverde, capace di mandare in tilt gli avversari anche con l’arma dell’aggressività nei rari momenti di non possesso.

Era comunque difficile, per non dire impossibile, pretendere che l’Inter potesse andare in Catalogna pensando di poter imporre un qualunque tipo di gioco. Semmai, si poteva sperare che quanto visto mercoledì potesse servire da lezione per capire quelli che sono ancora i limiti da superare per poter pensare di tornare entro breve tempo a grandissimi livelli sul piano internazionale. Lezione che, se vogliamo è stata appresa bene: nello spazio di pochi giorni, i nerazzurri hanno riordinato le idee e prodotto quella che, senza timore di smentita, è stata la migliore prestazione stagionale offerta sin qui. Incuranti dell’incertezza sulla disputa della gara e indolenti al cospetto della presunta voglia di rivincita della squadra biancoceleste dopo i ben noti fatti del 20 maggio. Qui non l’ha ripresa Matias Vecino, ma in compenso è stata tutta l’Inter a prendersi la scena.

Il risultato già di per sé parlerebbe chiaro, ma a far parlare più di ogni altra cosa è la dimostrazione di gioco offerta dalla squadra di Spalletti, capace, dopo pochi minuti di assestamento, di scorrazzare a proprio piacimento per tutto il campo, chiudendo alla fonte ogni possibilità di rifornimento per un Ciro Immobile che si fa notare più che altro per le frequenti proteste, e mostrando un gioco di grandissima fluidità e a tratti di bellezza rara, in barba a quegli stereotipi diventati ormai stucchevoli sui quali si tornerà. Tutti hanno fatto il loro dovere, da Mauro Icardi che ormai cosa lo diciamo a fare, a Marcelo Brozovic che continua nella sua fase di epicità altissima, passando per un Matteo Politano che se ci fosse una promozione ‘un gol ogni tot km di corsa’, come nelle stazioni di servizio, probabilmente sarebbe capocannoniere con ampio margine; e poi per Milan Skriniar, Matias Vecino, persino per Samir Handanovic che alla fine nega agli avversari anche la consolazione del gol della bandiera. Al malcapitato Simone Inzaghi non resta, oltre che riconoscere la superiorità dell’avversario, che prodursi in un giochino inutile a fine gara quando nasconde il pallone a Roberto Gagliardini intento ad eseguire una rimessa laterale, con la faccia di chi non ha nessuna colpa. Teatrino evitabile ed imbarazzante, va detto.

Tutto talmente molto bello da permettere di risplendere di luce propria anche a Joao Mario, rispolverato dalla naftalina a sorpresa e che, dopo le inevitabili domande ed espressioni stranite di fronte alla notizia della sua titolarità, ha saputo guadagnarsi anche lui gli applausi dei tifosi. Sia chiaro, lungi da noi parlare di giocatore ritrovato o di nuova epifania del portoghese dopo 57 minuti di gioco, anche perché nonostante tutto qualche imprecisione, soprattutto nel servizio ai compagni, c’è stata. Ma aver dato conferma di poter essere comunque un elemento su cui fare affidamento, ecco, questa è la cosa che interessa di più a tutti, a Luciano Spalletti in primis. Spalletti che poi, nel consueto giro mediatico del dopo-gara, non fa mistero di non gradire i troppi sbalzi termici nei commenti sulla sua squadra, che passa troppo velocemente dall’essere una squadra molto fisica e poco incline al bel gioco al proporre partite ad alto tasso di spettacolo.

Probabilmente, vista la serata, hanno fatto un po’ storcere il naso i toni usati dal tecnico di Certaldo. Ma è evidente che dietro quelle sue parole c’è una rivendicazione del suo lavoro dove quello che si vede non è frutto del caso ma di un percorso ben tracciato, da seguire costantemente per non incappare in situazioni di difficoltà come quelle del secondo tempo da lui rimproverate. Soprattutto, c’è una volontà di proseguire in questa strada senza farsi distrarre da quella che ormai sta diventando l’etichetta incubo delle squadre di vertice di Serie A: l’anti-Juve, questa sorta di mostro mitologico, di Godot da aspettare a tutti i costi e che finora nessuno è riuscito ad identificare, anche perché non è che abbia portato bene alle presunte contendenti visto che, mentre i bianconeri continuano a svolazzare leggeri al vertice della classifica, dietro è una bagarre continua tra un inciampo e l’altro.

Lo stesso Mauro Icardi ha rispedito al mittente l’incoronazione: piuttosto che cullare l’utopia di sentirsi arrivati al livello di chi ormai da tanti anni domina la scena nazionale, bisogna concentrarsi sulla crescita del gruppo, sui passi in avanti compiuti dopo che a inizio stagione qualche passo falso di troppo aveva fatto piombare nubi funeste intorno ad Appiano Gentile. Perché poi, alla fine, questa caccia a tutti i costi ad un’avversaria che abbia davvero tutte le carte in regola per contrastare i campioni d’Italia in carica rischia di diventare lettera morta. Viene in mente una delle scene più belle e insieme più struggenti della saga di ‘Amici Miei’, quando il conte Raffaello Mascetti – Ugo Tognazzi, davanti alla salma dell’amico fraterno Giorgio Perozzi – Philippe Noiret appena ripudiato dalla vedova che lo definì ‘niente’, si domanda con un’amarezza senza pari: “Ma poi, è proprio obbligatorio essere qualcuno?”.

Al di là del contesto decisamente diverso e che i cultori (tra i quali ci sono anche io) del capolavoro monicelliano mi perdonino per cotanto accostamento, oggi viene da chiedersi: ma è davvero obbligatorio essere l’anti-qualcuno? O è preferibile piuttosto essere ‘pro’ la crescita del gruppo, il miglioramento costante, l’applicarsi per evitare cali di forma pericolosi come quelli avvenuti nella metà della scorsa stagione, per poi infine lavorare per arrivare davvero ad essere entro breve tempo una rivale con tutti i crismi? Domande che potrebbero avere una facile risposta. Potrebbero.

Sezione: Editoriale / Data: Mer 31 Ottobre 2018 alle 00:00 / articolo letto 7941 volte
Autore: Christian Liotta / Twitter: @ChriLiotta396A