Da novembre 2013 non è più presidente dell’Inter, e di recente ha anche lasciato l’incarico di presidente onorario; però continua a seguire sempre molto da vicino le vicende del club nerazzurro e continua sempre a dire la sua. Massimo Moratti lo fa anche al quotidiano francese L’Equipe, ai microfoni dell'inviata Mélisande Gomez, alla quale rivela le proprie sensazioni in merito al momento del club del suo cuore e del calcio italiano e al tempo stesso spiega i motivi della sua scelta. Ecco l’intervista completa:
Perché ha scelto di investire nel calcio?
“Mi sono impegnato per passione, è questa l’unica ragione per la quale si deve investire nel calcio. Se lo si fa solo per fare soldi, allora è meglio evitare. Per contrappasso, chi vuole perderci può anche entrare”.
E perché ha deciso di lasciare?
“Era la cosa da fare dopo tutti questi anni. Pensavo di restare per molto meno tempo, ma, dopo dieci anni, ho cominciato a vincere, e allora era diventato più duro lasciare. Mi sono lasciato tentare da qualche anno in più. Ma per un’impresa è un bene, a un certo punto, cambiare uomini e visione delle cose. Allora abbiamo cercato degli investitori”.
Era stanco di mettere soldi ogni anno?
“Un po’ sì, evidentemente. Ma mi ero abituato. Speravo sempre che i debiti diminuissero ma non succedeva mai”.
Ma prende ancora decisioni?
“No. Sono tutti sempre molto gentili a chiedermi idee e consigli ma non decido più niente. Dopo, ci sono delle clausole che mi permettono di mettere il veto su certe questioni, come ad esempio le sponsorizzazioni di agenzie di scommesse, che non ho mai voluto. Di colpo, hanno fretta che me ne vada per poterlo fare”, dice ridendo.
L’Inter del Triplete sembra lontana. E’ la fine di un modello economico?
“Era una situazione molto differente. Una sola persona che simboleggia le speranze, le gioie, la vita di un club. Non eravamo l’unico club a funzionare così. Il calcio italiano ha vissuto grandi momenti di successo grazie a questo modello economico. Nel calcio, servono artisti, spettacolo, sogni, piacere. Quindi bisogna comunque spendere molto perché la base è fatta dai grandi campioni”.
Secondo lei Inter e Milan sono comparabili?
“Sì, anche se il Milan i suoi investimenti li fa attraverso una società. Ma era anche una persona che prendeva i soldi di questa società e li investiva nel club. La crisi ha peggiorato le cose, perché non si poteva essere più generosi e spendere come prima. E per un club abituato a spendere questo è un cambiamento radicale”.
Tornando indietro, pensa di non aver saputo diversificare abbastanza le entrate?
“Non si deve credere che ci faceva piacere spendere così tanto. Ma c’è anche da considerare la realtà italiana; il merchandising, ad esempio, funziona a meraviglia in Inghilterra. In Italia ci sono sempre delle difficoltà per arrivare a quel livello, dove tutti vanno allo stadio con la maglietta della propria squadra addosso. Da un Paese all’altro, le abitudini del cliente cambiano. In Italia il merchandising ha difficoltà a svilupparsi”.
Ha il rimpianto di non aver insistito abbastanza sulla formazione dei giocatori?
“All’Inter abbiamo investito sulla formazione! Balotelli è un buon esempio. Ma il problema è soprattutto far giocare i giovani in prima squadra. O è un vero campione e gioca, oppure preferisci metterti al sicuro con un calciatore affermato e il giovane non gioca mai. Lo presti, va in giro, non torna più. Ci vuole disciplina per formare questi giocatori”.
Poi c’è il problema degli stadi.
“Legato alle decisioni del Paese. Si sono fatti stadi per Italia ’90 e sembravano nuovi. In Inghilterra invece hanno fatto stadi meno grandi ma più accoglienti. San Siro è uno stadio magnifico, ma non ha ancora il suo rendimento ottimale. Ed è molto grande. In uno stadio più piccolo, la gente ha paura di non trovare posto quindi si abbona per essere certa di poterlo frequentare”.
Ha fiducia nel futuro del calcio milanese?
“Ci vorrà tempo. Oggi, il calcio italiano va abbastanza male. Non sono disperato, ma per rivedere Milano tornare ad essere una piazza di vertice del calcio europeo, a mio avviso, ci vorranno anni, Oggi, c’è un distacco enorme da club come Manchester United, Bayern Monaco e Real Madrid”.
Christian Liotta / Twitter: @ChriLiotta396A
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