Calendario, rosa, crescita potenziale e fattore ambientale: la Gazzetta dello Sport analizza in quattro punti la volata scudetto che vede protagoniste Juventus, Lazio e Inter.
IL CALENDARIO - La Juventus ha inaugurato lo Stadium l’11 settembre 2011 con una quaterna al Parma. Da allora, cioè in otto anni e mezzo, la Signora in campionato ha perso solo cinque volte nel suo salotto, contro Inter, Samp, Udinese, Lazio e Napoli. Basta questo dato per intuire che, nello sprint scudetto, il fattore campo gioca a favore di Sarri che a Torino ospiterà le due avversarie dirette (Inter, Lazio), ma anche le due prime candidate alla zona Champions (Atalanta, Roma). Servisse una vittoria all’ultima giornata, Inzaghi dovrebbe strapparla al San Paolo, contro il Napoli ringhiante di Gattuso che, a naso, si butterà sul filo di lana per rifinire la sua rimonta e difficilmente avrà cuore generoso. Ma sta ancora peggio l’Inter che, oltre al trittico terribile in trasferta (Juve, Roma, Atalanta), dovrà far visita anche alle due più belle sorprese della stagione (Parma, Verona).
LA ROSA - Come ha sottolineato platealmente anche Jurgen Klopp, la ricchezza della rosa della Juve è spaventosa. Nel finale di stagione, quando il caldo e la fatica accumulata per strada peseranno, i cambi di qualità diventeranno ancora più decisivi. In questo la Juve è senza paragoni. Gli acquisti di gennaio hanno dato a Conte una maggior possibilità di turnover, per evitare i troppi secondi tempi affannati della prima parte della stagione. Non è arrivato però l’attaccante di ruolo in grado di far riposare Lukaku e anche a centrocampo manca qualcosa. Comunque Conte ha le forze per proseguire l’ottimo cammino intrapreso: 8 punti in più rispetto a una stagione fa. A Simone Inzaghi non è arrivato nulla dal mercato invernale. Sta a lui dimostrare che non ne aveva bisogno e che non aver rafforzato la rosa (specie in difesa), con un sogno mai così a portata di mano, non sia stato un errore.
MARGINI DI CRESCITA - A Riad, dopo la Supercoppa persa, Sarri se ne uscì con una di quelle sue frasi che l’ambiente Juve ha faticato a digerire: «Se la Lazio giocherà sempre così, ci sarà poco da fare». Può l’allenatore di CR7 e di una Juve che ha speso il mondo per arrivare alla Champions, annunciarsi così impotente davanti alla banda Lotito? L’Inter è attesa alla fioritura di primavera, quando finalmente Christian Eriksen non sarà più un rincalzo da un quarto d’ora a match, ma diventerà la luce stabile di un centrocampo che oggi ha troppe ombre; quando non darà più il cambio a Brozovic, ma i due si alleeranno per aumentare la creatività di una mediana, uscita con l’autostima a pezzi, dopo essersi specchiata in quella della Lazio. Per la crescita dell’Inter è fondamentale anche il recupero del miglior Sensi, protagonista di un ottimo avvio di stagione. La nuova luce a centrocampo porterà a brillare la LuLa che, per gran parte della stagione, ha nascosto le lacune della squadra. A suon di gol.
LA CARICA DELL'AMBIENTE - Chiamatela “magia Leicester” o quel che volete. Ci sono stagioni che nascono senza esagerate ambizioni e poi, per una combinazione chimica misteriosa, si trasfigurano in avventure gloriose. Potrebbe essere il caso della Lazio, che sta surfando sull’euforia collettiva dell’ambiente e su un’empatia unica tra le varie componenti (società, squadra, tifosi) che in genere porta lontano. Anche l’Inter però, quanto ad affetto di popolo, non è messa male. Conte ha rigenerato fede e pensiero positivo. San Siro è sempre pieno e stretto attorno alla squadra. C’è da credere che lo sarà fino alla fine e che, se servirà la spinta decisiva per tuffarsi con il petto sul traguardo, non mancherà. Soprattutto se Eriksen porterà quell’allegria di gioco che spesso i tifosi nerazzurri hanno atteso invano. In questa particolare graduatoria, la Juve sta in fondo. Al momento. Domenica scorsa Dybala ha dovuto zittire i fischi, nonostante la vittoria sul Brescia. I tifosi si aspettavano di più, in termini di qualità di gioco, promessa in estate, ma anche di risultati: Supercoppa persa e sconfitte non banali a Napoli e Verona. L’empatia ambientale è al minimo sindacale: s’intuiscono scollature in società tra chi ha voluto Sarri e i nostalgici del vecchio corso, tra giocatori scettici e giocatori più disposti al nuovo.
Autore: Alessandro Cavasinni / Twitter: @Alex_Cavasinni
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