Javier Zanetti ha presentato ieri all'IIS Lagrange di Milano il suo ultimo libro, "Un legame mondiale", davanti a una platea di studenti e insegnanti dell'istituto che hanno ascoltato con attenzione le sue parole. Tantissimi i temi toccati.
L'idea del libro.
“Si parte con un sogno da bambino, giocavo in un quartiere molto umile in Argentina dove sognavo di poter diventare un calciatore professionista. Il tempo mi ha regalato la possibilità di realizzare questi sogni. Questo legame con l'Italia da bambino non lo conoscevo, ma crescendo sono arrivato qui e oggi l'Italia è il mio Paese. La famiglia Moratti ha creduto in me quando ero sconosciuto. Arrivai con Rambert, che era capocannoniere del campionato argentino. Arrivare in Italia fu una grandissima opportunità, mi sono innamorato dell'Inter e del Paese. Ho tre figli italiani e sono orgoglioso di questo”.
Il "no" dell'Independiente.
“L'Independiente in Argentina è la squadra del mio cuore. Ero molto piccolo e i miei compagni di squadra erano più grandi. In quel momento si cercava più la fisicità, che altro. Anche se ero bravo coi piedi, il club cercava altro. Tornai a casa piangendo, molto triste. Sono stato un anno fermo perché non potevo andare in un'altra squadra, il mercato era terminato. Però è stato un momento importante, perché ho fatto il muratore con mio padre e ho capito i sacrifici che facevano i miei genitori e questo mi ha aiutato tantissimo. In una delle poche pause di lavoro, papà mi chiese cosa volevo fare da grande e sapendo che volevo fare il calciatore mi disse se volevo riprovare. Sono andato in un'altra squadra, dove ho anche conosciuto Paula che è poi diventata mia moglie. Lì è cominciato un altro percorso. Nella vita bisogna sempre insistere e credere in quel che si sente. Se si ha la passione per qualcosa si deve provare. Con grande cultura del lavoro e dei valori importanti si può arrivare a realizzare i propri sogni”.
Il primo idolo e i tanti campioni incontrati.
“Ho avuto la fortuna di giocare con grandissimi campioni. Il mio idolo d'infanzia era Ricardo Bochini. Lui ha giocato solo nell'Independiente e io ho fatto più o meno lo stesso percorso all'Inter. Ho giocato con Ronaldo che era straordinario per potenza, dribbling, personalità. Con Messi, di cui ricordo i primi passi in nazionale e si vedeva già che era speciale. Con Baggio che è anche una grandissima persona e mi ha insegnato tanto, anche lui ha dovuto superare grandi difficoltà. Maradona è il mito con cui siamo cresciuti tutti noi argentini. Quel che ha fatto in campo rappresenta il calcio. Ho anche affrontato campioni, come Zidane, Ronaldinho, Maldini, per me una persona molto importante anche umanamente perché ci siamo affrontati in tantissimi derby e il lato umano resta la cosa più importante. Aver condiviso questi momenti con loro è stato molto importante”.
L'allenatore da cui ha imparato di più.
“Da tutti gli allenatori si impara qualcosa. Se devo dirne uno dico Bielsa perché ha tratto da me il 100% che potevo dare. Una persona che mi ha insegnato tantissimo in nazionale. Quando sei giovane è una fortuna averlo perché ti insegna tantissimo”.
Il ruolo di capitano.
“Il capitano di una squadra deve essere un esempio. Deve parlare poco e fare tanti fatti. Deve parlare quando è importante intervenire e deve dimostrare la linea da seguire. Devi essere sempre una risorsa per i compagni in ogni momento, quando va bene e quando va male”.
La nascita della Fondazione Pupi.
“La Fondazione Pupi è nata vedendo tanta difficoltà in Argentina e la rivedo ogni volta che torno. Abitavo in un quartiere piccolo con una grande favela e tanti giovani in difficoltà. Volevo fare qualcosa e permettere ai bambini di sognare come ho fatto io da bambino. Non solo in Argentina ma nel mondo i giovani sono il futuro di ogni Paese. Attraverso tanti progetti di alimentazione, sport, cultura del lavoro, abbiamo creato la Fondazione per far capire che possiamo accompagnare i giovani verso il futuro. Abbiamo anche un sistema di adozione a distanza, un aiuto molto importante perché con poco puoi coprire tante necessità che hanno questi bambini”.
Il rapporto con Simeone.
“Con Simeone il rapporto è continuato nel tempo, siamo amici. È un grande sportivo e lo sta dimostrando nel club che ama. Sta facendo una grandissima carriera e ha meritato tutto”.
La partita che ricorda con più emozione.
“Ho tanti ricordi, tante vittorie e trofei alzati insieme ai compagni. La mia ultima partita è l'emozione più grande. Un San Siro strapieno per salutarmi, durante e dopo la partita mi è passato per la mente e per il cuore tutto quello che ho dato all'Inter e che l'Inter mi ha dato. Rimarrà sempre un legame molto grande”.
La vicinanza tra Argentina e Italia.
“Noto soprattutto la passione che abbiamo per il calcio e l'affrontare la difficoltà e la personalità con grande tenacia e personalità. Questo unisce italiani ed argentini, ci assomigliamo tanto”.
Il comportamento dei tifosi.
“La cosa più bella che mi è capitata in carriera e che noto anche adesso è l'essere rispettato da tutti i tifosi, non solo interisti. Vedo riconoscenza per come mi sono comportato dentro e fuori dal campo”.
Ha mai pensato di mollare dopo quell'anno di stop da giovanissimo?
“Di mollare non ci ho mai pensato, al di là delle difficoltà che vivevo in qualsiasi momento. Di natura sono molto positivo e cerco di ripartire. La difficoltà fa parte del percorso e bisogna lavorare per superarle”.
Il calcio di oggi e la permanenza di certi valori.
“Mi auguro che certi valori siano ancora vivi nel calcio. Non ho mai messo i soldi davanti, ho sempre cercato di interpretare il ruolo da calciatore dando tutto. Questo mi veniva riconosciuto ma non ho mai pensato ai soldi e non ci penso mai. C'è stata la possibilità di andare altrove e sono rimasto qui per l'amore che avevo per l'Inter. Ero quasi del Real Madrid, mancava solo la firma ma poi uno mette sulla bilancia cose che sono molto più importanti”.
Quale messaggio vuole portare?
“Il messaggio è che non bisogna smettere mai di sognare. Ognuno deve insistere e deve credere nelle sue potenzialità”.
L'esordio con l'Inter.
“La mia prima partita con l'Inter con 80mila persone era un sogno. Iniziare questo percorso in un Paese diverso e dimostrare che potevo essere pronto a giocare contro grandissimi campioni, non lo dimenticherò mai”.
I rimpianti in carriera.
“Credo che quando uno dà tutto non rimangono rimpianti. Io ho dato tutto per l'Inter e il calcio”.
Cosa ne pensa del Var.
“Il Var aiuta, ma bisogna vedere come viene utilizzato e interpretato ma è uno strumento che può aiutare gli arbitri a migliorare”.
Il momento del grave infortunio del 2013.
“Dopo l'infortunio grave che ho avuto non volevo smettere così. Volevo superare questa grande sfida, tornare a giocare almeno una partita davanti ai tifosi. Poi ne ho fatta più di una, ma volevo continuare”.
Come cambia il lavoro da calciatore a dirigente.
“Da calciatore a dirigente il rapporto è cambiato tantissimo. La visione è completamente diversa, mi sono preparato e sto continuando a studiare in Bocconi da tanti anni. Essere vice-presidente di un club vuol dire essere all'altezza. Volevo avere una visione a 360° per essere una risorsa per il club. Sono molto felice perché credo di essere utile anche fuori dal campo”.
Rappresentare l'Argentina.
“Rappresento un Paese con una grande storia calcistica, non è semplice mantenere la continuità per tanti anni e questo viene riconosciuto. Non c'è cosa più bella di indossare la maglia del mio Paese per tanti anni”.
Il segno scaramantico prima di entrare in campo.
“Prima di entrare in campo mi facevo il segno della croce. La fede mi accompagnava sempre e mi accompagna tuttora”.
Cosa ne pensa di Accademia Inter?
“Accademia Inter è una realtà nella quale mio figlio sta facendo i primi passi. La ritengo molto formativa, con grandi valori e sono felice che mio figlio stia facendo questo percorso. Come Inter abbiamo tante academy nel mondo importanti per far crescere i giovani”.
La squadra più forte mai affrontata.
“Il Barcellona che abbiamo battuto in semifinale di Champions nel 2010 è stata la squadra più forte mai affrontata. Aveva un grandissimo allenatore, tanti campioni, era difficile da battere”.
L'acquisto di Lautaro Martinez.
“Sentii una sua intervista dopo aver fatto una tripletta e lui diceva che anche con i tre gol fatti non era contento della sua prestazione. Capii che poteva essere un giocatore giusto per l'Inter. Quando prendi un giovane devi pensare a cosa ti può dare nel tempo”.
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