La storia circolare di Cristian Chivu come allenatore professionista si è chiusa con il lieto fine domenica scorsa, a San Siro, all'atto dello scudetto vinto al primo colpo alla guida dell’Inter, poco meno di un anno dopo la salvezza tutt’altro che banale ottenuta da traghettatore del Parma in tredici panchine. Due record di precocità dietro ai quali c’è un curriculum lungo e prestigioso nel mondo del calcio per il romeno, che è diventato uomo copertina della stagione nerazzurra anche grazie alle persone che hanno lavorato al suo fianco, restando dietro le quinte. Il suo staff, in una sola parola. Quello annunciato ufficialmente lo scorso 14 giugno, nella insolita cornice losangelina, sede del ritiro della squadra per il Mondiale per Club. Lì andò in scena la presentazione ai media di Chivu come erede di Simone Inzaghi, una conferenza stampa conclusa proprio con lo svelamento del gruppo di lavoro che lo avrebbe accompagno 24/7 nei successivi mesi. "Il mio vice sarà Kolarov, che tutti voi conoscete. Mario Cecchi rimane come collaboratore tecnico, insieme ad Angelo Palombo. Rapetti e Franchini saranno i preparatori atletici, mentre a Spinelli si aggiunge Paolo Orlandoni come preparatore dei portieri. È uno staff competitivo, di persone esperte e di grande qualità. Sono sicuro faremo belle cose assieme”, disse Chivu rispondendo all’ultimissima domanda formulata dai giornalisti presenti all’appuntamento durato circa 40 minuti. Una chiosa trascurata dai più che 323 giorni dopo si è trasformata nella chiosa più giusta al termine di un campionato vinto con tre giornate d’anticipo. Senza false ipocrisie, Cristian Chivu, infatti, ha deciso di lasciare la parola a chi lo ha aiutato a portare l’Inter sul trono d’Italia nell’incontro con i media dopo la magica notte del 3 maggio: "Stasera è giusto che il mio staff parli a nome mio, vi ringrazio che capite il momento. Vorrei che faceste loro un grande applauso, grazie perché se lo meritano”, ha detto Chivu avvicinandosi al microfono ma senza accomodarsi nella sala stampa del Meazza.
In sua vece, come successo in altre occasioni, ha parlato soprattutto Aleksandar Kolarov, secondo allenatore, che ha scolpito nella pietra il motivo principale per il quale Lautaro e compagni hanno saputo rialzarsi dopo la depressione sportiva provata nell’epilogo della stagione precedente: "Mi permetto di chiudere la parentesi rispetto alle sconfitte dell'anno scorso: capita nel calcio, l'Inter ha lottato per vincere tutto. Da come la presentano i giornalisti sembra un disastro totale, mentre le altre guardavano l'Inter dal divano. Per giocare nell'Inter ci vuole la qualità, ma la differenza la fanno gli uomini", ha detto il serbo. Secondo cui non c’è stata una partita o un periodo della svolta, piuttosto il premio finale è arrivato in virtù di un percorso coerente nel quale tutto l’ambiente ha saputo digerire bene le sconfitte, sulla scorta di quanto accaduto negli anni precedenti. Tralasciando il viaggio europeo che si è concluso anzitempo dopo una campagna insufficiente in Champions League, in ambito nazionale, l’Inter ha perso cinque volte, praticamente mai giocando peggio dell’avversario, ad eccezione forse del secondo tempo di Napoli. Il risultato finale è stato raggiunto valutando la prestazione di volta in volta, che è mancata per continuità nel periodo di marzo quando, non a caso, sono arrivati due pareggi e un ko. Uno score fatti registrare comunque senza perdere l’identità tattica, che è rimasta praticamente fedele a quella inzaghiana, con alcuni accorgimenti. Come sottolineato a grandi linee dal tattico, Mario Cecchi, l’anello di congiunzione tra gli ultimi due allenatori: "Grandi differenze di gioco non ce ne sono sono. Abbiamo cercato di continuare un percorso aggiungendo qualcosa”, ha detto Cecchi. Riferendosi alla maggior aggressività della squadra senza palla, unita a una richiesta di calcio più verticale in fase di possesso che si è tradotto in una costruzione da dietro più sbrigativa al fine di trovare le punte velocemente. Parlando della palla ferma, invece, non può non essere menzionato un altro componente del team di Cristian Chivu, Angelo Palombo, che ha affinato un’arma che era già impropria nel passato: sono 27, finora, le reti arrivate da queste situazioni, 17 delle quali sugli sviluppi di calcio. "Abbiamo battitori e saltatori forti, non ci siamo inventati chissà che. Se hai il battitore forte, hai già fatto il 60%. Hanno fatto tutto loro”, il commento dell’ex centrocampista. Perché, poi, in campo ci vanno i giocatori. Giusto, sacrosanto, ma è altrettanto pacifico che debbano essere messi nelle giuste condizioni. Ecco, Chivu e i suoi collaboratori sono riusciti in questo compito che undici mesi fa non era proprio così scontato.
Autore: Mattia Zangari / Twitter: @mattia_zangari
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