Tutto il mondo è paese. La riprova l'abbiamo avuta nelle ore precedenti alla finale di Europa League tutta inglese che ha messo di fronte il Tottenham al Manchester United, ovvero la 17esima e 16esima forza della Premier League. Due squadre che hanno vissuto una stagione ben al di sotto delle loro ambizioni, ma che nella notte di Bilbao hanno avuto l’occasione più unica che rara di riscattare mesi di figuracce e delusioni centrando il double trofeo-pass Champions League in un solo colpo. Un’opportunità arrivata grazie a un percorso parallelo a quello nazionale in campo continentale che, per la sua particolarità, offre due alternative agli antipodi: 'tutto o niente', per di più in una gara secca. E’ la natura delle competizioni a eliminazione diretta che generano in che le racconta un linguaggio spesso iperbolico, tendente a creare una dicotomia tra trionfatori e falliti. "In bilico tra eroe e pagliaccio", ha addirittura scritto un giornalista inglese a proposito di quello che sarebbe stato il destino al San Mames di Ange Postecoglou, manager degli Spurs. Che, rivolgendosi direttamente all’autore della frase durante la conferenza stampa pre-partita, ha risposto con una pacatezza e un’eleganza non così comuni in questo settore, soprattutto in certi momenti storici. "Ti dico una cosa: indipendentemente da domani (ieri, ndr), non sono un pagliaccio, non lo sarò mai. È davvero deludente il fatto che tu abbia utilizzato una terminologia del genere su una persona che per 26 anni, senza alcun favore da nessuno, si è fatta strada fino a raggiungere una posizione in cui guida un club in una delle principali competizioni europee, e che tu insinui che in qualche modo il fatto che non abbiamo avuto successo significhi che io sia un pagliaccio".
Dichiarazioni da scolpire nella pietra e da riproporre prima e dopo ogni gara decisiva, sempre che si voglia elevare il discorso culturale nel mondo del calcio. E’ un fatto di educazione e rispetto, oltre che di sportività. C’è chi vince e c’è chi perde dall’anno zero di questo Gioco, ma dividere il mondo tra buoni e cattivi non serve a nulla, se non a intrattenere un pubblico di superficialotti che si interessa semplicemente del risultato senza nemmeno guardare le partite. Come non aiuta alzare polveroni mediatici con silenzi stampa strategici per far passare il concetto che si stia perdendo uno scudetto per alcune decisioni arbitrali sbagliate. Non rilasciare dichiarazioni non è mai la risposta giusta; al contrario, argomentare offre chiavi di lettura utili anche a chi cerca di riportare la realtà così come è. Senza romanzarla per il semplice gusto di solleticare il prurito dei tifosi. Pensate a cosa leggerete tra domani e il 31 maggio e oltre rispetto alla situazione dell’Inter. Che, nel giro di dieci giorni, si gioca la bellezza di due trofei in due partite. Un epilogo che potrebbe essere contraddittorio e che ha già mandato in tilt alcuni analisti: cosa si direbbe di un Simone Inzaghi campione d’Europa, ma secondo per la terza volta in quattro stagioni, con l’aggravante di essere finito dietro al Napoli di Antonio Conte? E viceversa? Con uno scudetto insperato in tasca conquistato negli ultimi 90’, o addirittura tramite uno storico spareggio, ma una sconfitta in finale di Champions contro il PSG? Per questi osservatori approssimativi, che hanno bisogno di risposte veloci senza troppi approfondimenti, l’augurio è vedere l’Inter trionfare o fallire, senza mezze misure. "Mi chiedevo se sei consapevole di camminare su un filo sottile tra infamia e storia molto diverse tra loro”, la domanda rivolta dal giornalista a Postecoglou. Scommettiamo che la stessa arriverà prossimamente anche all'orecchio di Inzaghi?
Autore: Mattia Zangari / Twitter: @mattia_zangari
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