Paolo Condò dedica ovviamente il suo editoriale del lunedì sul Corriere della Sera al trionfo nerazzurro. "Delle sei stagioni degli anni 20 l’Inter ha vinto tre scudetti ed è arrivata a due finali di Champions. L’ha fatto con tre allenatori diversi alla guida di un gruppo stabile, costruito, mantenuto e rinfrescato nel tempo dal lavoro certosino di una tecnostruttura. È chiaro che come i cinesi di Suning ieri, oggi sia il fondo Oaktree ad avere l’ultima parola. Da lì in poi, però, è la tecnostruttura composta essenzialmente da Beppe Marotta e Piero Ausilio, coadiuvati sempre più da vicino da Dario Baccin, a catalizzare i molti meriti e le poche critiche di questo periodo storico del quale l’Inter è la sicura regina. In questo senso restiamo dell’idea che le due finali di Champions, specie la seconda per l’altezza degli ostacoli superati, siano risultati persino superiori ai tre scudetti. Ma è un concetto puramente tecnico, spogliato dell’entusiasmo e dell’orgoglio e della voglia di farlo pesare al mondo che riempie le vittorie".

"Chivu ha saputo gestire gli ego feriti dal k.o. di Monaco e dal ticchettio di un orologio che ha alzato ancora un’età media già elevata. L’ha fatto a tal punto bene da riguadagnare alla causa, in un certo senso addirittura a ringiovanire, uno dei gangli vitali del meccanismo come Hakan Calhanoglu, che doveva andar via già due anni fa e a quanto pare finirà per restare anche il prossimo, l’ultimo del contratto, e quando un club come l’Inter accetta di buon grado che un suo asso vada a scadenza vuol dire che la chimica di squadra porta più benefici del cash. Marotta e Ausilio hanno confezionato nel tempo capolavori come la valorizzazione di Onana, la sostituzione economicamente vantaggiosa e tecnicamente paritaria di Hakimi con Dumfries, la cessione di Lukaku con l’elastico ai limiti della circonvenzione d’incapace (il Chelsea, che ha poi dato ulteriori prove), Thuram a zero, e quest’anno il passaggio migliorativo da Pavard ad Akanji".

"Il resto è stato spinta verso il futuro, prorompente in Pio Esposito — secondo felice percorso dal vivaio dopo Dimarco —, misurata in Sucic e Bonny. Per riprendere il filo delle ambizioni europee, bruscamente interrotte col Bodo, e per sfruttare ancora il prime di un Lautaro gran capitano dentro e fuori dal campo, Chivu dovrà ricevere gli uomini con i quali cambiare l’Inter. Innovarla, ringiovanirla, evolverla. E poi dovrà decidere cosa fare con Bastoni, che ha rappresentato l’unico errore dell’anno, ed è stato un errore collettivo: del giocatore in campo, e dell’ambiente che ha dimostrato di non conoscere la legge dei social, lasciar sfogare la tempesta perché dopo tre giorni non se la ricorda più nessuno, mentre se insisti a difendere l’indifendibile il tema non se ne va più, e così l’Inter ha finito per perdere uno dei suoi elementi fondativi. Se per quest’anno o per sempre, si vedrà".

Sezione: News / Data: Lun 04 maggio 2026 alle 14:52
Autore: Antonio Di Chiara
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