Arrivato all'Inter all'età di 17 anni nel 2004 con la patente di migliore promessa del calcio svedese, Martin Bengtsson vide la sua carriera del calcio spezzarsi sul nascere da un grave infortunio che acuì la depressione portandolo a tentare il suicidio. "In molti mi erano vicini, dentro e fuori la famiglia, ma ero io a vergognarmi di ammettere come mi sentivo - racconta a La Repubbica -. Avevo paura che, ammettendo di sentirmi un fallito, il fallimento sarebbe diventato realtà. Non è facile descrivere la depressione. Ma la vergogna è un aspetto centrale. Non è facile a diciotto anni ammettere di avere speso energia per un obiettivo, e una volta raggiunto sentirsi in prigione. Sono riuscito a rialzarmi con anni di terapia. E scegliendo una strada radicalmente diversa. Scrivere delle mie esperienze è stato terapeutico. Ho rielaborato ciò che avevo vissuto attraverso l'arte. Sono tornato in Svezia, poi ho scelto Berlino dove ho incontrato altri che come me scappavano e volevano trasformarsi. Ho vissuto lì per quasi cinque anni, anche con un nome diverso, alla ricerca di chi fosse davvero Martin Bengtsson oltre il calcio. Ho anche imparato a vedere il buono che il calcio mi aveva lasciato: disciplina e resistenza".

Tornando al campo, Bengtsson ricorda con piacere i momenti in cui fu selezionato dai nerazzurri: "Avevo diciassette anni, fui chiamato a Milano per una prova di due settimane. Fui accolto bene, mi piaceva come si giocava: palla a terra, rapidità, tattica, disciplina. Con la Primavera incontrammo la prima squadra di Emre, Cambiasso, Materazzi. Rimasi stupito di come riuscivo a tenere il loro passo. Quando mi comunicarono che mi avrebbero preso, fui pervaso da una gioia totale. L'Inter divenne la mia squadra, realizzai che i miei sogni d'infanzia erano dipinti con i colori sbagliati. Tornato in Svezia, scesi nel seminterrato di casa e grattai via dai muri tutti gli adesivi del Milan. Salutare la famiglia fu difficile ma i miei genitori mi appoggiarono, capirono che stavo realizzando l'obiettivo per cui avevo lottato tutta una vita". 

A qualche anno di distanza, lo svedese è tornato un paio di volte nel capoluogo lombardo, luogo delle sue angosce: "L'ultima nell'autunno scorso per le riprese del film. È stata un'esperienza curativa. Massimo Moratti mi ha invitato a pranzo. Il suo riconoscimento di ciò che è accaduto e il suo sostegno al film, nonché il suo impegno per superare i problemi di salute mentale nel calcio, sono commoventi. È gentile e intelligente. E l'Inter ha dimostrato grande disponibilità. La troupe ha potuto visitare la foresteria in cui vivevamo, di modo che il regista Sandahl potesse dipingere un quadro accurato. L'Inter dovrebbe essere un modello per tutto il mondo del calcio".

VIDEO - ACCADDE OGGI - 20/10/2004: CINQUINA INTER A VALENCIA, ADRIANO STELLARE

Sezione: News / Data: Mar 20 ottobre 2020 alle 10:42
Autore: Mattia Zangari / Twitter: @mattia_zangari
Vedi letture
Print