Massimo Moratti ha parlato anche a Repubblica, e non solo di calcio. Anzi, di calcio proprio poco poco. Da New York, il presidente dell'Inter ha toccato argomenti relativi alla politica italiana ed ecco qualche spunto interessante anche per i tifosi nerazzurri.
Cominciamo dall’Ilva, non ha paura che si possa ripetere lo stesso dramma per le vostre raffinerie di Sarroch in Sardegna, le più grandi d’Europa, accusate di devastare l’ambiente?
«No, i casi sono molto differenti. Non voglio entrare nelle questioni di un altro gruppo industriale e ci sono già abbastanza giudici aggiunti in giro. Noi rispettiamo le regole. Ed è un’ovvietà dire che bisogna punire chi le viola. Però sono colpito dalla sproporzione fra le dimensioni di questa tragedia che è l’Ilva, con tratti davvero biblici, e la pochezza provinciale del dibattito finora generato. Siamo davanti a una questione industriale che riguarda non solo Taranto o l’Italia, ma l’Occidente e il mondo intero. È l’occasione per spostare finalmente il dibattito industriale dal tema novecentesco del costo del lavoro a quello attuale del costo dell’ambiente».
Esiste una visione generale della politica? L’ha trovata per esempio nelle primarie del Pd?
«Si è corso molto il rischio di trasformarle in una specie di Palio di Siena. Io non avrei saputo per chi votare. Vendola era il più chiaro nelle proposte, che magari uno può non condividere. Il tratto davvero nuovo non l’hanno offerto i candidati, ma la partecipazione popolare che ha un po’ allontanato l’ipotesi del Monti bis».
Pensa che alla fine non ci sarà più il Monti bis?
«Penso che vincerà il centrosinistra e a quel punto non potranno certo indicare Monti, dopo aver chiamato al voto milioni di elettori delle primarie. Mi auguro però che a Monti offrano il ministero dell’Economia, come fu con Ciampi quando vinse Prodi».
Qual è il suo giudizio sul governo Monti?
«Ha salvato il Paese dalla catastrofe, c’è poco da dire. Ma ha un limite. È percepito come un governo sopra e non con i cittadini. Perfino nel linguaggio sempre pedagogico: dovete fare questo, ve ne accorgerete... Certo, dopo tanti anni di Berlusconi era l’antidoto che ci voleva».
Lei che lo conosce bene, si è mai dato una spiegazione dell’amore degli italiani per Berlusconi?
«Agli italiani piacciono le scorciatoie. Oddio, con la burocrazia che abbiamo, si capisce pure. Berlusconi suggeriva una scorciatoia al giorno, su qualsiasi problema, e in aggiunta l’idea che eventuali violazioni delle regola sarebbero state perdonate. Questo trasmetteva un senso di libertà al ceto medio. A proposito, si ricandida o no?».
Me lo dica lei. Com’è il mercato del Milan?
«È tornato a caccia di nomi grossi. Quindi si ricandida. Un’altra cosa di Berlusconi è questa formidabile capacità di lottare sulla scena mediatica. In questo devo dire l’ultimo Formigoni ha quasi eguagliato il maestro».
Umberto Ambrosoli riuscirà a vincere le elezioni in Lombardia?
«Me lo auguro, per la persona e quel che rappresenta con la sua storia. Ma temo che si sottovaluti un po’ troppo la combinazione fra l’effetto Grillo e la candidatura di Maroni. La Lega conserva ancora zone forti. Certo, per Ambrosoli, se ce la farà, scrostare un apparato di potere ventennale sarà una grande impresa».
Nella famiglia Moratti, secondo le regole del patriarca, gli uomini badano agli affari e la politica semmai è riservata alle donne. Ma lei non ha rimpianti per tutte le volte che ha rifiutato di candidarsi?
«Dovrei dire di no, guardandomi in giro. Ma la verità è che un mandato da sindaco di Milano mi sarebbe piaciuto farlo. Ci ho pensato a lungo. Poi c’era anche la faccenda dell’Inter, non volevo che nessuno pensasse che avevo usato la squadra per fare politica. Visti oltretutto i precedenti. Così ho rinunciato, ma con dispiacere. Il resto no, ho l’impressione che in Parlamento uno diventi un numero. Un buon sindaco invece può davvero cambiare la vita di una città».
Il sindaco Pisapia, successore di sua cognata ed eletto con l’appoggio di sua moglie Milly, lo sta facendo? Sta cambiando Milano?
«Mi piacerebbe dire sì, perché lo stimo molto. Ma la realtà è che Milano è cambiata poco, almeno rispetto alle speranze. Quando hanno eletto Pisapia sembrava il 25 aprile in piazza. Forse quell’entusiasmo popolare meritava di essere coinvolto di più nella gestione della città».
Autore: Alessandro Cavasinni / Twitter: @Alex_Cavasinni
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