Claudio Ranieri si appresta ad affrontare insieme al Catania l'ennesimo voto di fiducia per la sua permanenza alla guida del governo del libero stato interista. Quello incassato dopo il tracollo -annunciatissimo- di Napoli ha ricordato a qualcuno una di quelle formule bizantine o, meglio, decadenti dell'ormai ampiamente rivalutata Prima Repubblica, "la non sfiducia". Massimo Moratti, che della cittadella nerazzurra e' maggioranza e opposizione, boia e impiccato, giudice e primo giudicato di fronte ad ogni contingenza, aveva dapprima tracciato un percorso piuttosto stretto per il proseguimento della guida tecnica del navigato allenatore romano "Continuare con lui? e' possibile", "non ho visto la reazione che mi aspettavo" ecc. Ma tant'e'.. Il nodo scorsoio e' la cravatta che lo stesso Ranieri, non dimettendosi, ha scelto di indossare resistendo a tutto e a tutti perfino al senso di soffocamento e continuera' per giorni o settimane il suo movimento inesorabile. Gia' perche' lo scomodo accessorio dopo una gragnuola di sconfitte che ricorderemo a lungo e' ormai applicato al suo collo in maniera stabile, inibendogli non solo la serenita' nelle scelte, ma a questo punto minandone in radice l'essenza della sua immagine di fronte all'ambiente e alla squadra. Che, infatti, al di la' delle assunzioni di circostanza atte a tentare di alzare un'apparente ed avvilente paratia di coesione, dimostra di non credere in lui da tempo.
Certo, non risultano episodi di smaccata insubordinazione modello Desideri-Suarez di qualche anno fa, nessun giocatore sembra venire meno alle forme deontologicamente minime di rispetto, salvo agire di conserva e senza alcun coinvolgimento o entusiasmo in attesa che la propria vicenda personale insieme a quella dei propri colleghi si trasformi in qualcos'altro e con qualcun altro. Soffia l'indifferenza di chi e' divenuto indifferente al contesto ed ai risultati, di chi si sente autorizzato a pensare che tutto cio' che e' accaduto e sta accadendo dipenda da fattori altri da se'. Non ultimi i meccanismi di scelta delle formazioni da mettere in campo, comprese di mutazioni -verrebbe da dire mutilazioni- durante il corso della partita. La cravatta di Ranieri e' oggi la coperta di Linus con la quale i protagonisti delle vicende nerazzurre possono coprirsi, mimetizzarsi, riscaldarsi dal gelo che li circonda ed hanno dentro di se'. Tutti. Compresi quelli ai quali vorremmo ancora piu' bene di quello che vogliamo loro (tantissimo) se per una volta, per amore del bene comune, proclamassero la propria volonta' di saltare una mano di quella interminabile partita col morto in cui si e' trasformata questa stagione.
Il Catania e' avversario difficile perche' solido tecnicamente e ben guidato da ordine ed entusiasmo. Una sorta di contrappasso per chi e' ammorbato da avversita' che originano da motivazioni inverse. Per il fragile governo balneare di Claudio Ranieri si prospetta -spero tanto di sbagliarmi- un dopo partita all'insegna ancora una volta della conta dei voti per allungare il brodo della propria sussistenza fino alla resa dei conti finale in Europa. Magari, nell'occasione, Massimo Moratti, ci spieghera' il motivo per continuare con questo allenatore, cosa che non ha fatto in settimana annunciandone sottovoce la conferma. Altrimenti al suo posto prenderannno la parola le parole spifferate da fonti fuori controllo che hanno gia' sibilato argomentazioni come l'assenza di alternative o il diniego di chi da dentro la societa' pur avendo l'opportunita' di provarci ha preferito all'assunzione di responsabilita' il tepore della coperta di Linus sotto cui paludare le proprie membra. Anzi, la faccia.
La partita di sabato sera a San Siro ha lasciato una scia di veleni che e' arrivata fino a ieri, quando ha preso corpo la notizia di un contatto telefonico con il quale l'attuale Agnelli reggente delle cose juventine, il vivace Andrea, ha tentato di abborrecciare una tregua -naturalmente col bazooka nella fondina- col mondo milanista, rappresentato dal dott. grand. uff. geom. Galliani prefisso 02, come il risultato reale ma al contrario del match incriminato, per chi chiama da fuori Milano.
Le truppe societarie e quelle ancor piu' agguerrite accampate nei luoghi di battaglia mediatici hanno temporaneamente fatto ritorno nelle relative caserme. Ci sono molti feriti da medicare, asprezze da mitigare, epiteti da tentare di dimenticare nell'interesse comune di perpetuare la spartizione del territorio del calcio italiano tra gente di rispetto -questa frase non me l'ha suggerita Antonio Conte, giuro-. C'e' da gestire la transizione del dopo Beretta, se ce ne sara' una, con qualcuno, conta poco chi, organico ai loro esclusivi interessi. C'e' da saldare i buchi nelle condutture che portano in superficie l'immagine del calcio italiano dalle quali per giorni interi sono uscite vampate di inebriante verita'. Urge il ritorno immediato all'ipocrisia. Re e regina autoproclamati non possono farsi pubblicamente la guerra, ma in emergenza, come nel caso sanguinoso di specie, solo arroccarsi. Piu' difficile, di qui alla fine del campionato, risultera' tenere a bada le contrapposte tifoserie, arroventate dal calor bianco dallo spontaneo e giustificato sospetto di dover fare le spese della contingente supremazia politica dell'una societa' sull'altra. I siti continuano cosi' a friggere volgari animosita'. La tensione e' destinata a riespoldere, amplificata, domenica dopo domenica. Altro che no Tav. Dove sono finiti gli amiconi di sempre, attovagliati nelle loro mense imbandite di anti interismo?
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