La spiegazione netta di dove sta andando il calcio l'ha data Samir Handanovic parlando con Francesco Guidolin, nel post-partita di Milan-Inter 0-3. Il portiere sloveno, decisivo con tre interventi nel derby di Milano stravinto da Lukaku e compagni, è diventato da diversi anni a questa parte la prima pietra su cui si erige la costruzione dal basso della squadra nerazzurra. Tanto che, con la solita seriosità, ha respinto come un pallone calciato verso la porta la provocazione del suo ex allenatore all'Udinese che lo ha definito uno con i 'ferri da stiro' al posto dei piedi: "No, ti sbagli mister. Sei tu che non giocavi da dietro, i tempi sono cambiati. Conosco il tuo gioco".
Con quel solco lungo il viso, come una specie di sorriso, Handa ha dato una lezione di storia del calcio al commentatore tecnico di Dazn ristabilendo la centralità in epoca moderna degli estremi difensori, ora chiamati a essere i primi registi dell'azione. E' il passaggio evolutivo imposto da un modello portato ai suoi massimi di livelli da Pep Guardiola prima col capostipite Victor Valdes, poi grazie al migliore della sua generazione Neuer e, infine, attraverso la poliedricità del play con i guanti Ederson. Senza dimenticare che l'attecchimento di questa nuova idea, che affonda le sue radici nella 'salida lavolpiana', è stata incentivata dall'introduzione della nuova regola sulle rimesse dal fondo, un'opportunità per chi sa come attirare il pressing avversario per poi aprirsi il campo. Il maestro rimane l'attuale tecnico del Manchester City, uno che ha fatto progredire il gioco anche perché ha sempre potuto contare sui top nei rispettivi ruoli. I suoi discepoli in panchina sono sbucati come funghi in questi anni, con tentativi di emulazione a volte eccellenti, altre scadenti. Il fatto che circolino sui campi di tutto il mondo brutte copie del prototipo brevettato dal catalano non tolgono nulla alla validità di questo schema che a una prima impressione superficiale potrebbe sembrare contronatura rispetto all'obiettivo di segnare un gol. La long-ball, per decenni, è stato il metodo più diretto e semplice per arrivare in porta, il che fa sembrare l'ultima tendenza che va di moda un inutile rischio che non porta benefici. Nulla di più sbagliato, anche perché quando si affida una preghiera al cielo lanciando il pallone lontano questo non è più di tua proprietà. Magari ci si trova geograficamente più vicino all'obiettivo o si è allontanato il pericolo spazzando l'area di rigore, ma è l'azione successiva a darti torto. La riconquista del possesso da parte dell'avversario ti obbliga a difenderti, ribaltando il 'vantaggio' che avevi quando il pallino era tra i tuoi piedi. Un concetto che non risponde a una regola universale (partite vinte da squadre con un tiro in porta e il 25% di possesso palla ce ne saranno da qui alla fine del calcio) ma alla legge dei grandi numeri. Tanto che ormai, anche allenatori dagli stili più diversi, obbligano le loro squadre ad appoggiarsi sui portieri anziché buttar via la palla. Un rischio calcolato, anche perché non più frutto dell'improvvisazione, da sfoderare in ogni partita, comprese quelle ad alto coefficiente di difficoltà. E' una scommessa che vale la pena di essere giocata perché l'azzardo iniziale porta spesso e volentieri alla maggior possibilità di incassare la vincita davanti alla porta.
Il calcio è cambiato, come ha fatto notare il portiere dell'Inter, uno che mai avrebbe immaginato una metamorfosi cosi netta del ruolo quando in tv guardava i suoi idoli raccogliere con le mani un retropassaggio di 50 metri per poi sparare il pallone verso il proprio centravanti. Tutto cambiò dopo il '92, l'investimento sicuro della palla indietro scomparve per far posto al futuro. Un futuro che nel 2021 Antonio Conte ha fotografato con un post su Instagram in cui ha messo allo specchio due azioni paradigma della 'costruzione dal basso' appartenenti alla sua gestione. La prima, datata 2 ottobre 2019, andò in scena al Camp Nou, nel tempio del tiki taka: 20 secondi per arrivare alla conclusione con 8 passaggi, a partire da quello del capitano, glaciale nel trovare De Vrij con un pallonetto su un certo Messi con il quale eludere la pressione forte di Griezmann. La seconda è di domenica scorsa e ricalca quasi fedelmente quello di un anno e mezzo prima: aziona il flipper il solito numero uno, stavolta con la palla comodamente sistemata nell'area piccola per il rinvio dal fondo. Il destinatario del primo passaggio è sempre il 6 olandese, in mezzo cambiano diversi interpreti, ma l'esca che attira la pressione a vuoto di 8 giocatori milanisti richiama fortemente quella di Barcellona. Cambia 'solo' l'epilogo: contro i cugini è arrivato il gol, ma è un dettaglio quando si eseguono perfettamente questi principi di gioco. L'importante è arrivare a quel tipo di conclusione dentro l'area avversaria partendo dalla propria, con un palleggio mai fine a se stesso ma sempre finalizzato a guadagnare metri approfittando del brutto posizionamento dell'avversario. E' l'applicazione sul campo dell'intuizione originale di un genio, replicabile solo attraverso il lavoro che richiede tanto tempo.
La costruzione dal basso, nel caso dell'Inter, può diventare naturalmente la costruzione da lontano, negli anni e non nei metri. Nel senso che se la Beneamata è entrata in questo modo di pensare calcio lo deve a Luciano Spalletti, il predecessore di Conte a cui Handanovic, da capitano che ristabilisce un senso di giustizia, ha reso merito: "Secondo me l'Inter ha iniziato a cambiare con l'arrivo di Luciano Spalletti, poi con quello di Antonio Conte. Si lavora, si aggiungono i pezzi; solo lavorando si aggiungono certe cose. Servono gli anni, le partite sbagliate, i giorni felici: tutto fa brodo", ha detto a Dazn. Sottintendendo che anche la sua crescita come giocatore è stata repentina nell'ultimo quadriennio, tanto è vero che – tolte le incertezze tra i pali – lo sloveno è diventato un ottimo portiere-libero, diverso rispetto a quello incatenato alla riga di porta dal pensiero in voga solo qualche anno fa.
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Autore: Mattia Zangari / Twitter: @mattia_zangari
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