Parla Antonio Conte. L'ex manager del Chelsea, intervistato da Walter Veltroni per la Gazzetta dello Sport, non dribbla le domande sul suo futuro e, anzi, fornisce indizi piuttosto indicativi. Ecco i passaggi più interessanti della sua lunga chiacchierata con la rosea.

Conte, come e dove inizia?
"È mio padre che ne ha merito. Lui è stato il presidente di una squadra storica della mia città: la Juventina Lecce. Era un po’ tutto. Era presidente, allenatore, magazziniere. Portava le maglie, le lavava a casa, preparava il té per i ragazzi. Il mio primo ricordo di calcio è associato a papà e alla Juventina Lecce. Per lui era una vera passione. Fin da quando ho iniziato a camminare mi portava a vedere le partite. Aspettavo la domenica come un giorno di festa, il mio preferito. Sono cresciuto a pane e pallone, e non ho mai smesso".

Di che colore aveva la maglia?
"La maglia della Juventina Lecce era bianconera…".

Vede che era scritto nel destino?
"Può essere... Sicuramente la mia famiglia era tifosa del Lecce e della Juve".

Il calcio è arte o scienza?
"È un mix. Bisogna incorporare ogni cognizione scientifica, ogni contributo medico o tecnologia. Allo stesso modo è centrale il talento, la dimensione creativa dell'organizzazione del gioco come del gesto dei singoli. Arte e scienza, insieme".

Cosa pensa della Juve che non riesce a vincere la Champions nonostante domini in Italia da 8 anni?
"Con me era un'altra Juve. Cicli diversi. In quegli anni si faceva di necessità virtù. Non mi è mai capitato di prendere una squadra ai vertici. Sono sempre partito da situazioni difficili e sono riuscito a conquistare la vetta. La Juve oggi è cresciuta. La struttura è al livello delle prime 3-4 al mondo. La Champions non è il campionato, dove di solito vince la squadra più continua. La Champions spesso è decisa da partite alle quali arrivi nel momento giusto o nel momento sbagliato".

Tornerebbe un giorno alla Juve?
"I matrimoni, per esserci, devono essere da ambedue le parti. Penso che la Juve abbia iniziato un percorso e penso che siano molto contenti di Allegri che sicuramente ha continuato il lavoro, sta facendo molto bene. Un domani non si sa mai".

Una società che voglia Conte cosa deve proporgli?
"L'esperienza che ho fatto all'estero mi ha reso più forte e completo. La consiglierei a qualsiasi allenatore italiano. È dura, però ti migliora. Oggi se qualcuno mi chiama sa che io devo incidere, con la mia idea di calcio e con il mio metodo. Non sono un gestore, non credo che l'obiettivo di un allenatore sia fare meno danni possibile. Se pensano questo, le società non mi chiamino. Trovo umiliante per la categoria sentire una cosa del genere. Io voglio incidere, perché sono molto severo con me stesso. Poi ho un problema: la vittoria. Che sento come l'obiettivo del mio lavoro. Il percorso per arrivarci è fatto di unità d'intenti, di pensare con il noi e non con l'io. Non ne conosco altri". 

Vale anche per Inter e Milan?
"Vale per qualsiasi squadra. Io devo avere la percezione di poter battere chiunque. Devo sentire che vincere è possibile. Altrimenti, senza problemi, posso continuare a restare fermo".

I tifosi della Roma sognano Totti presidente e Conte allenatore. Rimarrà un sogno?
"Mi sono innamorato di Roma frequentandola nei due anni in cui sono stato c.t. della Nazionale. All'Olimpico senti la passione da parte di questo popolo che vive il calcio con un'intensità particolare, che per la Roma va fuori di testa. Un ambiente passionale, che ti avvolge. Oggi le condizioni non ci sono ma penso che un giorno, prima o poi, io andrò ad allenare la Roma".

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Sezione: In Primo Piano / Data: Mar 7 Maggio 2019 alle 08:00 / Fonte: Gazzetta dello Sport
Autore: Alessandro Cavasinni / Twitter: @Alex_Cavasinni
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