In una lunga intervista con Pierluigi Pardo per il format 'Betsson.sport Talk', Adriano Leite Ribeiro, meglio noto come Adriano, l'Imperatore, ha parlato di tanti aspetti personali e non solo. Ecco a seguire alcune sue parole.
Quando vengo in Italia c'è una simpatia per me, una grandissima soddisfazione. Non è stato sempre tutto facile, come esseri umani possiamo sbagliare, la mia vita è stata emozionante.
L'Inter per me è stata sempre la mia seconda casa. Quando ho l'opportunità di venire a Milano mi tornano i ricordi di quando giocavo, dei tifosi, sono felice di stare con le persone che mi vogliono bene, anche tifosi di altre squadre. Per me è molto importante il rispetto di chi sostiene altri colori, mi salutano, mi chiedono foto, per me è davvero bello.
A Roma mi sono sorpreso di quanta gente fosse arrivata alla mia presentazione. Per me giocare con Totti è stata una grande soddisfazione.
All'inizio della mia carriera ero un terzino sinistro, giocavo sotto età e successivamente ho iniziato a fare l'attaccante. Nei miei primi giorni all'Inter ho segnato quel gol al Real Madrid, poi mi sono trasferito alla Fiorentina dove ho imparato tantissimo. L'Inter mi aveva mandato lì per questo. Poi Prandelli mi ha voluto al Parma, dopo gli allenamenti mi faceva lavorare. Sapeva che calciavo forte ma non sapevo fare i giusti movimenti, chiudevo gli occhi e tiravo. Per me l'esperienza di Parma è stata importante. Quando sei giovane e hai un allenatore che ti segue, si impara tantissimo.
Il mio tiro a 140 km/h? Non so, è possibile. Sin da piccolo calciavo molto forte, penso sia stata la vera velocità. Non c'è un segreto, te ne accorgi da piccolo poi certo, si può imparare allenandosi. Io ho avuto la fortuna di farlo da sempre.
Il mio primo ricordo dell'Inter è stato il giorno del mio arrivo, ho visto Ronaldo nella sala tv, c'era Bobo Vieri. Per me era un sogno, li avevo visti sempre in televisione e in quel momento ero lì con loro.
Moratti mi ha aiutato tantissimo, è stato un padre per me e ha provato ad aiutarmi ancora di più ma non ho voluto, volevo concentrarmi su di me ma lui c'è sempre stato. Mi chiamava sempore, chiedeva della mia famiglia, di mia nonna e di mia madre.
Altri miei amici sono Cordoba, Zanetti, Materazzi, Ventola, Seedorf che incontro sempre, abbiamo anche giocato due partite recentemente. Poi i brasiliani, Dida, Serginho, Cafù, non contano le maglie con loro.
Il Mondiale 2006? Non eravamo al 100% fisicamente e con la testa, c'era disattenzione negli allenamenti che erano aperti al pubblico. Non avrei mai poensato che perdessimo con la Francia.
Io ho iniziato a giocare nel campo della favela, appena sveglio andavo lì. Mio padre aveva una squadra di bambini, a noi piaceva tantissimo. Certi giocatori sono diversi dagli altri perché sono cresciuti in strada e lì hanno imparato a giocare. Noi eravamo poveri, abbiamo sofferto di più, per questo abbiamo acquisito più esperienza e scaltrezza nel calcio.
Io potevo fare molto di più, ma a un certo punto Adriano non c'era più. Per essere un Imperatore dovevo essere prima Adriano, con la testa giusta, e in quel momento della mia vita non ero così. Pensavo troppo a quello che era successo a mio padre, non è una scusa, ma quello mi ha veramente rattristato. Ero stato capocannoniere della Copa America e della Confederations Cup, poi la morte di mio padre. All'inizio non me ne sono reso conto, andavo avanti, poi ha iniziato a farmi male. In quel momento non pensavo al calcio, ai soldi, sapevo che non ero più io. Non volevo restare solo per guadagnare, volevo divertirmi in campo e in quella fase non era così. Sapevo che Moratti non voleva lasciarmi andare, voleva mandarmi in una clinica, ma non ho voluto. Dopo la convocazione in Nazionale ho chiamato Moratti e lui mi ha liberato per giocare nel Sao Paulo. Al mio ritorno all'Inter ho anche giocato belle partite, ma non era più la stessa cosa, mi mancavano allegria e voglia. Nel 2009 ho capito che dovevo tornare in Brasile per restarci. Dovevo mettere la testa a posto, sperando di sistemare le cose nella mia testa, non potevo fingere con i miei compagni. Non mi interessava più giocare, non era giusto neanche verso Moratti che mi ha aiutato tantissimo.
Giocare con felicità, con allegria è essere un vero giocatore, condividere emozioni con la squadra e con i tifosi. Quando sei a posto con la testa fai cose belle in campo, vale per ogni calciatore. A me piaceva tirare forte in porta più di ogni altro gesto tecnico.
Maldini è stato per me il difensore più duro da superare. Non era un cattivo, come Nesta. Erano bravissimi, poi ce ne sono stati anche altri ma loro due sono stati i più difficili da affrontare.
Il Carnevale? A me personalmente non piace molto, ma per i miei connazionali è una cosa pazzesca. In Brasile è meraviglioso. Io compio gli anni proprio sotto il Carnevale, festeggio questo con gli amici.
Ancelotti? Non lo incontro mai, in Brasile dicono che sta cambiando il modo di giocare della Nazionale. Noi non siamo mai stati tattici, è il primo allenatore che porta questa filosofia meno individuale e più di squadra. Rispetto al passato, quando c'ero io, ora ci sono giocatori più giovani che possono fare benissimo. Serve però pazienza nei loro confronti.
Ronaldo? Un fenomeno, niente da aggiungere. Come lui e Ronaldinho non ce ne saranno più. Tra l'altro ragazzi allegri che fanno gruppo. Kakà più tranquillo, più paulista. Noi quattro giocavamo in attacco, poi c'erano Emerson, Zé Roberto, Gilberto, Roberto Carlos, Cafù, Lucio, Roque Junior, Julio Cesar o Dida in porta, poi anche Robinho. Non era facile supportare noi attaccanti.
Il calcio italiano lo seguo poco, l'Inter la sto seguendo di più perché c'è Chivu con cui ho giocato. Sono stato alla Pinetina recentemente. Non pensavo potesse diventare un allenatore, però da calciatore aveva la testa giusta, studiava le partite, è sempre stato così.
Personalmente sentivo di più il derby rispetto alla partita contro la Juve, molto più emozionante.
Nei miei ricordi ci sarà sempre il mio gol al Real Madrid nella mia prima partita con l'Inter.
Mio figlio gioca a Lisbona, tira già molto forte. Gli dico sempre di fare ciò che lo rende felice, se è giocare a calcio lo faccia. Io non lo influenzo, deve fare le sue esperienze per diventare più forte mentalmente. Lui sta camminando con le sue gambe, come ho sempre voluto. In Brasile ci sono troppi paragoni con me, ma i giornalisti sono così. Non è un aspetto positivo.
A Firenze per me è stata una scuola, ero arrivato da poco in Italia e ho fatto 6 mesi bellissimi, ho segnato gol importanti. Poi Parma con Prandelli.
Il derby Flamengo-Fluminense? Uguale a Inter-Milan, c'è grande rivalità. La stagione del Flamengo non è iniziata benissimo e i tifosi cominciano a lamentarsi. A volte mi fermano e mi chiedono perché, ma rispondo che non gioco più!
In Europa il calcio è più completo, in Brasile non si punta sul contatto fisico, si lascia giocare e c'è più spazio. A me piaceva sfidare fisicamente i difensori, lavoravo tanto sulla forza.
Secondo me potevo vincere il Pallone d'Oro. Lo hanno dato a Shevchenko, ma in quel periodo io ero allo stesso livello.
Potevo fare veramente di più nella mia carriera, ci penso sempre. Quando vedo i miei video penso che avrei potuto fare altri 3-4 anni di alto livello, se fossi riuscito a sistemare la mia testa avrei potuto vincere il Pallone d'Oro. Ma quello che è successo è successo, non si può cambiare.
Per me la famiglia è sempre stata la cosa più importante, pensare ai miei figli mi fa emozionare.
Autore: Redazione FcInterNews.it / Twitter: @Fcinternewsit
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