Italia fuori dal Mondiale e Inter lontana dalla vetta. Due situazioni differenti, ma anche simili se ci si pensa per un attimo. L’accostamento arriva soprattutto da un dato, ossia il periodo ‘tragico’ giunto subito dopo quello dell’esaltazione. Più lungo il momento dorato nerazzurro, partito con il tricolore targato Conte e arrivato fino alla vittoria della Supercoppa nel mese di gennaio; molto intensa la gioia azzurra, un cammino perfetto fino alla vittoria dell’Europeo a Wembley. Dall’estremo godimento dei rigori contro l’Inghilterra all’amarissima eliminazione di Palermo al cospetto della modesta Macedonia del Nord, ko che costringe la Nazionale a guardare dal divano per la seconda volta di fila un campionato del mondo.
Non c’è memoria. E non c’è riconoscenza. Roberto Mancini, artefice principale del trionfo estivo, è stato massacrato dalla critica. Il c.t. ha certamente fallito qualche valutazione, magari non azzeccatissimo neppure l’approccio alle qualificazioni e successivamente ai playoff, ma non possiamo cancellare con un colpo di spugna tutto quello che il Mancio e il suo staff hanno saputo costruire con merito e originalità. L’Italia pecca negli interpreti, soprattutto in attacco, ma ha identità e idee, coraggio e principi. Nulla a che vedere, insomma, con la debacle del 2017. Sono altre, semmai, le poltrone da mettere in discussione.
E lo stesso discorso potrebbe essere fatto per l’Inter e, in particolare, per l’Inter di Simone Inzaghi. I nerazzurri hanno trionfato poco più di un anno fa, stracciando la concorrenza non per grazia ricevuta, ma per merito e lavoro. L’eccezione è stata l’anno passato, quando Lukaku e compagni hanno distrutto le rivali e conquistato uno scudetto con margine ampissimo. Oggi, invece, è la regola: l’Inter compete con altre squadre per vincere a maggio. Nulla è ancora precluso. E il fatto di aver ammirato per due-tre mesi una squadra ‘ingiocabile’ non deve trarre in inganno: il calendario non è sempre uguale, così come la forma dei calciatori e gli episodi estemporanei. Il vero merito di Inzaghi è quello di aver infuso alla sua squadra fisionomia e indole da grande, non a caso sono arrivate le prestazioni convincenti contro mostri sacri come Real Madrid e Liverpool. E questo a prescindere poi dal risultato finale. Una dote che, se coltivata, lascerà in eredità parecchi frutti.
Chiariamo il punto: qui nessuno mette in discussione l’importanza del tabellino. Tutti, nessuno escluso, lavorano in funzione del punteggio. Non esiste squadra che voglia perdere. La differenza viene tracciata dal ‘come’. Ed è una differenza enorme, perché da un lato c’è la via che conduce all’estemporaneità e, per certi versi, all’illusione; dall’altro alla programmazione e alla continuità. Che poi è ciò che si richiede a una squadra di rango: competere ogni anno per i massimi traguardi. Il vero target è quello di essere sempre lassù a lottare per vincere, a prescindere che poi ci si riesca o meno. Basi solide per società solide, in modo che un successo non resti l’eccezione.
In tal senso, va premiato sia il lavoro di Mancini che di Inzaghi. Alla stessa stregua, va accettata anche la sconfitta, va accettato l’episodio avverso, il periodo opaco, il palo-dentro che diventa il palo-fuori. L’imponderabile fa parte del calcio. È l’essenza stessa del calcio. Ma perdere non vuol dire obbligatoriamente fallire. Fallisce solo chi rinuncia in partenza.
Autore: Alessandro Cavasinni / Twitter: @Alex_Cavasinni
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