Ieri siamo venuti a conoscenza del fatto che l’Inter sia costretta a rinunciare al baby croato Marko Livaja dell’Hajduk Spalato, sul quale stava lavorando da tempo. Il motivo? La nuova norma della Figc, che impedisce a un club italiano di tesserare più di un nuovo calciatore extra Ue, senza averne ceduto prima un altro. Decisione che personalmente definirei retrograda, un evidente passo indietro nella corsa alla globalizzazione che, volenti o nolenti, è il futuro non del calcio, ma della società intera. Già anni fa era stato stabilito un tetto massimo di tesseramento di giocatori extracomunitari, poi il buonsenso aveva convinto i nostri organi istituzionali ad abbassare un po’ il tiro e a dare maggiore libertà ai club.
Oggi però viviamo un evidente ritorno al passato, altro che evoluzione! Mi chiedo: che senso ha impedire a una società di acquistare un calciatore extracomunitario, mentre c’è totale libertà di ingaggiare elementi che provengono da Paesi dell’Unione Europea? Se il provvedimento di Giancarlo Abete, preso senza una legittima votazione, è funzionale alla difesa del calcio italiano e alla preservazione dei vivai, francamente rimango perplesso. Un tedesco e un brasiliano sono stranieri, a prescindere dal Paese d’origine. Quindi, che senso ha vietare l’immigrazione di extracomunitari, ma non regolamentare quella di spagnoli, francesi, olandesi e via dicendo? Il baby talento italiano rimarrebbe comunque emarginato al cospetto di giocatori provenienti dall’estero. E nulla potrebbe impedire a un club di schierare 11 calciatori stranieri, magari acquistati durante l’ultima sessione di mercato: basta che rientrino nei confini dell’Unione Europea. Una pagliacciata, insomma, degna di una nazione autarchica, che rasenta i limiti della xenofobia.
Cosa rende migliore un europeo rispetto a un sudamericano o a un africano? Nulla! E allora perché, per salvare il calcio italiano, viene frenata solo una parte dell’ondata estera che viene a giocare da noi? Una normativa, insomma, degna del miglior Calderoli, una sbarra di fronte al percorso di crescita di una nazione sempre più multietnica, che però fa ancora figli e figliastri. Una decisione presa di getto per giustificare il fallimento Mondiale della Nazionale di Lippi, come se fosse colpa della scarsa attenzione dei club nei confronti dei vivai. Abete però dimentica che giovani italiani di talento ci sono, ma se il Ct li lascia a casa prediligendo, che ne so, un oriundo come il 33enne Camoranesi, di chi è la colpa? E poi, limitando a un solo acquisto per squadra le operazioni per calciatori extracomunitari, cosa si vuole ottenere? La salvezza dei giovani italiani? Come se nelle varie Primavere delle squadre nostrane non ci fossero, in abbondanza, ragazzi provenienti da altre nazioni (Biabiany, per esempio…).
Il Barcellona stesso, modello da seguire per far crescere i propri talenti, ha ‘sfornato’ talenti come Messi, Giovani e Jefren: un argentino, un messicano e un venezuelano. Non certo spagnoli. Però l’Inter, per esempio, non potrà fare altrettanto con Livaja, che magari andrà a giocare all’estero, dove la sua origine croata non viene considerata un limite. E chissà, un giorno, la squadra che lo arruolerà crescerà nelle sue fila, per il bene del proprio Paese a livello internazionale, un grande campione che l’Italia si è lasciata sfuggire.
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