"Diciamo che nel conto profitti e perdite di un bilancio di un club di Serie A i problemi sono per il 70% nei costi e il 30 % nei ricavi". È quanto sostiene Ernesto Paolillo, ex amministratore delegato e direttore generale dell’Inter dal 2006 al 2012. "I primi sono troppo alti, mentre per i ricavi ci sono delle possibili notevoli migliorie, ma per buona parte sono dovute a una gestione non appropriata delle società causate da un male endemico italiano che non permette di sviluppare nuovi ricavi, come per esempio con la costruzione di nuovi stadi - spiega ai microfoni de Ilbollettino.eu -. In alcuni casi, quindi, le realtà italiane sono vittime di un sistema farraginoso e pieno di ostacoli che non facilita il compito. Se vogliamo poi analizzare alla radice questa problematica, posso dire anche che c’è un problema a livello manageriale: abbiamo troppi manager improvvisati solo perché fanno parte del settore calcio e non ci sono professionisti preparati sotto il profilo economico – finanziario con specializzazioni nel campo del marketing e digital. Diventa tutto quindi tutto molto difficile e lento e non si sviluppano potenziali opportunità".
Oltre ad abbassare gli ingaggi che sarebbe la strada più semplice che cosa si potrebbe fare?
"Senza dubbio diversificare i ricavi. Io sono stato uno dei fautori del Fair Play Finanziario e quando iniziammo a scrivere le regole ci basammo proprio su un elenco di voci che dovevano procurare ulteriori profitti ai club. Questo purtroppo è servito solo all’estero, in Italia si è fatto troppo poco. Uno dei punti più importanti era senza dubbio quello sulla costruzione degli stadi che non veniva contata come costo, ma come investimento perché si sarebbe ripagato con gli introiti successivi. Questo si faceva proprio per incentivare la costruzione degli stadi e diversificare i ricavi. Purtroppo in Italia c’è un grosso problema che ha diversi fattori: il primo è che per costruire uno stadio che poi produca utili, bisogna affidarsi a chi ha una mentalità immobiliare- imprenditoriale. Non è un caso che molte società si facciano affiancare da fondi che sanno fare proprio questo tipo di lavoro. Un altro grosso problema è la normativa italiana: lo stadio è considerato oggi semplicemente finalizzato alla partita, come sta accadendo a Milano. Si sta facendo un gran discutere su San Siro quando ormai, a mio avviso, non serve più a nulla e dovrebbe essere demolito. Dovremmo prendere esempio dagli inglesi che hanno buttato giù Wembley perché ormai inutilizzabile. Si parla solo di stadio sì o stadio no, senza però entrare nel merito di come l’impianto possa diventare un punto di aggregazione, di cultura e di socialità. Parlo di concerti, dei grandi tour europei che in Italia non vengono perché non ci sono impianti adatti e perché preparare un evento musicale a San Siro o all’Olimpico è molto difficile. Un altro problema è a livello nazionale, perché lo Stato non finanzia i club per costruire gli stadi. La Turchia ha compreso questo discorso già 10 anni fa facendo dei prestiti a tasso convenzionato ai club, perché lì hanno colto l’importanza di costruire nuovi impianti, non solo per giocare le partite ma per creare socialità e cultura. Queste problematiche poi si rispecchiano inevitabilmente sullo spettacolo, sul prodotto che si vende. Giocare una partita in uno stadio nuovo, all’avanguardia, sarà sempre più appetibile di una che si gioca in un impianto vecchio e con infrastrutture desuete, che non forniscono i servizi necessari ad aumentare le emozioni che si vendono".
Oltre ad abbassare gli ingaggi che sarebbe la strada più semplice che cosa si potrebbe fare?
"Senza dubbio diversificare i ricavi. Io sono stato uno dei fautori del Fair Play Finanziario e quando iniziammo a scrivere le regole ci basammo proprio su un elenco di voci che dovevano procurare ulteriori profitti ai club. Questo purtroppo è servito solo all’estero, in Italia si è fatto troppo poco. Uno dei punti più importanti era senza dubbio quello sulla costruzione degli stadi che non veniva contata come costo, ma come investimento perché si sarebbe ripagato con gli introiti successivi. Questo si faceva proprio per incentivare la costruzione degli stadi e diversificare i ricavi. Purtroppo in Italia c’è un grosso problema che ha diversi fattori: il primo è che per costruire uno stadio che poi produca utili, bisogna affidarsi a chi ha una mentalità immobiliare- imprenditoriale. Non è un caso che molte società si facciano affiancare da fondi che sanno fare proprio questo tipo di lavoro. Un altro grosso problema è la normativa italiana: lo stadio è considerato oggi semplicemente finalizzato alla partita, come sta accadendo a Milano. Si sta facendo un gran discutere su San Siro quando ormai, a mio avviso, non serve più a nulla e dovrebbe essere demolito. Dovremmo prendere esempio dagli inglesi che hanno buttato giù Wembley perché ormai inutilizzabile. Si parla solo di stadio sì o stadio no, senza però entrare nel merito di come l’impianto possa diventare un punto di aggregazione, di cultura e di socialità. Parlo di concerti, dei grandi tour europei che in Italia non vengono perché non ci sono impianti adatti e perché preparare un evento musicale a San Siro o all’Olimpico è molto difficile. Un altro problema è a livello nazionale, perché lo Stato non finanzia i club per costruire gli stadi. La Turchia ha compreso questo discorso già 10 anni fa facendo dei prestiti a tasso convenzionato ai club, perché lì hanno colto l’importanza di costruire nuovi impianti, non solo per giocare le partite ma per creare socialità e cultura. Queste problematiche poi si rispecchiano inevitabilmente sullo spettacolo, sul prodotto che si vende. Giocare una partita in uno stadio nuovo, all’avanguardia, sarà sempre più appetibile di una che si gioca in un impianto vecchio e con infrastrutture desuete, che non forniscono i servizi necessari ad aumentare le emozioni che si vendono".
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