Quell'abbraccio con Arnautovic cosa significava?
Significava che tante volte ciò che non dicono le parole, lo dicono i gesti. E l'abbraccio tra Lautaro Martinez e Marko Arnautovic, immediatamente dopo il gol dell'1-0, nonché gol-vittoria, è stato uno di quei gesti che valgono più di mille parole, o forse più. Molto di più e senza forse. "Da compagno di squadra devo tranquillizzarlo. Marko deve stare tranquillo, capita anche a me (di non trovare il gol, ndr), ma poi tutti gli sforzi che fa anche in allenamento questa sera sono stati ripagati". Parola di Lautaro Martinez a Sky Sport nel post-partita di Inter-Atletico Madrid, che per l'appunto alle telecamere ha detto praticamente nulla di ciò che quell'abbraccio, nel profondo, abbia significato.
Non per paraculaggine, non per menzogna, non per omissione di verità, probabilmente per una semplice frenesia da adrenalina post-vittoria il capitano nerazzurro ha omesso le tante sfumature di significato che quell'abbraccio, dopo quel gol, ha racchiuso. Un'istantanea di un fugace ma eterno momento, infinitamente pieno di emozioni, un microcosmo di quello che è stato quell'Inter-Atletico. Una partita fatta di sacrificio, sofferenza, impegno, voglia di portarla a casa, ma anche sfortuna, imprecisione, frustrazione, nervosismo, adrenalina... che all'improvviso sbocca dal vaso, esplodendo in quell'abbraccio. Lautaro, servito da Frattesi - bravo a rubar palla all'avversario -, porta palla con tanto di testa dritta sul pallone e sfidando Oblak; lo sloveno salva sul toro ma solo per un attimo, non blocca e al contrario smanaccia il pallone, a porta spalancata, verso un assetatissimo 8 nerazzurro che questa volta, dopo due clamorosissimi errori, non sbaglia. L'austriaco si fionda su un pallone che Witsel non riesce a salvare in extremis ed è tripudio interista. Ma nella Lauti-cam del momento, alla destra del Toro compare un libero Dumfries che l'argentino avrebbe potuto più semplicemente servire ed evitare da subito la saracinesca che l'estremo difensore dei colchoneros stava calando sul diez di Inzaghi. Nulla da rimproverare allo striker instinct del Torito di Bahia Blanca che lo conduce automaticamente al tiro prima dell'assist, ma forse nulla solo perché sulla sfilettata di Oblak arriva la zampata di Arnautovic che, dopo tanto peccato, libera l'Inter dal male.
Libera Lautaro da quel fatalissimo striker instinct. Hakan Calhanoglu da quella sensazione di apnea nella quale era stato intrappolato dal Cholo, furbo a intrappolarlo in una morsa tale da costringerlo ad una delle serate peggiori della sua stagione. Thuram dal rammarico di non essere riuscito a fare male agli avversari in quei minuti prima di essere costretto all'uscita dal campo. Arna stesso per gli errori degli episodi precedenti. L'Inter nel complesso per non essere riuscita, al netto di una prestazione complessivamente dominante rispetto all'ottimo avversario, a sbloccare una partita cruciale per quanto non decisiva, né decisa. Boccata d'aria che vale una serata che regala alle telecamere l'istantanea di molto più di un semplice momento. In quel frame, microcosmo di quell'Inter-Atletico, c'è tutto il microcosmo di questa Inter. Un'Inter che nella serata del ritorno in Europa, contro un arcigno rivale che non ha steso nessun tappeto rosso sotto gli occhi e la pressione dei 75mila nerazzurri, ha dimostrato tanto della forza che questo gruppo ha e può esprimere. Nessuna prima linea, titolari, sostituti e riserve. La forza di questa squadra è il filo che sembra legarne i e le componenti: la quasi armonica musicalità con la quale le diverse parti si muovono con coordinazione persino nella sofferenza. Soprattutto nella sofferenza, nel sacrificio, nella necessità di dare tutto.
Quell'abbraccio con Arnautovic cosa significava? Tutto questo. Ma quante ce ne vorrebbero per spiegarlo a parole? E quando non puoi farlo a parole, il capitano lo pronuncia come meglio sa farlo: sul campo, da attaccante ad attaccante, con vero e fraterno grazie Marko.
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