Il destino è come il vento: non lo vedi ma c'è, soffia e ti porta a fare determinate cose, ti guida. Forse semplicemente ti spinge, con delicatezza, ti fa sentire una presenza discreta ma determinante, indiscutibile e non rinviabile. Come un appuntamento con la storia. Il destino di Gigi Simoni, unito alla sua caparbietà, ha scelto il 22 maggio.
Il 22 maggio del 2020, anno maledetto già per tanti, troppi, motivi è stato il giorno del decimo anniversario del Triplete. L'apoteosi dell'interismo e di tutto ciò che racchiude: passione, sofferenza, gioia, appartenenza, lacrime. Il 22 maggio 2020 è stato anche l'ultimo giorno di Gigi Simoni qui con noi.
Lui ci ha messo la caparbietà, dopo il malore che lo aveva colpito poco meno di un anno fa. Il destino ci ha messo il tocco dell'immortalità, scegliendo una data che fonde così la gioia con le lacrime generando un'altra forma di apoteosi dell'interismo. Perché a tutti piace pensare che Gigi abbia voluto appositamente e fortemente aspettare questo giorno, non casuale, e che non se lo sia voluto perdere prima di andarsene.
Alla prima partita di campionato, a San Siro, in una calda sera di agosto che svelò al mondo la prima inter di Conte, in Curva Nord apparve uno striscione: "Forza Gigi non mollare". Decisi di fare una foto e mandarla a Monica, sua moglie. Lei mi rispose che l'avrebbe stampata e messa accanto al letto di Gigi. E a me piace, ora, immaginare che lui l'abbia guardata e che abbia sorriso. Quel sorriso che avevo avuto il piacere di incrociare personalmente e che avevo deciso di raccontare perché certi incontri sono speciali e sanno dare un significato a tante cose.
E lui aveva saputo dare un significato unico a un'intervista (la sua ultima, era l'aprile del 2019) per la quale si scusò, perché la voce stanca e affaticata non gli consentivano di dilungarsi troppo. E' stato un uomo dai modi gentili ma dalle opinioni decise, dal tono cordiale ma dai giudizi non banali. Nemmeno quella volta. Il suo essere speciale era manifesto, come il caldo di quella giornata di aprile in cui la primavera iniziava a farsi prepotente. Gigi mi aveva dedicato il suo tempo e le sue attenzioni, mi aveva regalato aneddoti e racconti, si era vestito elegante e mi aveva dato per tutto il tempo rigorosamente del lei. Aveva mostrato una forma di rispetto rara e reso palese la sua grandezza in modo indiretto e involontario con la semplicità dei racconti e la spontaneità di chi si mette sul tuo stesso piano, senza distanze, e offre spontaneamente un'ospitalità che lascia senza parole e senza fiato.
Era quel genere di persona capace di dire qualunque cosa senza apparire, nemmeno per sbaglio, sopra le righe o fuori luogo ma riuscendo sempre a strappare un sorriso e a creare complicità: nel descrivere un'incomprensione con Roberto Baggio o quel rigore non concesso a Ronaldo. Ha allenato i migliori e il migliore ma solo dopo una certa gavetta e i miracoli con la piccola Cremonese, ha vinto una Coppa Uefa ma solo dopo essere stato recordman di promozioni in Serie A, è stato tra i più amati pur non essendo stato il più vincente. E' stato involontario protagonista di uno degli episodi più velenosi nella storia della Serie A senza perdere, nemmeno per un secondo, compostezza e signorilità: ordinato anche fuori controllo, educato anche nell'istante dell'ira funesta. Eccola, ancora una volta la sua grandezza o, meglio, unicità.
Unico come l'Inter che ha allenato: quella del Fenomeno (il "mio Ronaldo" lo chiamava), quella che hanno apprezzato e rispettato anche gli avversari perché ancora oggi un giocatore così nessuno può dire di averlo mai visto giocare dal vivo. E quasi non importa che quella squadra abbia vinto troppo poco ma anzi forse proprio quel senso di incompiutezza e ingiustizia ha reso ancora più speciale il ricordo di ciò che ha rappresentato. Indelebile, come un appuntamento con la storia che solo gli uomini, a differenza dei semplici sportivi, riescono a scrivere con l'inchiostro amaro della sconfitta che poi il tempo e la riconoscenza sanno trasformare in vittoria.
I modi gentili non tramontano, così come la classe e l'eleganza, la capacità di essere sempre giusto nei toni e nei contenuti. Anche il 22 maggio, in fondo, non tramonta. Perché dieci anni fa il 22 maggio era diventato direttamente alba, quella delle 6 del mattino a San Siro ad aspettare una squadra, di ritorno da Madrid, che portava una coppa, la più bella e la più grande, e anche la prima dopo la Uefa portata da Ronaldo e Simoni nel '98.
Non glielo chiesi ma immagino che Gigi, quella notte del 22 maggio 2010 e soprattutto l'alba del 23 fosse seduto su quella grande poltrona azzurra nel suo salotto, davanti al camino e alla tv con un sorriso fiero e autentico. A godersi tutto, a godersi qualcosa che in parte era suo come di tutti i tifosi. Ci voleva un'alba, in effetti, per celebrare e scolpire un'impresa unica. Come ci voleva un destino quasi inspiegabile per celebrare e scolpire la vita di un uomo come Gigi Simoni che per tramontare ha scelto il giorno che il tramonto non lo vide affatto perché lasciò direttamente spazio all'alba. E' il destino, come il vento: esiste anche se non puoi toccarlo ma se chiudi gli occhi puoi sentirlo. Ora che ci penso, quel giorno di aprile a casa di Gigi faceva caldo e sì, ricordo di averlo sentito soffiare il vento. Discreto e gentile. Arrivederci mister.
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