Carriera iniziata al Cittadella, dove vive tutt'oggi. Nel mezzo, uno Scudetto e una Coppa Italia con l'Inter, il millesimo gol della storia nerazzurra e tre promozioni in Serie A con altre maglie ovviamente. Giancarlo Pasinato non è un nome qualsiasi nella memoria dei tifosi interisti un po' avanti con l'età. Spinarea, come viene soprannominato, era presente alle vittorie di Scudetto e Coppa Italia dell'Inter di Cristian Chivu ed era presente al funerale di Evaristo Beccalossi, suo coetaneo. Il Gazzettino lo ha intervistato accompagnandolo in un tuffo nel passato. "La differenza tra il mio calcio e quello dei ragazzi di oggi? Una volta cercavano il talento, adesso conta solo il risultato, cercano la performance anche in un bambino di sette anni. Il mio primo allenatore, Bruno Cavicchiolo, non aveva mai giocato al calcio, ma ne capiva tanto. Era convinto che avessi talento, ma sapeva che io come gli altri eravamo poveri. Un giorno mi regala un paio di scarpe da calcio nuove per poter giocare, non avrei mai potuto comprarmele. 'Te le regalo io, però me le dovrai restituire quando andrai a giocare in serie A'. E appena ho esordito nell'Inter, la prima cosa che ho fatto è stata quella di restituirgli il premio".
Quando è incominciata l'avventura?
"La nostra era una famiglia di operai. Il calcio nella mia vita è entrato subito, allora si cominciava da bambini: a 10 anni ero nell'Olimpia, la squadra del patronato. Sono cresciuto a 15 anni in altezza e nel fisico, a 18 dalla Promozione al Treviso che disputava il campionato di serie D. Abbiamo vinto subito con Giacomini allenatore, sono rimasto due anni col Treviso in C a grandi livelli. Mi ha chiamato subito l'Ascoli in serie B con Renna allenatore e un presidente straordinario, Costantino Rozzi. Dovevo ancora compiere 21 anni, siamo stati sfrontati, abbiamo fatto cose meravigliose vincendo il campionato con molto anticipo, a 7 partite dalla fine eravamo a 15 punti dalla quarta! Ho fatto il gol che ha decretato la promozione in Ascoli-Bari, da area ad area, sono partito sulla fascia sinistra e ho attraversato tutto il campo sino a mettere il pallone nella porta barese, era il 2-0".
A fine campionato si è sposato ed è stato chiamato dall'Inter
"Ho sposato Gabriella con la quale eravamo morosi dagli anni di Treviso, siamo partiti in viaggio di nozze in Canada, a Vancouver, dove viveva la famiglia di un fratello della mamma che era emigrato. Siamo tornati a casa in anticipo perché mi aveva chiamato Sandro Mazzola all'Inter ed è iniziata la nuova grande avventura in serie A. Non pensavo di rimanerci così tanto. L'inizio è stato difficile per una pubalgia, poi è stato bellissimo. Eravamo tutti italiani guidati da Bersellini: Bordon, Canuti, Bini, Muraro, Beppe Baresi, Marini e Oriali e Altobelli. C'era stata l'occasione di avere Platini che si fece male e l'Inter che aveva la prelazione non la sfruttò, arrivò la Juventus e fece il colpo grosso. L'anno dopo sarebbe arrivato Beccalossi per un campionato nel quale siamo stati primi in classifica dalla prima all'ultima partita: nella prima ci sono stati sette pareggi e una sola vittoria, la nostra contro il Pescara, 2-0. Siamo arrivati in semifinale di Coppa dei Campioni, battuti per un gol di differenza, dal Real Madrid. Eravamo una squadra molto unita, siamo rimasti amici, ci ritroviamo ogni anno. Adesso purtroppo ci sono due assenze importanti: a gennaio è mancato Canuti, da pochi giorni Beccalossi".
Poi un anno nel Milan retrocesso in serie B: come è stato?
"C'era Castagner che mi voleva già a Perugia anni prima. In cambio di Collovati all'Inter, siamo andati in prestito io, Canuti e Serena. Abbiamo vinto il campionato alla grande, 72 reti, ne ho fatte sette, il mio record. Se fossi rimasto forse avrei fatto in tempo a conoscere Berlusconi e il suo Milan. Farina non ci riscattò e siamo tornati all'Inter sino al 1985, quando mi rivolle l'Ascoli e rivincemmo il campionato di serie B. È stato allora che ho avuto quell'incidente a fine aprile, alle porte di Pesaro: sono finito fuori strada, viaggiavo con mia moglie e le figlie, fortunatamente loro non si sono fatte quasi niente. Io ne uscii con fratture importanti, sembrava che a 30 anni dovessi smettere col calcio, ma grazie al dottor Pasquale Bergamo, che lavorava coll'Inter di Trapattoni, mi sono rimesso in pista. Sono tornato a giocare col Cittadella, la squadra con la quale avevo incominciato. Abbiamo vinto il campionato della D e promossi in C2; ho giocato ancora per qualche anno, mi sono serviti per la pensione".
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