Primo relatore dell’evento ‘Leadership e Comunicazione nel mondo dello Sport’, Beppe Marotta, ad sport dell’Inter, interviene dal palco dell’auditorium intitolato a Giorgio Gaber di Palazzo Pirelli a Milano spiegando in primo luogo cosa vuol dire leadership per lui: “A 12 anni sono entrato nel Varese e lì ho fatto il mio primo atto di palestra aiutando il magazziniere, lavando le scarpe e facendo altri valori. Oggi, dopo 45 anni di esperienza, sono ad di una società e un CEO deve avere due diritti: scegliere il team con cui lavorare e i valori che contraddistinguono il club. Da qui nasce il concetto di leadership: porto qui le mie considerazioni figlie del mio vissuto, portando dei concetti miei. Leadership vuol dire responsabilità verso gli altri, in particolare della squadra, con un obiettivo ben preciso e chiaro. Questo concetto l’ho applicato con dei pilastri fondamentali: in primis, arrivare in un’azienda e valorizzare le risorse. Il che significa capire con chi hai a che fare quando entri in un’azienda e capire come valorizzare gli asset a tua disposizione. Questo processo di selezione e identificazione l’ho sempre applicato”.
Quali criteri scegli per individuare le persone?
“Io parlo della squadra fuori dal campo, che lavora dietro le quinte per valorizzare chi va in campo. Valorizzare significa capire chi hai davanti, a prescindere dall’età. Poi ci vuole il concetto di delega, di fiducia da trasmettere. Poi bisogna confrontarsi: quando ero al Varese in Serie A, c’era un presidente mecenate come Giovanni Borghi, proprietario della Ignis, che aveva realizzato una polisportiva che comprendeva calcio, ciclismo, basket e altri sport. Lui ascoltava gli operai andando in mezzo a loro, trovando spunti dalle parole degli operai. Ho alle spalle tanto vissuto e ho acquisito tanto ascoltando. Altro pilastro fondamentale è l’esempio: non si può gestire una squadra senza dare esempio. Leadership e comunicazione sono fondamentali, l’ultimo esempio è coordinare il mio gruppo di lavoro facendo sintesi e decidendo, compito che spetta a chi ha un ruolo importante”.
Come fai a trasmettere la tua visione al tuo gruppo e delegare, per fare in modo che tutti remino nella stessa direzione?
“Il calcio ormai è attività d’impresa. È un fenomeno sociale, di forte aggregazione; dalla Serie A alle squadre minori, sia al maschile che al femminile. All’inizio, l’aspetto economico era poco considerato, c’erano i mecenati che miravano al risultato sportivo poi staccavano l’assegno per coprire il disavanzo. Oggi c’è il termine sostenibilità, quindi è normale che gli azionisti diano delle linee guida che dettano il percorso. Poi bisogna creare obiettivi, creando dei team che abbiano degli obiettivi in vari ambiti, dal revenue al commerciale; l’importante è fare squadra, se tu hai questo concetto ottieni i risultati”.
La squadra è coinvolta quando fissi obiettivi.
“Certo, obiettivi economici e sportivi si uniscono”.
Sei un grande sostenitore della parola delega. Quanto è importante saper delegare? C’è chi pensa che a delegare troppo si perda il controllo.
“Io credo che quando si hanno rapporti di fiducia coi membri del team subentra il concetto di delega. Delega vuol dire responsabilità nel raggiungere un obiettivo comune dando fiducia. Si può anche sbagliare, sta alla coscienza del manager capire quanto queste persone danno come positività e negatività”.
Quali sono le qualità individuali dei collaboratori per riuscire a dare loro la delega?
“La costruzione di una squadra di collaboratori è il compito più difficile. Quando hai la delega della proprietà è più facile fare squadra. La squadra ha degli obiettivi, un regolamento da rispettare, tante affinità comuni. Quando identifichi questi concetti come la cultura del lavoro e il senso di appartenenza. Le bandiere nel calcio come Sandro Mazzola o Gianni Rivera non ci sono più e questa mancanza di senso di appartenenza si riscontra molto e invece è importante nel raggiungimento degli obiettivi. A livello corporate, devi essere bravo a inculcare questo concetto nei tuoi collaboratori. Bisogna anche essere umili, ambiziosi nel senso di voler alzare sempre l’asticella senza voler sembrare arroganti. Nello sport, la sconfitta è un elemento per rafforzare la voglia di vittoria. Come diceva Mandela, o vinco o imparo”.
Leaders si nasce o si diventa?
“Uso l’esperienza del mio vissuto: ho conosciuto tanti dirigenti talentuosi che però non erano accompagnati da attitudini caratteriali. Quando sei leader devi avere delle qualità allenabili, anche io sto imparando anche se lavoro da 45 anni. E anche io capirò se posso migliorare dal sentire gli altri relatori oggi. Però la qualità di leader ce l’hai o non ce l’hai. E se non ce l’hai, è difficile essere identificato come tale”.
Quali sono le qualità del leader?
“Umiltà, che non vuole ridimensionare il proprio valore. Poi avere il coraggio di avere obiettivi alti, ad esempio cercando giocatori importanti, anche se poi non riesci per problemi finanziari o perché fanno altre scelte”.
Come è cambiata la tua comunicazione verso giocatori e procuratori?
“La vita ci porta ad avere una crescita continua, e lo sport non è esente. La figura del calciatore si è emancipata, oggi è una piccola industria, intorno ha un coordinamento di persone che gestiscono varie attività. Chi ha a che fare coi calciatori deve avere una preparazione: ho gestito uno come Cristiano Ronaldo, che è una fonte di cultura pazzesca, capace di fare domande sull’acqua minerale che beve. Il calciatore moderno fa domande e pretende risposte, a livello proprio di interlocuzione. Devi essere sempre in grado di dare risposte concrete”.
Ti è mai capitato di presentare nuove idee e trovare opposizione da qualcuno del tuo team? E come l’hai gestito o come hai evitato che accadesse?
“Il manager moderno deve avere il concetto di innovazione forte in testa, il che significa capire cosa ti succede nel mondo esterno. Anche nello sport l’intelligenza artificiale è di grande attualità, e nel calcio si può applicare benissimo. Il fatto di aprire la mente a concetti alternativi ti porta a creare modelli nuovi, come nel caso degli allenamenti”.
Come gestisci il cambiamento nel tuo staff?
“Quando ero alla Juventus ho conosciuto uno come Sergio Marchionne, un numero uno nel suo mondo. Lui diceva che il cambiamento va fatto ieri, se no gli altri si impossessano del tuo spazio. È capitato anche a me, la prima cosa che faccio quando entro in un club è fare una fotografia. Capita spesso che non ci sia cultura della vittoria, ma anzi c’è una cultura sedentaria frutto di risultati negativi. È lì che devi cambiare in modo veloce, per creare stimoli nuovi. Poi è normale che come responsabilità hai quella di testare lo stato motivazionale di chi hai davanti”.
Hai dovuto usare le tue doti di leadership anche verso CdA e azionisti. Come fai a convincere chi decide?
“Bisogna avere un grande equilibrio. Oggi le società calcistiche sono società private ma di interesse pubblico, perché di calcio parlano tutti e le critiche sono veloci. Diceva Italo Allodi che l’unico mondo dove un muratore può diventare architetto dall’oggi al domani è il calcio. Tu devi confrontarti con una proprietà, degli azionisti, dei media, i tifosi, coi quali devi interagire. Devi avere pazienza, avere uno staff di comunicazione molto importante perché saper comunicare vuol dire saper gestire anche una comunicazione appropriata per dei determinati momenti; se vinci o se perdi, la situazione cambia. Quando vinci il grande problema diventa piccolo, quando perdi è il contrario”
Come gestisci lo stress e come aiuti la squadra a gestirlo?
“Lo stress è parte integrante, che si stia in campo o fuori. Ho notato che l’Inter, dopo la sconfitta di Istanbul, è migliorata molto in autostima. La squadra ora approccia la partita con la voglia di vincere, cosa che prima non aveva. Da certi avversari impari tanto: all’Inter e prima ancora alla Juventus ho avuto a che fare con tantissimi campioni che certe volte esprimevano delle lamentele per alcuni dettagli. Questo ci ha portato ad elaborare il fatto di non concedere alibi ai giocatori. Il che non vuol dire viziarli, ma rispettare gli obiettivi minimi per rendere al meglio. Se non paghi gli stipendi, e faccio un esempio abbastanza anacronistico, magari loro si sentono legittimati a non dare il meglio. Bisogna avere sempre grande equilibrio. Io mi sono specializzato nella gestione di una squadra a 360 gradi".
Chi ti ha insegnato a diventare leader?
“La mia furbizia è sempre quella di ascoltare negli anni, e capire le cose buone e le cazzate. Poi ho avuto presidenti molto differenti negli anni, passando da un Maurizio Zamparini che era un mangia-allenatori all’Inter, passando dagli Agnelli e dai Garrone. Ho tratto beneficio dal fatto di essermi confrontato con realtà più grandi di me e cogliere le cose positive. Oggi cerco di dare quello che ho ricevuto”.
Cosa vorresti lasciare al mondo dello sport?
"Ho ricevuto molto da questo mondo, ho avuto tanto come soddisfazioni e come benessere. Voglio lasciare la trasparenza nei rapporti, ho buoni rapporti con tutti. Ci sono amarezze, fa parte della vita. Ma se capisci che certi difetti fanno parte dell'essere umano, sei avvantaggiato. Do un messaggio positivo: la fortuna è una circostanza favorevole per arrivare al successo. Il successo ce l'hai se hai perseveranza: rialzarsi, ripartire e raggiungere gli obiettivi".
Christian Liotta / Twitter: @ChriLiotta396A
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