Un film già visto. Questa la sensazione al termine di Roma-Inter, almeno per il tifoso nerazzurro. Già i primi 5 minuti hanno portato alla mente sensazioni negative, di quelle che non promettono una serata piacevole. E alla fine è andata proprio così, sebbene per 4 minuti si sia persino cullato il sogno di ribaltarla. Alla fine la squadra di Frank de Boer deve rinunciare al terzo posto in solitaria (ora è nona...) e, soprattutto, continua a palesare enormi limiti sia nella concentrazione sia nella continuità, dopo l'Europa anche in Italia.
CAFFE' COLOMBIA - Il problema principale è ancora una volta l'approccio alla gara. Non che l'Inter abbia iniziato male, l'avvio è stato caratterizzato da una buona personalità, uno sprint volto a impaurire i padroni di casa. Evidentemente l'allenatore olandese ha offerto a tutti i giocatori un bell'espresso affinché fossero subito pronti a battagliare. Dimenticando forse colui che viene dalla patria del caffé, Jeison Murillo. Recidivo dopo Praga, il difensore è il principale colpevole del vantaggio giallorosso: mentre tutti i compagni scalavano per tamponare l'inserimento del pendolino Bruno Peres, il colombiano rimaneva impantanato nel cuore dell'area a guardare la volée ravvicinata di Dzeko, così solo che neanche lui osava sperare. Svarione tattico, frutto dell'ennesima disattenzione di un giocatore che fatica a ritrovarsi e che proprio contro la Roma, nella scorsa stagione, aveva sfoderato una delle migliori prestazioni.
WALK LIKE AN EGYPTIAN - Murillo è stato forse la vittima principale di Mohamed Salah, proprio quello che Mancini voleva all'Inter prima che gli prendessero Jovetic (autore del fallo inutile quanto decisivo ieri all'Olimpico). L'esterno giallorosso ha talmente messo in crisi il colombiano che lo stesso sembrava avesse in loop nelle cuffie 'Walk like an egyptian', pezzo delle Bangles del 1986 (per intendersi, otto nerazzurri sugli undici titolari di ieri non erano ancora nati), e di non essere tuttavia riuscito a impararne neanche una strofa. E il bello è che Salah è persino uscito scontento dal campo, dopo aver messo a ferro e fuoco la difesa nerazzurra e aver provocato in Santon la sindrome di Stendhal. A cui si aggiunge anche una pallonata in faccia, per non farsi mancare nulla.
L'OMBRA DEL GIGANTE - Dalle Bangles a Ramazzotti (romano, e pure juventino...), non si sa come, il passo è breve. Perché ieri sera all'Olimpico gli altoparlanti hanno mandato in onda anche 'L'ombra del gigante', in omaggio a tale Edin Dzeko che dall'alto dei suoi 192 centimetri ha letteralmente offuscato la visuale di Joao Miranda o di chi avesse il coraggio di affrontarlo nel gioco aereo. Duello fisico elettrizzante tra i due, quasi sistematicamenter vinto dal bosniaco che già al 5° l'aveva sbloccata. Il capitano della Seleçao, che pure è stato il migliore nel pacchetto arretrato, ha quasi dovuto arrampicarsi su di lui per riuscire ad anticiparlo e in rarissime occasioni è riuscito a spuntarla. Inutile ribadire quando Dzeko sia stato decisivo nella scelta tattica di Spalletti, che ha permesso ai giallorossi di allentare la pressione dell'Inter e ripartire di sponda in velocità. Ah, giusto per infierire: Mancini voleva portare anche il buon Edin in nerazzurro. Sia lui che Salah, paradossalmente, hanno premiato le scelte del tecnico jesino...
UN'ORA SOLA TI VORREI - Chiusura del Cantagiro capitolino dedicata a Giorgia (toh, anche lei romana de Roma, non può essere una coincidenza), che ha idealmente interpretato musicalmente la richiesta di De Boer a Joao Mario e Ansaldi, i due attesi ritorni nell'undici nerazzurro. Entrambi reduci da uno stop che ne ha minato la condizione fisica, hanno palesato questo limite nel contesto di una gara dai ritmi talmente alti da sembrare quasi di fine stagione e con zero posta in palio. Il portoghese e l'argentino, entrambi titolarissimi almeno nelle intenzioni della squadra mercato di corso Vittorio Emanuele in Milano, non erano evidentemente ancora pronti per un tale dispendio energetico e probabilmente il tecnico lo sapeva. Tant'è che dopo un'ora li ha sostituiti con Gnoukouri e Nagatomo. Col senno di poi, forse, sarebbe stato meglio non bruciare scientemente due cambi così presto, per ragionarci in base anche al risultato. Ma De Boer, evidentemente, sapeva a cosa andava incontro.
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