"Io sono nato a due passi da San Siro. Il lunedì lo stadio era sempre aperto perché facevano le pulizie. Una volta passai di lì con mamma, entrammo e le dissi che un giorno avrei giocato su quel campo. Da bambino non avevo la possibilità di comprare il biglietto, così passavo tra le sbarre del cancello 11. Poi la testa diventò troppo grossa per infilarmi lì e cominciai a scavalcare. Ero interista, ma per vedere Gianni Rivera mi tagliai un braccio e mi misero venticinque punti". Lo racconta Beppe Dossena, intervistato dalla Gazzetta dello Sport.
La prima scelta, e forse la più importante, fu quella di accettare la proposta del Torino per il settore giovanile lasciando Milano e la famiglia.
"Avevo perso mio padre a quattordici anni. Mamma mi lasciò scegliere e la ringrazierò per sempre. Andavo a scuola la sera, vivevo nel collegio agostiniano di Porta Palazzo: una zona poco tranquilla. Quando tornavo dagli allenamenti, scendevo dal tram e correvo veloce per dribblare risse, prostitute, problemi. Il settore giovanile granata era pazzesco: 140 ragazzi arrivavano da fuori regione. Tutti noi sapevamo di far parte di un club con una storia unica: di Superga si parlava spesso. Se ci ripenso, ho vissuto tante esperienze formative che magari oggi a un ragazzo sarebbero vietate perché si cerca di prevenire ogni rischio. La passione mi è saltata addosso e non mi ha più abbandonato. Pur di giocare sarei andato in qualunque posto del mondo. E porto nel cuore ogni tappa, a cominciare da Bologna che è stata fondamentale per il lavoro e la vita privata: lì ho conosciuto mia moglie e sono nati i figli".
Perché all’improvviso lasciò il Toro per andare in B a Udine?
"Ebbi dei problemi di cui preferisco non parlare e così decisi di cambiare. Io andavo dove mi chiamavano, non guardavo categorie o ingaggio. Come quando ero ragazzino. Non soffrivo di gelosie e invidie, pensavo solo a seguire la mia passione. E dopo Udine dissi di sì a Paolo Mantovani, che dimostrò di credere in me".
Eravate così amici in quella Samp?
"Non è tanto quello il punto, perché si può essere amico di qualcuno più che di altri. Ciò che ci teneva davvero uniti era la voglia di non dare dispiaceri a Mantovani, che con la sua eccezionale visione aveva assemblato una squadra di altissima qualità. Io facevo un po’ il centrocampista insieme a Cerezo e un po’ il terzino sinistro. L’anno del tricolore segnai un solo gol, nella sfida-scudetto con l’Inter a San Siro: il “mio” stadio. Mi sono tolto un po’ di soddisfazioni in maglia blucerchiata, sempre e solo per me stesso: senza cercare rivalse contro nessuno".
Ma anche in quel caso, all’improvviso, una scelta strana: a novembre passò al Perugia in C1. Perché?
"Segno due gol in Coppa Campioni contro il Rosenborg. Nella gara seguente di A Boskov mi tiene fuori dicendomi che avrei giocato il derby che arrivava subito dopo. Ma contro il Genoa mi manda in panchina. Io accetto tutto, però se a un giocatore della mia età (avevo 33 anni) dici una cosa poi deve essere quella. Io non volevo rappresentare un problema per la Samp e così accettai la proposta di Gaucci che mi fece un contratto di sei anni. Ma con Boskov nessun problema, davvero: abitavamo anche uno di fronte all’altro. Cose che succedono".
Il calcio di oggi le piace?
"Ultimamente mi addormento meno sul divano. Ma ho la sensazione che i ragazzi esternino poca gioia nel giocare. E mi dispiace".
Autore: Alessandro Cavasinni / Twitter: @Alex_Cavasinni
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