Juve, Inter e Lazio. Inevitabile, forse, il salto indietro con la mente fino a quasi vent’anni fa, quando in una delle più belle corse a due tra Inter e Juve si interpose proprio la Lazio, all’Olimpico, in una delle più grandi piaghe della storia interista. Quando Simeone appesantiva una doppietta di Poborsky e la clamorosa vittoria biancoceleste venne blindata da un Simone Inzaghi qualunque, Ronaldo piangeva sotto il cielo di Roma e Conte vinceva lo scudetto a Udine. Diciotto anni dopo, nel mix di carte e panchine che ha disegnato nuovi e inaspettati equilibri della Serie A, nella rivoluzione di filosofie e sentimenti torna la Lazio di quel Simone Inzaghi non più qualunque, l’avversaria più silenziosa diventata la più insidiosa per Conte quanto per Sarri. L’anno scorso Inzaghi ha punito due volte l’Inter di Spalletti: in campionato e in Coppa Italia, trofeo che poi ha vinto, per poi replicare per due volte lo scherzetto in stagione alla Juventus di Sarri, sconfitta in campionato e in Supercoppa.
Nascondersi è ormai impossibile, persino per la scaramanzia. La corsa a tre per uno scudetto che nominare piace non più soltanto alla Juventus è più aperta che mai. Se a inizio stagione si pensava ad un potenziale menage a trois con il Napoli tra le vecchie rivali di Torino e Milano, a inizio girone d’andata l’outsider è la meno ‘nuova’ e al contrario la più tradizionale tra tutte in campionato, la Lazio di Inzaghi. Quella meno rivoluzionaria e rivoluzionata tra tutte perché i ragazzi di Inzaghi praticamente per nove undicesimi di formazione titolare sono gli stessi dell’anno scorso, con lo stesso allenatore, alla guida della prima squadra dal 2016. Risultati e numeri che non si verificavano da 13 anni. La Juve scivola prima a Napoli, poi a Verona e rende all’Inter quei i punti persi nei pareggi con Atalanta, Lecce e Cagliari; la Juve paga pegno all’Inter, ma anche alla Lazio. I biancocelesti infatti in campionato finora hanno perso solo 2 volte, di cui una all’andata a San Siro proprio contro l’Inter. Alla quinta di campionato, un girone fa, 19 giornate fa, 46 punti fa. Da quel 25 settembre l’Inter ha fatto 39 punti con 1 sconfitta, 6 pareggi e 12 vittorie e nel giro di due settimane dovrà affrontare le dirette concorrenti con Coppa Italia ed Europa League in mezzo.
La sconfitta incassata contro il Napoli può in tal senso spingere o frenare gli animi e le menti, più che le gambe, di un’Inter che si ritrova ad affrontare il più ostico e complicato degli avversari alla fine di un mini ciclo di tre partite in sette giorni. Dalla parte dei nerazzurri si schiera la grinta del signore in panchina, troppo ‘Conte’ per permettere una prestazione come quella di mercoledì e per credere che persino la prova contro il Napoli sia solo frutto di un caso. Mai mettere il tecnico salentino davanti all’obbligo di dover scegliere, perché dipendesse da lui le partite si vincerebbero sempre. Inevitabile però tener d’occhio il calendario e persino per uno come lui compiere delle scelte (e qualche volta delle rinunce) è quasi necessario. Contro i partenopei l’Inter non è sembrata la stessa che ci ha abituati in questi sette mesi e volutamente con il freno a mano tirato si è quasi ‘accontentata’ di uno 0-0 sporcato con un guizzo da Fabian Ruiz che ha indirizzato il risultato dalla parte del gruppo di Rino Gattuso. Conte lo sa e dovrà ridisegnare la sua Inter, che per sua fortuna ritrova il Toro Lautaro Martinez, mai domo neppure contro i partenopei con cui ha fatto le prove generali prima del grande ritorno. Ancora un problema per Stefano Sensi, che lascia ulteriore spazio a Christian Eriksen, che ha mancato la consacrazione per un pelo, o meglio, un palo. O meglio ancora, per un incrocio di pali. Il danese dovrebbe partire dalla panchina, ma il suo apporto a gara in corso potrebbe dare quel pizzico di qualità che in situazioni come questa sera contro gli uomini di Inzaghi sono un tocca sana.
La vera certezza di Antonio però è Stefan De Vrij, l’uomo dei silenzi e dei sorrisi che quest’anno sembra essere uscito dalla timidezza che qualche volta lo contraddistingueva lo scorso anno, una timidezza (quasi timore) che proprio l’anno scorso lo tenne indisponibile in tutti e tre incroci con i laziali; soprattutto all’Olimpico di fronte al suo ex pubblico, troppo duro e cattivo nei suoi confronti dopo quel Lazio-Inter finito come tutti sappiamo. Quest’anno il nerazzurro numero 6 (che in pagella il 6 lo supera di gran lunga in quasi ogni match) al solito gentile sorriso ha contrapposto spalle larghe e schiena dritta, e dietro quello sguardo da ragazzo dal cuore d’oro si nasconde il più attento e impeccabile baluardo della rosa interista: l’acquisto migliore (che acquisto tecnicamente poi non è stato, essendo arrivato a zero) degli ultimi due anni, seppure la sua maestosità passa spesso in sordina. È proprio lui che questa sera dovrà fare rumore lì dove nei suoi confronti di rumore se ne è sentito fin troppo e probabilmente ce sarà ancora. Vecchie conoscenze da fronteggiare: non solo il pubblico laziale, ma anche e soprattutto il vecchio amico Ciro Immobile, che lui conosce molto bene, Caicedo, Correa e anche Milinkovic-Savic che trova sempre il modo di inserirsi. Ma se di inserimenti parliamo anche Stefan sa il fatto suo, e lo ha ribadito la scorsa domenica contro il Milan, e chissà che proprio come con il Milan non possa metterci ancora una volta lo zampino, o meglio la testa. E allora, in questa notte di incroci col passato e col destino, l’ex che può far male si troverebbe dall’altro lato della distinta e questa volta il cielo di Roma farebbe piangere ancora, sì ma di gioia, come avvenne a Steven Zhang due anni fa dopo che la prese Matias Vecino. E questa volta, tra Antonio Conte e l’Inter nessuno toglierebbe niente all’altro e al contrario sarebbe festa per tutti: non di certo per uno Scudetto, ma almeno per tre punti che segnerebbero un solco importante in chiave tricolore.
Autore: Egle Patanè / Twitter: @eglevicious23
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