Lunga intervista rilasciata da Youri Djorkaeff alla RSI, all'interno del programma 'LARMANDILLO'. L'ex calciatore francese, campione del Mondo nel 1998 e campione d'Europa nel 2000, nonché vincitore di una Coppa UEFA con l'Inter nel 1998, ha parlato di vari argomenti relativi alla sua carriera e in generale di sé stesso.
Da dove iniziamo?
"Da quando ero piccolo. Il calcio mi piaceva perché mio padre era capitano della nazionale. Quando lui giocava non sapevo che fosse un lavoro, era divertente andare agli allenamenti, allo stadio. Era bello parlare di calcio, sempre con obiettività, con gli zio, i nonni, i fratelli...".
Quando hai capito che poteva essere un lavoro?
"Mai. Non posso immaginarlo così. Io ho avuto una grande fortuna di capire a 14 anni che il calcio era ciò che volevo fare. Mi sono messo subito a lavorare, ma non era pesante. Io volevo giocare ad alto livello, non ho mai pensato fosse dura. Anche a 38 anni, a New York, andavo ad allenarmi felice".
Hai fatto un pezzo musicale duft punk.
"Nella mia vita c'è sempre la musica. Prima della partita, dopo, la sera, in auto da Milano ad Appiano. Mi hanno proposto di fare un disco e l'ho fatto. Solo uno. Mi piace sviluppare progetti che mi vengono in mente".
Sai che i tifosi interisti si sono divertiti in questo momento (mostra la rovesciata alla Roma, ndr)? Si tratta del gol più bello della tua vita?
"Sì, perché arriva a 29 anni, quando fisicamente stavo bene, stavo bene a Milano, mi piaceva la gente, San Siro, l'Inter... Questo go con questa squadra... Per questo era bello per me. Poi, provare questo gesto non è facile. Devi essere libero di testa".
Va in onda un video di Maurizio Ganz che racconta quel gol, scherzandoci su e prendendosi qualche merito.
"Mi è piaciuto giocare con lui, lottava come tutti noi all'Inter".
Pensi davvero che la squadra che perse il quarto di finale di Champions contro il Manchester United fosse la più forte in cui hai giocato?
"Sì. Non so cos'è mancato. Abbiamo affrontato un grande Manchester, Schmeichel all'andata ha preso tutto. Lo United aveva una grande squadra e ha vinto con merito però".
Parliamo del Mondiale '98: agli ottavi fate fatica col Paraguay.
"Molto. Fa calcio, è un turno a eliminazione. Poi c'è Chilavert in porta per loro. Non abbiamo avuto grandi occasioni, siamo andati ai supplementari. Poi Laurent Blanc arriva da dietro e segna, così vinciamo. Sarebbe stata complicata andare ai rigori, loro cercavano questo. Era una partita molto difficile, ma era importante rimanere uniti fino alla fine".
Più fatica contro il Paraguay o contro l'Italia ai quarti?
"Paraguay. Io e Roby (Baggio, ndr) abbiamo avuto grosse occasioni. Ne parliamo spesso con lui. Io l'avevo visto dentro il suo tiro. Con l'Italia è sempre difficile. Nel '94 ho segnato a Napoli il mio primo gol contro gli azzurri in amichevole, eravamo fuori dal Mondiale quell'anno perché veniamo eliminati perdendo contro Israele e Bulgaria. Era la mia prima convocazione, avevamo già il passaporto. Ci serviva solo un punto in due partite... A Napoli contro gli azzurri era la mia prima da titolare, segno e vinciamo 1-0. Una partita che cambia tutti, prima perdevamo sempre con l'Italia".
Ti riferisci anche alla finale del 2000? Zoff è ancora arrabbiato per i minuti di recupero...
"Sì, ma l'Italia ha tante occasioni prima del nostro pareggio con Wiltord. Poi arriva il golden gol di Trezeguet che in quel momento era una bellissima regola per noi. Ti dirò di più. Al nostro arrivo in Belgio, all'inizio dell'Europeo, appena sceso dal bus dissi: 'è per noi'. Nessuno può togliercelo, è nostro. Noi eravamo la sola squadra al mondo capace di sistemarci in un attimo in entrambe le fasi. In campo sapevamo già cosa fare, era la nostra forza".
Viene mostrato un video in cui nello spogliatoio l'ex CT Jacquet parla benissimo di Djorkaeff.
"Era un dio, aveva le parole giuste per tutti. Qualche volta a Clairefontaine mi guardava e diceva 'no, non ti allenare oggi'. Sei arrabbiato, torna in camera e rientra in campo se hai la testa giusta'. Io facevo finta di andare in camera e poi tornavo. Jacquet lo amo perché ha capito che dare responsabilità al giocatore non significa perdere forza. Dava le chiavi mostrando fiducia al proprio giocatore. A volte sul momento non capivi cosa ti voleva dire, poi dopo qualche giorno era tutto chiaro".
Si torna a parlare del quarto di finale contro l'Italia.
"Nei tempi supplementari subisco un colpo alla gamba, a un certo punto non riesco più a camminare ma resto in campo fino alla fine. Per questo non tiro uno dei rigori. Jacquet mi chiede di restare in campo lo stesso".
La Francia vince ai rigori.
"Era scritto, Parigi era la nostra forza. Noi giocavamo quasi tutti in Italia, li conoscevamo tutti. Era il nostro Mondiale".
Non dirmi che era anche scritto che Thuram segnasse gli unici due gol in Nazionale nella semifinale contro la Croazia.
"Mamma mia. Ho servito io l'assist per il primo gol. Quando l'ho fatto mi sono detto: 'perché gliel'ho passata? A Lilian mai!'. Lui è cresciuto con me, io ero a Monaco e lui più giovane. Dopo gli allenamenti si fermava a tirare con me, la palla andava a destra, a sinistra, mai in porta... Poi guarda che gol ha segnato. Il passaggio è stato incredibile. Perdevamo 1-0 in quel momento, il pareggio è arrivato subito dopo. Il gol croato è stato una liberazione per noi, nella ripresa Thuram segna addirittura di sinistro".
L'uomo del destino è Thuram.
"Non so spiegare perché, ma lui è cresciuto durante il Mondiale. Lo conosco, è arrivato con le sue idee ma nel corso del torneo è diventato un altro giocatore, ha preso fiducia".
Nello spogliatoio chi parlava di più?
"Deschamps all'inizio, ma in generale parlavamo tutti. Io ero tranquillo. Noi più vecchi provavamo a fare le cose bene".
Hai guardato l'altra semifinale Brasile-Olanda? Chi volevi in finale?
"Che partita. Volevo il Brasile, con il Fenomeno. L'Olanda non ci faceva paura, un Francia-Brasile in finale è per la vita".
Ho notato l'ingresso delle squadre in finale. Avevate un ordine ben preciso?
"Sì, sempre così. Credo fosse per scaramanzia. Come nel 2000 appena scesi dal bus, nel corridoio ero convinto e ho detto: 'abbiamo vinto'".
Sapevi che Ronaldo, tuo compagno di squadra all'Inter, non era stato bene?
"Sì sì, sono andato nello spogliatoio a parlare con lui. Mi ha detto che era tutto a posto, che sarebbe andato a vincere. Io gli ho risposto che lo volevo al 100% perché avremmo vinto noi. Mi ha detto che stava bene".
Il medico a Parigi disse che ha avuto quell'attacco perché era sotto pressione, in uno stato di ansia e di conseguenza aveva avuto questo malore. I suoi compagni di squadra temevano fosse morto...
"Se vedi la partita ha giocato bene. Quando entriamo in campo il Brasile era la più bella squadra al mondo, ma noi eravamo più alti di loro. Li guardiamo dall'alto e loro lo notano. Poi giocavamo la finale in casa..."
In finale doppietta di Zidane di testa.
"Lui non segna mai di testa! Non lo marcavano, il punto debole dei brasiliani è che non sanno marcare".
Deschamps faceva già l'allenatore, è lui che parla nello spogliatoio.
"Jacquet lo ha lasciato parlare all'intervallo della finale, poi siamo rimasti tutti zitti. Sentivamo che qualcosa non funzionasse, conoscevamo la forza del Brasile. Eravamo 2-0, ma dicevamo che non fosse nulla. Poi dire che siamo 0-0 è facile, ma non è così. Siamo rientrati in campo arrabbiati, per questo non abbiamo subito gol. Tutto ci è venuto naturalmente".
Alla fine segna anche Petit e finisce 3-0.
"Quello importante però è il secondo gol di Zizou. Io batto il corner. Di norma è lui a calciare i corner a sinistra, mentre Petit lo fa a destra. Zidane però fa battere me perché aveva già segnato di testa. Questa è la forza del nostro gruppo, prendere la responsabilità di certe scelte".
Ronaldo è il giocatore più forte con cui hai giocato?
"Sì, ha qualcosa in più di tutti gli altri. Anche di Messi, di Cristiano Ronaldo, il numero uno è il Fenomeno".
Nei festeggiamenti c'è anche Chirac.
"Molto importante anche per noi, è il presidente che ha riconosciuto il genocidio armeno e questo conta per me".
La vittoria del Mondiale è il momento più bello della tua carriera?
"Sì, sono a casa mia, con la mia famiglia, i miei amici. Quel gruppo è stato il primo a vincere in casa, il primo a mettere la stella sulla maglia, ci sono tante cose simboliche in questo Mondiale. Abbiamo cambiato il Paese. Il mix sociale della generazione successiva parte dal calcio. Quando Le Pen dice che questa non è la Nazionale francese, io volevo solo cantare l'inno nazionale. L'unità non c'era in Francia, noi l'abbiamo fatta. Eravamo francesi con altre origini, questo era importante".
La tua formazione tipo di quel Mondiale?
"In porta Barthez, difesa a quattro con Thuram, Blanc, Desailly, Lizarazu. Poi Petit, Deschamps, Zidane, Djorkaeff, Karembeu e Guivarch. Abbiamo vinto, la squadra era la più forte. Ronaldo, Maldini, Roberto Carlos in panchina!".
Com'è possibile che al Mondiale 2002 uscite subito perdendo 1-0 col Senegal?
"Questa è la bellezza del calcio. Siamo arrivati al 2002 come i Rolling Stones, delle rockstar. Ma se tratti male il calcio il calcio alla fine ti tratta male. Peccato, perché il 2002 è un segnale per tutte le generazioni. Pensavo che non potesse andare peggio, ma è successo nel 2010. Altre generazioni hanno avuto problemi. Ma il 2002 è stata colpa nostra".
Chiudiamo con l'Inter: vinci a Parigi la Coppa UEFA, dopo averla persa un anno prima ai rigori contro lo Schalke 04 a San Siro.
"Che partita, Zamorano, Zanetti, il Fenomeno... Una delle più belle partite dell'Inter dal primo all'ultimo minuto, con Gigi Simoni. Noi abbiamo un gruppo whatsapp con quella squadra. L'Inter per me è differente rispetto alle altre squadre. In Italia ho avuto anni belli. Poi vedere Gigi (Simoni, ndr) così mi prende il cuore. Sai che Gigi ha regalato a tutti i giocatori, per Natale, uno schiaccianoci? Voleva dirci che ci rompeva le scatole. Era così".
Autore: Redazione FcInterNews.it / Twitter: @Fcinternewsit
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