Lunga intervista oggi a La Gazzetta dello Sport per Barbara Facchetti che racconta del rapporto con il padre Giacinto. "Che papà era? Dolce, premuroso. Un papà molto presente, anche se il suo lavoro spesso lo portava lontano. Trasmetteva serenità, incoraggiava. Ma pretendeva un comportamento adeguato: in casa non erano ammesse le parolacce".

"Un suo rimpianto sportivo? Credo il Mondiale 1970 - racconta Barbara -: dopo la semifinale con la Germania Ovest, l'Italia arrivò stanca alla finale con il Brasile di Pelé. Io ero la più grande di quattro figli, spesso percepivamo il suo stato d'animo. Non chiedevamo molto perché in casa non parlava mai di calcio. Però quando lo vedevamo soffrire gli dicevamo anche di mollare, ma il suo amore per l'Inter era troppo grande: non avrebbe potuto farne a meno".

Nell'intervista si parla anche del ritiro della sua maglia numero 3. "Se sarebbe stato d'accordo? Penso di no, anche se si è trattato di un omaggio. A me dispiace che l'abbiano ritirata: sarebbe bello vederla ancora sul prato di San Siro. Calciopoli? Le cattiverie subite non sono state la causa della malattia, ma sicuramente lo hanno ferito profondamente nell'animo. La malattia ha avuto purtroppo un decorso rapidissimo. Ero con lui alla finale d'andata di Coppa Italia all'Olimpico tra Roma e Inter il 3 maggio 2006. Papà tornò con la squadra, io mi fermai lì perché lavoravo agli Internazionali di tennis. Il giorno dopo mi chiamò la segretaria di Moratti perché papà non stava bene: era in ospedale, dagli accertamenti emerse il tumore al pancreas. Molto aggressivo, purtroppo. Fu una mazzata tremenda per tutti. Lui affrontò la malattia con una dignità straordinaria: senza mai lamentarsi o far pesare nulla, provando a reagire e a lottare come sempre. Un giorno in giardino si mise a fare gli addominali. Non voleva mollare. Ma la chemio era molto pesante e c'era poco da fare. Il 4 settembre morì".

"La demolizione di San SiroSarebbe dispiaciuto, lui era un romantico. Io vado ancora allo stadio, anche se con minore assiduità rispetto agli anni in cui era presidente. Dopo la sua morte ho preso le distanze per un lungo periodo. Soffrivo a tornare lì senza di lui. Se c'è qualcosa che mi ha fatto male? Il tentativo di trascinarlo, post mortem, nel fango di Calciopoli: non se lo meritava proprio. La relazione di Palazzi è stata una semplice accusa sbandierata come sentenza. Ma le sentenze di Napoli sono sotto gli occhi di tutti. Ogni tentativo di manomettere la memoria alla fine è fallito. Se mi manca? Tantissimo. Mi piacerebbe condividere con lui ciò che sto facendo, chiacchierare di tante cose. La partita inaugurale del Mondiale sarà all'Azteca di Città del Messico, lo stadio della partita del secolo, una delle sfide iconiche della sua carriera. Non vedo l'ora di essere II. Lo sentirò ancora più vicino".

Sezione: Rassegna / Data: Mar 28 aprile 2026 alle 09:10
Autore: Antonio Di Chiara
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