Ok la grande forza del Paris Saint-Germain, ma come è possibile che l'Inter non sia praticamente mai scesa in campo proprio nella partita dell'anno? La domanda è rimbalzata nella testa degli interisti (e non solo) subito dopo il triplice fischio di Kovacs nella finale di Champions League di Monaco. Letteralmente disastrosa per i nerazzurri, asfaltati dalla classe e dai colpi di Doué e delle altre stelle parigine unite alla tattica perfetta di Luis Enrique: un 5-0 che resterà per sempre un neo incancellabile della storia del Biscione. Questo è innegabile.
La disfatta incassata in Baviera ha lasciato in eredità un mix di sentimenti e sensazioni difficilmente spiegabili: la rabbia per la sconfitta si faceva quasi sopraffare dalla forte delusione per un atteggiamento indegno di chi dirige la società, di chi è sceso in campo e anche di chi stava seduto in panchina. Con un contratto milionario ancora non firmato prima del 31 maggio ma già conservato con cura nella tasca della giacca. Questo, almeno, quanto venuto fuori nelle ultime ore con le importanti e spiazzanti (almeno per alcuni) dichiarazioni rilasciate da Esteve Calzada, CEO dell'Al Hilal. Intervistato dalla BBC, il dirigente del club arabo ha rivelato dei retroscena significativi sul matrimonio con il piacentino: "Potrebbe sembrare un risultato improvviso, ma è il risultato di un duro lavoro - ha esordito -. Stava giocando una partita importante e ci ha chiesto di tenere la cosa da parte fino a dopo la finale di Champions. Aveva già deciso ma non ha voluto firmare prima della finale, solo perché per rispetto ci ha chiesto di aspettare; il che è sicuramente abbastanza giusto". Giusto? Mah, diciamo che dipende dai punti di vista...
Chiariamo: se Inzaghi - come ammesso dal diretto interessato - reputava concluso il suo ciclo all'Inter aveva tutto il diritto di cambiare aria. Che fosse semplicemente per cercare nuovi stimoli, per la voglia di provare una nuova cultura, per mettersi alla prova lontano dall'Europa o per (scenario più probabile) intascare circa 25 milioni di euro all'anno più annessi, ricchi bonus. I discorsi fatti nel recente passato non cambiano: l'Inter guidata dal Demone era divertente e bella da vedere, in 4 anni e 217 panchine sono arrivati 6 trofei (soprattutto il leggendario Scudetto della Seconda Stella vinto nel derby col Milan) e ne sono sfumati altri. Il tutto con un mercato risicato e pochi investimenti che hanno in parte condizionato l'ottimo lavoro del tecnico, che ha risposto comunque presente con un fatturato aumentato in maniera importante soprattutto grazie ai ricavi legati al percorso sportivo.
La motivazione dell'addio ha poca importanza, è il modo che fa la differenza. La testa di Inzaghi, della squadra e della dirigenza non era tutta sull'appuntamento di Monaco. È inspiegabile che una squadra andata sotto solo per qualche minuto in tutta la competizione, e reduce dalle imprese contro Bayern Monaco e Barcellona, non abbia messo in campo nulla di ciò che il suo allenatore ha inculcato in quattro anni di duro lavoro. Perché all'Allianz Arena, dopo il gol di Muller, l'Inter ha la forza di riportarsi avanti con il 2-1 di Frattesi senza accontentarsi del pareggio? Perché, nel ritorno di San Siro, la squadra reagisce al gol di Kane con il doppio gancio di Lautaro e Pavard? Perché l'Inter va a Barcellona e, nonostante la sofferenza, risponde colpo su colpo siglando comunque tre gol senza mai andare in svantaggio? Perché, nel secondo round di Milano, quando era praticamente fuori dalla Champions al minuto 87, l'Inter trova lo stesso la forza per ribaltarla con una pazza e storica rimonta? E soprattutto, e qui arriviamo al dunque... perché a Monaco non si è visto niente di tutto questo?
Nell'avvicinamento alla finale la key word utilizzata da tutti era "consapevolezza", dopo il triplice fischio si è sdoppiata in "orgoglio" e "percorso". Inzaghi non è José Mourinho, ancora nel cuore dei tifosi nonostante la separazione nell'immediato post finale di Champions (vinta) per andare al Real Madrid (e non all'Al Hilal). Ma l'addio del Demone mette anche in luce anche le colpe di una dirigenza esperta (almeno sulla carta) che non ha saputo capire, programmare in anticipo e gestire il momento di apparente emergenza. Che forse non è mai realmente esistito.
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