L’Era Chivu è cominciata ufficialmente lunedì 9 giugno intorno alle ore 16, quando l’Inter ha rotto gli indugi pubblicando il comunicato che annunciava la firma del romeno sul biennale che lo legherà al Biscione fino al 30 giugno 2027. Una grande occasione e una grande responsabilità per l’ex difensore nerazzurro, chiamato a raccogliere la pesante eredità di Simone Inzaghi, volato in Arabia per incassare una valanga di milioni dall’Al Hilal dopo i quattro anni intensi trascorsi a Milano e conditi da ottimo calcio, sei trofei (uno Scudetto, due Coppe Italia e tre Supercoppe Italiane) e qualche bruciante delusione. La disastrosa finale di Champions League su tutte. Il ‘giovane’ Chivu arriva all’Inter in un momento particolare della storia del club, con il chiaro obiettivo di raccogliere le macerie di Monaco e di provare ricostruire le basi per un nuovo ciclo vincente. Non sarà facile smaltire una botta del genere e lavorare sulla testa dei giocatori, ma il nativo di Reșița ha presentato la sua ricetta già nelle prime dichiarazioni rilasciate alla tv di casa: prima di tutto “bisogna recuperare le energie mentali”, per poi concentrarsi sulla tattica e sul lavoro in campo. Sacrosanto.
Nella sua breve carriera in panchina, il classe ‘80 si è affidato principalmente a due moduli: il 4-3-3, utilizzato nella vincente parentesi alla guida della Primavera nerazzurra e nelle prime uscite sulla panchina del Parma, e il 3-5-2 (che in fase difensiva si trasforma in 5-3-2), proposto ancora in Emilia per compattare la squadra, renderla più solida e tagliare alla fine il traguardo salvezza. Obiettivo centrato in appena 13 presenze in Serie A da allenatore e con un calendario più che scomodo che ha visto i gialloblu pareggiare con Inter, Fiorentina, Lazio e Napoli e strappare vittorie di prestigio contro la Juventus al Tardini e a Bergamo (in rimonta) contro l’Atalanta. Insomma, la strada in salita non ha rappresentato un ostacolo ma uno stimolo: Chivu ha dato la sua impronta e centrato l’obiettivo nel suo primo assaggio di massima serie del campionato italiano. Ovvio, però, che il salto dal Parma (con tutto il rispetto) all’Inter è grande. E vede alzare in automatico anche l’asticella delle aspettative.
Quella nerazzurra è una squadra che recentemente ha messo in bacheca Scudetti, Coppe Italia Supercoppe Italiane, arrivando in finale di Champions per due volte negli ultimi tre anni. La dirigenza, soprattutto ber bocca del presidente Beppe Marotta, ha ribadito che nonostante il cambio in panchina gli obiettivi sono “i soliti” perché “è la storia dell'Inter che lo dice” (cioè lottare su tutti i fronti? Chiediamo per un amico…) e assicurato la piena fiducia al nuovo allenatore. Che avrà bisogno di tempo, di un mercato all’altezza e di protezione da parte della società, che non può commettere lo stesso errore del recente passato, ovvero sbandierare con inutile spavalderia ai microfoni che “l’Inter lotterà per tutto” quando in realtà non ha i mezzi - a partire dalla rosa - per poterlo fare. Il Mondiale per Club permetterà a Chivu di catapultarsi subito nella nuova realtà e di iniziare a lavorare con una squadra che dovrà essere plasmata secondo il suo credo e che, soprattutto, andrà svecchiata con gli arrivi di giovani pronti e con ampi margini di crescita. Ora che dal punto di vista economico si può (e per questo tanti meriti vanno dati a Inzaghi), si deve investire; gli arrivi di Petar Sucic e di Luis Henrique sono un bell’antipasto, ma per essere sazi c’è bisogno di ben altre portate.
Chivu ha accettato un incarico affascinante, ma allo stesso tempo pericoloso: poteva restare a Parma (dove stava per firmare il rinnovo) e preparare la prima vera stagione in Serie A fin dalla preparazione, in un ambiente sicuramente meno carico di pressioni rispetto a quello nerazzurro. Ha invece scelto di dire sì al Biscione nonostante sia passato mediaticamente come un’alternativa a Fabregas (anche) per amore di quei colori, seppur rischiando di bruciare precocemente parte della sua carriera. Chivu ha scelto ancora una volta di indossare il caschetto e di scendere in battaglia, come ha fatto in campo con l’Inter fino ad arrivare al tetto d’Europa. E allora indossatelo anche voi, perché è l’unica cosa da fare.
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