È stato lungo il lunedì interista che ha portato Mauro Icardi ad essere confermato capitano. E grigio, come il cielo che sovrasta spesso Milano in questo periodo dell'anno, con il sole che fatica a reclamare il suo spazio tra le nuvole fitte e le pozzanghere, sparse qua e là in città, a ricordare che non basta una domenica di sole ad asciugare completamente giorni e giorni di pioggia. Durante una corsa leggera mi ritrovo davanti a San Siro, deserto e silenzioso quanto maestoso in un curioso lunedì in cui tutto sembra stranamento lento e sosperso. O forse è solo una sensazione. Il portentoso Meazza sembra un vecchio ring ancora scosso, non del tutto ripulito e rimesso in sesto dopo una battaglia intensa. Solo che questa volta si è trattato di una battaglia fratricida e i segni sui partecipanti, probabilmente le cicatrici, difficilmente scompariranno del tutto.
In un'ordinaria domenica di ottobre l'Inter ha subito in casa contro il Cagliari la sua terza sconfitta in campionato, la quinta stagionale. Ma il problema non è nemmeno questo. In un'ordinaria domenica di ottobre l'Inter ha aggiunto un capitolo discutibile al suo pazzo e fantasioso romanzo epico, fatto di glorie e di cadute. C'è un poema latino, rimasto incompiuto, che Lucano scrisse per raccontare uno dei momenti peggiori di Roma antica, la guerra civile e lo scontro fratricida tra Cesare e Pompeo, intitolato Pharsalia. Quello nerazzurro, semmai, può fermarsi prima e avere, semplicemente, il titolo di farsa. Perché questa è l'espressione cui si ricorre quando si fa molto rumore per poi non cambiare nulla. O quasi.
Chiariamo subito: l'Inter che ha lasciato sul braccio del suo numero 9 la fascia di capitano ha evitato una figuraccia che avrebbe avuto pochi altri riscontri nella storia. La decisione presa sembra essere quella giusta se non che le mosse della stessa società in quell'ordinaria domenica di ottobre hanno contribuito a metterla nella più scomoda delle posizioni: quella in cui ci ritrova quando qualunque cosa farai sarà quella sbagliata.
Premesso che chi scrive queste righe non avrebbe avuto nulla da ridire se la società nerazzurra avesse deciso di togliere i gradi di capitano a un giocatore che in estate aveva letteralmente messo in piedi un cinema con tanto di voci, polemiche, contrasti, diffidenze. Chiedere un ritocco dell'ingaggio fa parte del lavoro di un procuratore, farlo nel modo in cui lo ha fatto la "signora" Icardi, evidentemente supportata dal marito, fa parte di un suo personalissimo atteggiamento da cui sarebbe stato comprensibile voler prendere le distanze. E chi scrive non avrebbe avuto nulla da ridire nemmeno se Zanetti e Ausilio avessero annunciato provvedimenti contro il giocatore il giorno stesso, o al massimo quello successivo, l'uscita della tanto contestata autobiografia. Non, con tutto il rispetto, dopo il comunicato al vetriolo della Curva Nord. Ma è davvero necessario scrivere un'autobiografia a 23 anni? Sì, se i tuoi 23 anni sono stati intensi e chiacchierati a ogni latitudine del globo come quelli di Mauro Icardi. Ma la questione non è affatto questa, sebbene la domanda appena posta sia una di quelle più utilizzate nel gioco a chi commenta di più, a chi la spara più grossa sul caso del momento. La vera domanda, semmai, è: perché, visto che una fascetta a tinte nerazzurre in calce al libro porta la scritta "l'attesa autobiografia del capitano dell'Inter", la stessa Inter non ha provveduto a tutelare il proprio nome informandosi su cosa effettivamente quel volume contenesse? Che le memorie di calciatori all'inizio della carriera possano risultare poco interessanti e per nulla rivelatrici è comprensibile, che una società permetta che venga utilizzato il proprio nome senza verificare e, al limite, approvarne il contenuto è piuttosto rischioso, per non dire irresponsabile. Perché il ragazzo ha mille pregi, non è cattivo e di certo, anche se a modo suo, interista lo è davvero. Ma le sue uscite pericolose, la tendenza di famiglia a esagerare con le parole e qualche incomprensione con il mondo Inter sono cosa nota. E il rischio che la penna di Maurito si lasciasse andare a qualche espressione colorita di troppo era prevedibile come un post di Salvini dopo un attentato islamico.
E il ritardo con cui in corso Vittorio Emanuele si è reagito alle deliranti pagine con cui il capitano ha descritto i fatti di Reggio Emilia del 2015 è clamoroso. Ancor più clamoroso che a fare da sveglia ci abbiano dovuto pensare gli ultrà, categoria controversa e contestata, a torto o a ragione, ma con un suo codice e una sua coerenza. Uno che la fascia di capitano l'ha portata come nessun altro mai più farà, in quanto a meriti sportivi, trionfi e qualità umane, Javier Zanetti si era lasciato sfuggire nel prepartita parole sacrosante in linea generale ma scivolosissime in quel contesto particolare: "I tifosi sono la cosa più importante e tutti li dobbiamo rispettare" alludendo a possibili provvedimenti in arrivo contro Icardi. Se non che, come accade in ogni guerra civile, il popolo (interista) si è spaccato tra chi per 90 minuti ha insultato e offeso l'attaccante argentino e chi lo ha applaudito persino dopo il rigore sbagliato (un grande inedito per l'esigente e avvezza alla critica "Scala del calcio"). Quali tifosi voleva dunque difendere e tutelare il vicepresidente Zanetti? Le più nobili intenzioni si sono trasformate in un imbarazzo difficile da spiegare e portare avanti visto che nelle ore seguenti era addirittura apparsa una petizione online da parte di alcuni tifosi che chiedevano alla società di ripensarci, considerando che in serata ci aveva pensato anche il direttore sportivo Ausilio a far convergere i sospetti di tutti sul fatto che Maurito sarebbe stato degradato.
Si è creato così una sorta di cortocircuito, effetto collaterale di un colpevole ritardo della società, svegliata solo dall'assordante comunicato notturno della Curva Nord. Così in quella domenica più folle del solito l'Inter ha perso su tutti i fronti: ha perso, per l'ennesima volta, un giocatore talentuoso, con i numeri e il futuro dalla sua parte ma che dimostra di tenere alla maglia che indossa spesso a parole e assai meno con i fatti. Perché rivangare un episodio che aveva creato tanto astio (poi risanato da qualche scusa, qualche colloquio ma soprattutto tanti gol) con la tifoseria? Perché farlo con quei toni da spocchiosetto di quartiere che vuole dimostrare di non temere i ragazzi più grandi? Forse è semplicemente il suo modo di argomentare e giustificare il titolo: "Sempre avanti". A qualunque costo. Contro chiunque. Ma essere capitano vuole dire, tra le tante cose, essere un esempio e le righe contenute nell'autobiografia di Icardi (per quanto seguite dalla consapevolezza di aver esagerato e sbagliato) di esemplare non hanno nulla, a cominciare da alcune inesattezza dei fatti raccontati. Ma ha perso anche la Curva perché se sul comunicato e sugli striscioni esposti nel prepartita si può vedere una semplice e, più o meno, lecita presa di posizione da parte di chi si è sentito infangato e tradito, gli insulti a gara in corso e il clima surreale creato allo stadio poco si sposano con quello che è sempre stato il loro motto: fare tutto per il bene dell'Inter. Stordire in quel modo chi sta comunque indossando la tua maglia è un autogol più goffo di quello di Handanovic che ha portato alla sconfitta sul campo. E ha perso, naturalmente, chi ha preso una posizione così dura e tardiva salvo poi, dopo qualche ora, chiudere tutto con una multa e una strigliata di 70 minuti. Il colpevole ritardo con cui la società ha reagito, ha costretto chi ci ha messo la faccia davanti alle telecamere a mostrarsi duro e contrariato (Ausilio si era detto "incazzato nero") salvo poi capire, a mente fredda, che moltissimi tifosi non la richiedevano affatto una simile presa di posizione.
Infine, non ci fa bella figura nemmeno una società che prima di pensare a ristrutturare San Siro, a fare grandi colpi sul mercato e investimenti sulle strutture di allenamento potrebbe pensare di mettere in ruoli chiave persone che conoscono i meccanismi del sistema mediatico italiano, che abbiano carisma per farsi rispettare senza dover strillare e che abbiano, soprattutto, la percezione di quello che succede attorno alla squadra. E, non da ultimo, che facciano la fatica di leggere l'autobiografia del proprio capitano (e magari consigliarlo, evitando riferimenti che possano alimentare tensioni) prima che, a tempo perso e al termine delle loro giornate di lavoro, ci debbano pensare coloro che ogni domenica occupano il secondo anello verde del Meazza.
Quando arriva il comunicato ufficiale dell'Inter si chiude un lunedì su cui non è ancora calata la sera ma che ha continuato, per tutto il giorno, a rimanere grigio, con il sole che nel frattempo si era stancato di cercare il suo spazio tra nuvoloni così cupi che hanno portato altra pioggia e le pozzanghere che, nemmeno per oggi, si asciugheranno del tutto. Chi vive a Milano sa che di questi tempi le belle giornate sono rare e bisognerà aspettarle a lungo; chi tifa Inter sa che anche i lunedì migliori di quello appena trascorso andranno attesi. Ma in fondo siamo solo a ottobre e le tempeste passano sempre. Del resto anche il solo fatto di ritrovarti davanti a un San Siro deserto ti ricorda anni e anni di passione. E che "amala" resta l'imperativo dei momenti più difficili.
Giulia Bassi
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