Questo non è un sigaro. Parafrasando René Magritte, si potrebbe condensare in questa frase il derby di Milano di Riyad che ha consegnato al Milan il primo trofeo della stagione calcistica italiana 2024-25. Il sigaro, simbolo di vittoria ormai sdoganato nello sport, è stato fumato negli spogliatoi dopo la vittoria sull’Inter, con tanto di balletto, da Sergio Conceicao, l’uomo capace di ribaltare i pronostici nel giro di pochi giorni dopo essersi dichiarato allergico a chi si nutre di filosofia. "Non sono venuto qui per farmi amici, ma per vincere", ha detto in maniera perentoria alla stampa il tecnico portoghese. Che non sarà simpatico, come raccontato anche da alcuni suoi ex compagni, ma è molto empatico. Un’empatia sgorgata, al termine di due sfide intense nel giro di 96 ore, in sincera commozione dopo l’impresa. Lacrime accompagnate da un 'grazie' ai suoi ragazzi perché il calcio è, prima di tutto, dei giocatori. Un concetto coniugato sull’altra sponda del Naviglio, pur con modi differenti, anche da Simone Inzaghi, il grande sconfitto della final 4 in Arabia Saudita. Il Demone, il cui score nelle gare secche resta comunque invidiabile, ha ceduto lo scettro di supercampione d’Italia dopo tre anni di regno ai cugini nel modo più doloroso possibile, subendo una rimonta da doppio vantaggio. Con un epilogo persino peggiore della famosa stracittadina del 5 febbraio 2022, quella in cui Olivier Giroud capovolse l’andamento di una sfida che sembrava segnata e che si è trasformata per Inzaghi nel peccato originale della sua gestione. Ed è lì che tornano sempre i suoi critici, pronti a ignorare seconda stella, finale di Champions e coppe nazionali assortite per fare i conti degli scudetti persi alla guida di quella che definiscono 'la squadra più forte della Serie A'. Ora che Inzaghi ha perso il suo tocco magico nelle sfide secche, la maratona per il tricolore assume un valore superiore, a maggior ragione perché l’antagonista è Antonio Conte, il termine di paragone col quale Inzaghi convive dal giorno uno in cui ha messo piede alla Pinetina. Il fantasma del salentino, che sembrava essere stato scacciato con la vittoria del titolo numero 20, è tornato prepotentemente alla ribalta quando ha assunto le sembianze terribilmente reali del tecnico del Napoli. La squadra che ha guardato scannarsi Inter, Milan, Atalanta e Juve mentre metteva fieno in cascina in campionato grazie alla vittoria pesante sul campo della Fiorentina. Metaforicamente col sigaro in bocca di chi può rilassarsi un attimo perché la contesa non lo riguarda, Conte ha visto come si è sgretolata in 45' la squadra a cui fa segretamente la guerra per allungare la sua fama di serial winner. "Sul 2-0 abbiamo smesso di giocare", ha ammesso Lautaro Martinez, facendo il mea culpa per tutta la squadra dopo la sconfitta beffarda. Il sigaro messo in bocca al 47’ è il comportamento di chi pensa di aver vinto in largo anticipo sul triplice fischio finale, la consapevolezza della propria forza che scade nella supponenza. Se vuole arrivare in fondo a tutte le competizioni rimaste, l'Inter deve saper distinguere tra controllo (che non può mai perdere) e gestione (fisiologica per i tanti impegni in calendario). La differenza, in funzione del risultato, tra rappresentazione (il valore sulla carta) e realtà (lettura della partita e dell'avversario). Tra un sigaro che si può fumare e uno che può mandare tutti i piani in fumo.
Mattia Zangari / Twitter: @mattia_zangari
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