Potrebbe essere l'ostinata e ragionevole voglia di pensare al futuro o semplicemente il bisogno di vedere uno spiraglio di luce. Una sorta di più o meno volontario tentativo di dire, prima di tutto a se stessi, che tutto tornerà come prima. E il desiderio che questo accada il prima possibile è non solo legittimo ma anche terapeutico per la mente di ognuno di noi. In un qualche modo persino essenziale. 

Alla voce "bisogni essenziali", però, per quanto ognuno decida liberamente cosa aggiungere, sembrerebbe fuori luogo, inopportuno e fuori dalla realtà far appartenere partite e campionati. Almeno al momento. Si è già detto di come da questa voce si siano sfilati i Giochi Olimpici; l'ultimo in ordine di tempo è stato il tennis con l'annullamento del Torneo di Wimbledon: e anche in questo caso un rinvio non lo si vedeva dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. Perché dunque il mondo del calcio continua a fare ipotesi, teorie e pianificazioni su quando e come riprendere? 

Viviamo una fase, se possibile, ancor più delicata di quella iniziale: chiusure, divieti e limitazioni pesano su chiunque da oltre quattro settimane. Difficoltà economiche, sociali e affettive, combinate alle giornate primaverili e alle notizie della diminuzione dell'aumento dei contagiati da Coronavirus, sono una molla notevole che spinge verso l'allentamento della soglia di attenzione, della paura, della capacità di essere rigidi osservatori di regole che no, non piacciono a nessuno ma che, sì, tutti siamo tenuti a rispettare. Per far sì che durino il meno a lungo possibile.

Ecco che allora alla pur comprensibile ma inattuabile voglia di iniziare ad allentare la morsa segue l'aumento delle denunce per chi non rispetta le normative contenute in un decreto governativo. Pensare ora di aver già fatto i conti con ciò che ha chiuso in casa la metà esatta dell'umanità del pianeta terra e con ciò che modificherà la vita che abbiamo davanti non meno di quanto in passato abbiano fatto guerre, carestie e disastri naturali, è un grave, gravissimo, errore.

E nel quadro di una crescente difficoltà a convincere le persone su quanti sacrifici e sforzi siano ancora necessari per poter davvero provare a riprenderci fra non troppo tempo abitudini e affetti messi in pausa in questo terrificante periodo, alcuni messaggi e alcune notizie vanno a complicare ulteriormente le cose e a far perdere di vista le priorità. L'eventuale ripartenza del campionato è tra queste. Perché il timore è che leggendo le ipotesi del nuovo calendario della Serie A, qualcuno pensi davvero di essere fuori dal tunnel e di non essere distante dal potersi di nuovo appropriare di ciò che ora è stato levato. Non è così.

Un po' come quando ci si ostinava a continuare a giocare quando già l'emergenza stava bussando alla porta (e la maggior parte delle persone infatti non aveva chiara la portsta dell'emergenza: che sarà mai, se il campionato prosegue?). Il calcio è uno sport di contatto fisico e mentre si chiedeva alla gente di osservare la distanza sociale di almeno un metro, si offriva al contempo lo spettacolo di calciatori che si scontravano in azione e si abbracciavano dopo un gol. Non proprio il messaggio migliore. Tanto che lo stop è arrivato dopo la notizia della positività di qualche calciatore (fortunato nel potersi permettere un tampone al contrario di chi, nelle corsie di un ospedale e la sera quando rientra a casa deve fare i conti col terrore di essere stato contagiato e di non saperlo). 

Il calcio non ha brillato per coraggio, capacità e tempestività di decisioni in questo periodo. La Uefa meno ancora, arrivata a sospendere Champions ed Europa League con un ritardo dannoso e tragico. E anche ora il presidente Aleksander Ceferin perde la buona occasione per dare il segnale di un calcio diverso, con un ruolo e una funzione sociale da riscoprire e da mettere al servizio dei tifosi (perché il calcio senza i tifosi è come un attore di teatro senza pubblico). Ha detto che "chi chiude arbitrariamente i campionati rischia l'esclusione dalle coppe" in una velata, ma neanche troppo, minaccia al Belgio che ha deciso (saggiamente o comunque liberamente) di chiudere tutto per salvaguardare salute e questioni ben più importanti. 

Tanto per capirci: il giorno in cui ripartiremo arriverà senza dubbio alcuno, ma la ripartenza sarà graduale. Dovremo abituarci di nuovo a uscire di casa, a lavorare come prima, a riavviare attività e locali che rischiano il fallimento o dovranno comunque fare i conti con una crisi mai vista né immaginata. Ma non avverrà dalla sera alla mattina con un colpo di magia. Per questo, se e quando si potrà tornare a inserire in tutto questo il calcio, le sue partite e i suoi allenamenti, è semplicemente impossibile saperlo e ipotizzarlo ora. Ancor più complicato valutare se sia possibile far giocare contro squadre di Paesi diversi visto che a livello europeo ogni Paese ha affrontato l'emergenza in modi e tempi diversi. Persino muoversi all'interno della stessa nazione rischia di risultare complicato. 

E' sbagliato e pericoloso che le persone abbiano la percezione che questo possa succedere perché indurrebbe molti a sentirsi liberi di fare un'uscita in più o di osservare una regola in meno. Anche solo discuterne non alimenta le speranze: distoglie l'attenzione dalla vera priorità. Che è resistere e continuare a fare quello che viene chiesto, senza che qualcuno pensi di aver superato con successo un terreno purtroppo ancora minato. La salute e il benessere non sono negoziabili e non si scende a compromessi. Gireranno meno soldi per tutti, calcio compreso: pensi allora a recuperare una funzione sociale che metta l'aspetto umano davanti a tutto. Soprattutto agli interessi economici. Quando avremo ripreso in mano le nostre vite, torneremo volentieri a guardare partite e a litigare per un fuorigioco o un rigore non dato. Ma quel momento, semplicemente, non è adesso.   

Sezione: Editoriale / Data: Dom 05 aprile 2020 alle 00:00
Autore: Giulia Bassi / Twitter: @giulay85
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