Alzi la mano chi non si ricorda la tiritera sul famoso piano B di Conte? Il tema esplose dopo la bruciante eliminazione dall'Europa dell'Inter per mano dello Shakhtar Donetsk, dopo uno 0-0 nell'ultima gara del girone di Champions League che evidenziò le lacune a livello di imprevedibilità della squadra che ancora stava cercando una sua identità di gioco. Le occasioni, così come all'andata, quando a Kiev finì con identico punteggio, non mancarono, ma la sensazione è che fossero unicamente figlie di pochi meccanismi collaudati e, di conseguenza, più facilmente leggibili dall'avversario. Gli ucraini, in pratica, tolsero ritmo all'attacco nerazzurro, senza aver paura di fare una partita ultra-difensiva dopo essere stati sepolti sotto una cinquina di gol nella semifinale di Europa League di quattro mesi prima. "Oggi lo Shakhtar ha stravolto un sistema di gioco che per loro è l'Ave Maria. Ci hanno affrontato in maniera diversa rispetto alla partita d'Europa League in estate", disse con un misto di orgoglio e amarezza Antonio Conte dopo la partita. Prima di rispondere seccato a Fabio Capello, che tirò in ballo la necessità di aver un'alternativa tattica pronta all'uso per sostituire il solo spartito proposto dal tecnico leccese: "Sì, ce l'abbiamo un piano B. Ma non ve lo diciamo perché altrimenti poi ci parano anche quello e siamo rovinati", le sue esatte parole.
In realtà, in seguito, l'Inter è tornata ad adottare il modulo di base nell'esatto momento in cui ha rimesso in soffitta lo schieramento che prevedeva il trequartista che squilibrava la formazione anche a livello di rotazioni. Conte, per esempio, insistette molto nel proporre Arturo Vidal eccessivamente schiacciato davanti alla difesa, con i rischi relativi del caso, puntualmente evidenziati dagli avversari di turno. Christian Eriksen appariva slegato dai compagni, in un senso di illusoria libertà di espressione della sua classe che portava un evidente scollamento tra i reparti. Da qui la sua inadeguatezza e la sua scarsa funzionalità al progetto, come tenne a sottolineare Beppe Marotta prima di un Verona-Inter 1-2, in un messaggio di mercato che letto con gli occhi di oggi appare quantomeno fuori luogo. Lo stesso Alexis Sanchez, stante i soliti guai fisici che ne hanno condizionato l'ultima parte di carriera, è riuscito a ritagliarsi il ruolo di titolare aggiunto solo quando tutte le pedine della rosa sono andate al loro posto. Un percorso facilmente immaginabile per il Niño Maravilla, che diede un saggio del suo status di uomo decisivo la prima volta in questa annata lo scorso novembre, abbattendosi sul Torino con un gol e un assist nella rimonta dell'ultima versione della Pazza Inter. Quella che non piacque per nulla a Romelu Lukaku, sincero nell'analisi di quel 4-2 finale in rincorsa folle dopo uno svantaggio iniziale di due gol: "Onestamente non siamo ancora una grande squadra, non è un bene vivere difficoltà così. Abbiamo giocato male per 60 minuti, eravamo veramente in difficoltà e abbiamo giocato senza cattiveria e voglia. Poi ci siamo svegliati e abbiamo vinto, questo è l'importante", fece notare Big Rom con parole da leader a fine partita.
Un girone dopo, la Beneamata si è guadagnata meritatamente l'etichetta di big del campionato sul campo sbaragliando la concorrenza, ma soprattutto incutendo quella sana soggezione della squadra spietata che punisce alla prima occasione utile. Tutto il contrario di prima, quando anche un Torino in declino allenato da Marco Giampaolo poteva accarezzare l'idea di fare l'impresa a San Siro. In quel caso, per evidenziare la palese differenza di forze in campo, 'bastò' aggiungere Lautaro Martinez dalla panchina nel contesto di un sistema iper-offensivo che produsse 4 gol in 26 minuti. 'Buttare il cappello per aria', fece notare Marocchi nel post-partita, provocando la risposta al veleno di Conte. Di certo, al di là dei sofismi, quella fu una reazione dettata da una forzatura tattica paragonabile a quella all'esordio con la Fiorentina. Situazioni di gioco preparate sicuramente in allenamento, ma che per la contingenza del loro utilizzo non possono non rispondere alla regola del 'caos organizzato'. Quelle due partite sono lì a dirci che l'Inter è diventata da scudetto nel corso dei mesi solo nella mentalità perché a livello di organico non ha mai avuto nulla da invidiare a nessuno, tantomeno alla Juve nell'anno in cui ha deciso di affidare le chiavi a un principiante che peraltro non ha mai potuto contare su Dybala, il miglior giocatore dopo Ronaldo.
La parabola sportiva dal Torino a Torino, quindi, suggerisce che ora l'Inter controlla le partite anche quando sembra subirle, dando l'impressione solo ai più superficiali di farsi dominare. Un paradosso facilmente spiegabile: il fatto di lasciare il possesso palla agli avversari è una scelta, se si assume di avere una difesa che regge benissimo gli urti abbassandosi dentro la propria area di rigore. Al contrario, se un avversario copia la strategia mettendosi a specchio come lo Shakhtar, i limiti del passato adesso vengono subito nascosti dalla classe di chi è abituato a giocare contro squadre chiuse che un tempo non c'erano: Eriksen e Sanchez, appunto, piccole note a margine nello 0-0 dell'esilio europeo, ora uomini chiave nel dare ulteriore slancio verso il tricolore numero 19. A premiare la miglior squadra d'Italia, capace dopo quasi due anni di Conte di sorprendere le squadre in campo aperto e quando gli spazi si riducono. Sfruttando ora la velocità di Lukaku e Hakimi quando la palla corre, ora la classe della coppia Eriksen-Sanchez quando ha poca inerzia. Manca solo un ultimo tassello per definire l'Inter 'grande' in senso assoluto e non relativo al solo torneo nazionale: il modo di difendersi. In campo aperto, per ora, non è cosa: il piano B è già naufragato proprio contro Gladbach e Real. Un fallimento che a posteriori ha circoscritto i confini di grandezza di questa Inter, gigante della Serie A capace di battere 1-0 con modalità ampiamente criticate l'Atalanta, ridimensionata otto giorni più tardi dal ko decisamente più netto col Real Madrid, frettolosamente bollato come il peggiore degli ultimi 30 anni. Qui sta l'errore più grande che si legge nelle valutazioni della critica: utilizzare superlativi relativi per gli avversari internazionali e assoluti per le nostre squadre, non capendo che da almeno dieci anni è inutile anche istituire termini di paragone. "Il Real ha fatto l'Atalanta' o 'Zidane ha copiato Conte mettendosi a 3 in difesa' sono le analisi più provinciali sentite nella due giorni europea che ci riportano a una domanda essenziale: quale squadra italiana può definirsi davvero grande? Nessuna, il campo ha già sentenziato con 4 eliminazioni su 4 prima dei quarti di finale. Ci rimane il rispetto che è riuscita a meritarsi l'Atalanta, splendida imbucata nell'élite del calcio da due anni, o la tradizione nobiliare di Inter e Juve, le vere delusioni di questa edizione di Champions. Ma ora, silenzio: da venerdì torna il campionato di casa nostra, il più difficile del mondo. Chissà perché si confonde la difficoltà col tatticismo esasperato. Sul tema ci interrogheremo inutilmente tra un anno, l'appuntamento è già fissato per marzo 2022.
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