"Dio è morto", scriveva il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche nel 1882 per esprimere la decadenza del mondo occidentale. "Dio è morto", ha scritto poi anche Francesco Guccini nel 1965 per denunciare e schifare "falsità, le fedi fatte di abitudine e paura, una politica che è solo far carriera, il perbenismo interessato, la dignità fatta di vuoto, l'ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto". "(Il) Dio (del calcio) è morto", ha gridato, infine, l'anno 2020, la sera del 25 novembre, per ricordarci che anche gli immortali, gloriosi e indelebili simboli di popoli e di nazioni, prima ancora che di tifosi, muoiono, sì. Come Dio.

La sera del 25 novembre resta una sera segnata dall'accavallarsi di eventi, rimpianti, parole, manifestazioni, partite, commenti. Un susseguirsi di cose di cui ci chiediamo, all'interno di un'ipotetica scala di valori, l'importanza. Immaginiamo di essere in un anno normale, di una sera normale, in un qualunque bar dove la gente può ancora ritrovarsi dopo una giornata passata a lavorare, discutere, commentare. Ordinando una birra tra un "Dio, è morto Maradona", un "dai che tra poco inizia l'Inter" e un "oggi era la giornata mondiale contro la violenza sulle donne". Perché la vita, come il calcio, è questo: un accavallarsi di cose che non necessariamente hanno un legame ma che altrettanto necessariamente non si escludono. Il fatto che un editoriale di calcio, in una sera così, lo stia scrivendo una donna, in qualche modo lo dimostra.

Immaginiamo di essere in questo bar dove si parla del più grande calciatore di sempre, di colui che la storia ha impresso in maniera indelebile sui muri dei quartieri di Napoli e scolpito, in maniera ancor più indelebile, nell'anima orgogliosa dell'Argentina. "Te lo ricordi quel gol contro l'Inghilterra ai Mondiali di Messico '86?". "Come no, il gol del secolo". "Ma la formazione dell'Inter ti convince?". "E quel telecronista argentino che urlava gracias Dios, por el futbol, por Maradona, por estas lagrimas, por este Argentina 2, Inglaterra 0". "Si ma dai c'è da battere il Real Madrid sennò anche quest'anno addio Champions". "Oggi ho letto la storia di una donna che è stata picchiata, umiliata, ma che poi ha avuto la forza e il coraggio di reagire e ribellarsi". Poi ne esiste un'altra che ha raccontato un'aggressione sessuale e un'altra ancora che, invece, non può più raccontare un bel niente. Né in una sera così, né in nessuna altra sera. Dio è morto allora, se succedono cose così, da un pezzo.

Poi c'è l'Inter, sì. Perché la vita, e il calcio con essa, ci mostra sempre quelle abitudini e quegli appuntamenti che provano a rimandarci a una normalità ormai lontana, ma che non vogliamo, non possiamo, lasciarci sfuggire del tutto. E allora finiamo per aggrapparci disperatamente alla normalità e alla quotidianità che nel nostro bar immaginario sarebbe quello di una seconda birra ordinata e di un religioso silenzio davanti alla partita. Ma forse non stasera.

Perché lo si potrebbe, anzi dovrebbe, scrivere sì, di un'Inter alla fine dominata in lungo e in largo dal Real Madrid che per la prima volta viene a vincere a San Siro e, di fatto, elimina la squadra di Conte dalla Champions. E' andato in scena un "monologo madridista" a cui i nerazzurri non hanno saputo frapporsi nemmeno con rabbia, disperazione o chissà cosa. Un'Inter incapace di avere un'identità, uno spessore, un'idea, una logica. Incapace di reagire e dare segnali, anche solo di orgoglio. Un'Inter brutta, apatica, difficile da commentare persino in una serata normale, figuriamoci in una serata così.

Avreste voluto leggere un editoriale di calcio e questo non lo è. Un po' come Maradona, a metà tra blasfemia e follia. Ma è una sera strana o forse no, forse è solo una sera come tante in cui si piange e si cerca distrazione in una partita, si pensa alla violenza, alle lacrime e a come reagire, a come andare avanti e a come non darsi per vinti. Anche nel giorno in cui muore Dio. Perché forse no, Dio non è morto (o avrebbe dovuto esserlo già da tempo) e, se vuole, può venire qui con noi, ogni giorno, a lottare per diritti che non tutti riconoscono, ad asciugare una lacrima o a consolare un dolore. Anche a bere una birra e a guardare una brutta partita. Perché questo facciamo noi umani, uomini e donne, tra miserie e consolazioni, tra debolezze e forme di un coraggio quasi eroico. Nel giorno di Maradona e dei soprusi denunciati. Come in qualunque altro giorno.

Sezione: Editoriale / Data: Gio 26 novembre 2020 alle 00:00
Autore: Giulia Bassi / Twitter: @giulay85
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