L'Inter, la Nazionale francese e il peso di essere figlio d'arte: c'è tanta carne al fuoco nell'intervista rilasciata in esclusiva da Marcus Thuram a Cronache di Spogliatoio (qui il video). Si parte proprio dal rapporto di Tikus con il padre Lilian, leggenda del calcio transalpino: "Io guardo tutte le partite con mio padre, dopo le partite ogni volta le devo rivedere con lui per capire quando ho fatto bene e quando male. Così imparo moltissimo dai miei errori. Penso che mio papà abbia esagerato a livello di severità per equilibrare, a volte è stato più duro di quanto avrebbe dovuto essere per riequilibrare questo modo di vivere. E ha funzionato. In cosa era molto severo? Su piccole cose a casa, non posso dirle, sono cose private. Era un padre con cui sapevi di non dover scherzare. Dovevi fare le cose giuste e bene. Era duro".
Il ruolo nello spogliatoio.
"Sì è vero, sono spesso ‘preso bene’. Provo a essere la gioia del gruppo, ma non sono l’unico a farlo: qua all'Inter siamo un gruppo di ragazzi molto bello che amano veramente giocare a calcio. Sono nato contento perché da quando sono a ora ho avuto una vita bellissima, non ho motivo per non essere contento, anche se a volte succedono delle cose che ti fanno arrabbiare e che non puoi controllare. Se devo fare un recap della mia vita, è bellissima. La mia famiglia? Tra mio babbo e mia mamma la più gioiosa è la mamma. Cosa fa lei? È a casa, dorme (ride, ndr). Io sono come lei, ride sempre e ride forte: è uguale a me. Khephren, invece, è più simile a papà".
L'inserimento nell'Inter.
"Non penso sia difficile integrarsi in una squadra che ha appena fatto una finale di Champions League. Prima di arrivare in Italia, anche se non avevano vinto il campionato, da fuori si vedeva fosse la miglior squadra italiana. Arrivando in una squadra così penso che si debba essere stupidi, più che intelligenti, per riuscire a giocare con loro. Entrare nel gruppo sì, ma io sono uno semplice: arrivo, rido e voglio solo giocare a calcio, non chiedo tante cose. Ma giocare con questi calciatori, se capisci un minimo di calcio non è difficile".
Il feeling con Lautaro.
"Se gioco meglio con un'altra punta? Sì, per me è più facile, soprattutto se è Lautaro, non so con un altro attaccante se avrei fatto bene così. Lauti ama fare cose che io non faccio e viceversa. Con la Francia ho fatto un po’ più fatica perché è un modo diverso di giocare. A inizio stagione ero più in area, giocavo più da 9. Ora mi sono un po’ riequilibrato con Lauti".
La prima volta a San Siro.
"Avevo la conferenza il giorno prima di Inter-Borussia Monchengladbach, quando giocavo in Germania. Io dimentico sempre tutto e in quell'occasione avevo dimenticato il passaporto. Avevamo la mascherina perché c’era il Covid. Il mister entra e io ero in un’altra macchina, sono arrivato dopo. Quando provo a entrare mi chiedono il passaporto. Allora ho tolto la mascherina pensando 'Forse mi riconosce'. Niente, mi guarda e dice: ‘Passaporto’. Allora l’unico modo che avevo era cercarmi su Google".
Gli scarpini di Messi.
"Quando sei bambino e tuo padre gioca a calcio, entri negli spogliatoio e vedi Ronaldinho, Henry, ma tu sei bambino, per te sono amici di tuo padre, non sono giocatori super famosi perché li vedi tutti i giorni. Anche mio padre, non lo vedo come Lilian Thuram, è mio padre. Se Messi mi dà le scarpe è un amico di mio padre che mi ha dato le scarpe. Gioco e dopo lui mi dice: 'Tienile per la prossima volta'. Quando sono andato a Parigi, sono andato in allenamento, ho messo le scarpe e un mio amico è impazzito: 'Hai le scarpe di Messi'. Allora gli ho detto ‘Tienile se le vuoi’ e gliele ho date. Qualche anno dopo gli ho spiegato la storia e me le ha rimandate. Certo, giocare a calcio tennis con Ronaldinho, ripensandoci, è stato incredibile, ma quando ero piccolo lo facevo senza capire quello che succedeva".
L'FC Thuram
"Quando era al Parma con mio padre volevo essere portiere e fingevo di essere Gigi Buffon. Poi quando lui era al PSG e io ero al Guingamp, ho giocato contro di lui. Cannavaro? È molto amico di mio padre, lo sento spesso. Ora è allenatore, ha vinto contro il Milan. Lo chiami nonno? Sì, è lui che te l'ha detto? (ride, ndr). Dopo ogni partita in cui faccio gol o assist, mi manda un messaggio e mi dice che non gioco contro veri difensori, che se avessi giocato contro di lui non sarei passato. Io non penso, se avessi giocato contro Fabio sarebbe stato difficile per lui. Henry? Con lui parlo sempre, sul calcio è allo stesso livello di mio papà".
Benzema, l'idolo.
"Benzema è ancora uno dei miei calciatori preferiti. Quando sono entrato in Nazionale non c’era ancora, poi è tornato per gli europei 2021 durante il Covid ed ero sempre con lui. Prima io giocavo da esterno e questo è il terzo anno che faccio da punta: lui mi ha aiutato tantissimo, mi ha anche fatto capire che non devo cambiare il giocatore che sono perché occupo un altro ruolo. Quindi di continuare a scendere e svariare da destra a sinistra. Però farlo è più semplice avendo Lautaro perché so che lui sarà sempre in area. Se gioco da solo e scendo a prendere la palla andando sulla fascia, poi per chi crosso? Io voglio giocare come lui nel ruolo di numero 9".
George Weah.
"Forse l’ho incontrato da piccolo ma non ho un legame diretto con lui. Fortissimo. So che Khephren gioca con suo figlio".
Il rapporto con Mbappé e Kolo Muani
"Mbappé mi piace molto prenderlo in giro, ogni volta che posso. Io ero alla scuola calcio di Clairefontaine. Io sono ’97 e lui ’98, è arrivato quando io ero al secondo anno. Io avevo 14 anni, lui 13. È sempre rimasta questa cosa di prenderlo in giro. Se lui prende in giro me? Non può. Lui non può, io sono al secondo anno, ho un anno di più, è rimasto questo legame tra primo e secondo anno. Kolo Muani? Dopo l’errore nella finale 2022 nessuno gli ha detto niente: succede, si sbaglia, non c’è niente da dire. Non è che lo ha fatto apposta".
Una volta hai detto 'l'importante è imparare, a prescindere dalla vittoria o dalla sconfitta'.
"Non l'ho detta io, ma Nelson Mandela. E' vero, si impara nelle sconfitte. Penso che quando perdi a volte vorresti buttare tutto nella tristezza, ma succede a tutti di perdere".
Il rapporto con Inzaghi.
"Avere un allenatore ex attaccante mi aiuta perché essere attaccante aiuta a capire alcune posizioni che solo un attaccante può capire. Ha un legame speciale con i suoi attaccanti, con lui fanno spesso bene, anche alla Lazio".
Tu sei un imitatore di esultanze.
"Anche Kephren. Chi è che ho imitato? Le mani alle orecchie dopo un gol non è una mia esultanza, si vede spesso: l'ha fatta Icardi, Messi al Mondiale. Io ho una mia esultanza (si porta il dito alla tempia, ndr). Poi dipende dal gol e da dove segno: se sono a San Siro meglio le mani alle orecchie, in trasferta l'altra".
Hai segnato il gol della seconda stella.
"Come ho segnato il gol della seconda stella? Non abbiamo vinto lo scudetto solo nel derby ma grazie a tutta la stagione. Con quel gol abbiamo chiuso la partita, ma non abbiamo vinto per quello la seconda stella. Senza le vittorie precedenti, non si sarebbe parlato di questo. Dico questo perché quando ero al Guingamp siamo scesi in seconda divisione e nell'ultima partita col Rennes eravamo 1-1 e potevamo rimanere in vita con una vittoria. In quella sfida io sbagliai un rigore e le gente cominciò a dire che la retrocessione fosse colpa mia. Ma non fu colpa mia, io sbagliai quel rigore ma prima c'erano state altre partite".
La fotografia personale della festa scudetto
"Se chiudo gli occhi, mi viene in mente Piazza Duomo piena. È la cosa più bella. Siamo arrivati stanchi dopo 17 ore di pullman in giro per Milano. Ho visto il Duomo pieno e ho detto 'Ok, abbiamo fatto qualcosa di speciale'. Non ho avuto momenti personali in cui ho realizzato, anche quando ero in camera facevo il live con Calha. Eravamo tutti insieme sempre".
Mattia Zangari / Twitter: @mattia_zangari
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