Il difensore nerazzurro Alessandro Bastoni è stato ospite del podcast The BSMT. Ecco alcune delle sue dichiarazioni:
Cosa invidi del bakset?
“Non la poca pressione perché sicuramente ce l’avranno anche loro, ma indipendentemente dal risultato quello di fare una vita normale. Non è che se perde non può andare in centro, non può andare in città, fare un giro, noi se sbagliamo una partita riceviamo centinaia di commenti negativi. Quindi, questa minor pressione che hanno loro rispetto a noi”.
Sei figlio d’arte.
“In casa mia si guardava il calcio H24, è sempre stato così. Mio padre ha fatto fino all'under 21 della nazionale, ha fatto un anno di serie B con la Cremonese. Poi, per vari motivi, non è riuscito a sfondare, quindi mi ha sempre cresciuto come veramente fossi un diamante da proteggere, da conservare, e mi ha permesso di non fare gli errori che ha fatto lui e farmi diventare quello che poi sono diventato oggi. Quindi è stato fondamentale. Io sono di un paese in provincia di Cremona e ho fatto 12 anni all'Atalanta. Quindi facevo al giorno 230 chilometri e mi ha sempre portato su e giù lui”.
A che età hai iniziato a prendere seriamente la cosa del calcio?
“Quando ho esordito avevo 17 anni all’Atalanta, non ero sicuro di fare il calciatore, infatti ho finito gli studi. Non hai mai la certezza perché devono combaciare tante cose: l'allenatore giusto al momento giusto, andare nella squadra giusta al momento giusto. Ci sono tanti fattori che influiscono sulla carriera di un calciatore. Io ho capito che avrei fatto il calciatore quando ho fatto il prestito al Parma, avevo 19 anni
Quali errori ti ha impedito di fare?
“Io ho fatto l’anno dei giovanissimi nazionali dove non giocavo, avevo 15 anni e pensavo ‘Chi me lo fa fare?’. Mi svegliavo alle 8 di mattina, andavo a scuola e poi ad allenarmi, tornavo alle 9 la sera. Invece i miei genitori mi hanno fatto capire che non dovevo mollare. Tanti giocatori che avevano anche più talento di me a Bergamo non sono arrivati ai vertici proprio per questo motivo. Mio padre non ha avuto questa costanza quando giocava. Alla fine non sono i più bravi a farcela, di giocatori bravi ce ne sono tanti, ma l’aspetto mentale è decisivo”.
Cosa vuol dire giocare a Milano?
“È una grande responsabilità, rappresenti tifosi di tutto il mondo. Giochi in una squadra dove il pareggio non è contemplato, devi sempre chiaramente giocare per la vittoria. E poi, quando arriva il momento del derby, diventa tutto magico. è la responsabilità forse più grande che abbiamo”.
Il derby è la partita che aspetti di più?
“Sì, perché la stragrande maggioranza delle volte si gioca per qualcosa di importante. Ci è capitato ultimamente di giocare per il passaggio del turno in Coppa Italia, per il passaggio del turno in Champions. Poco meno di un anno fa vincevamo lo scudetto in casa del Milan, quindi a maggior ragione in quei casi diventa ancora più bello, più stimolante. Con il derby tu hai la responsabilità degli umori di un sacco di persone, la settimana successiva dipende dal risultato di quella partita, assolutamente sì, però è una cosa che gasa.
Cos'è la cosa più bella che ti è successa dopo un derby, il giorno dopo, cioè andando in giro?
“In generale vedi tanta gente che magari ti stuzzica o che prova a metterti pressioni e poi scompare nel nulla per un po' di tempo. Quella è la soddisfazione più grande. Mettere a tacere le persone con i fatti in generale non è male”.
Quando hai saputo che saresti andato all’Inter?
“Io l'ho saputo l'anno prima di andare in prestito a Parma. In un autogrill, mi sono incontrato con il mio procuratore, che mi ha detto: "Ascolta, cosa vuoi fare? Vuoi andare all'Inter?" E niente, non ho esitato, gli ho detto subito di sì. Poi ovviamente da lì a sapere che sarei diventato un giocatore dell’Inter non l’avrei mai detto in così poco tempo. All’Atalanta non giocavo, poi ho fatto una buona stagione al Parma e sono tornato che c’era Conte. C’erano tanti giocatori forti, Skriniar, De Vrij, Godin e io pensavo che nona avrei mai giocato, gli ho chiesto di andare in prestito, gliel’ho chiesto 50 volte, ma lui non ne ha voluto sapere, ha voluto tenermi a tutti i coti. E da ottobre mi ha messo dentro”.
Cosa ha visto in te?
“Lui è un appassionato di calcio, sono convinto che abbia visto tutte le mie partite a Parma, è molto concentrato e attento a queste cose. Secondo me ha visto delle qualità che in quel momento all’Inter mancavano, perché io di tutto il reparto difensivo ero l'unico mancino e giocando a tre ne aveva bisogno. Sapeva anche lui che all’inizio non ero pronto assolutamente perché fare un salto così grande non è facile. Però poi ha visto che avevo delle potenzialità, che potevo far bene e poi ha avuto la cosa più importante, che è stato il coraggio di buttarmi dentro”.
Quando hai capito che saresti stato davvero un giocatore dell’Inter?
“L’esordio a Genova con la Sampdoria, ma soprattutto la vittoria a Napoli nel periodo di Natale, mi ha messo titolare, abbiamo fatto bene e da lì ho capito che potevo essere un titolare dell’Inter. L’unico modo per crescere è giocare, giocare e magari anche sbagliare, fare le cose centomila volte”.
Il rapporto con la Nazionale?
“Abbiamo vissuto emozioni belle e brutte, l’Europeo è stato un exploit incredibile, nessuno dava per favorita l’Italia ai blocchi di partenza. Poi però c’è stata la doppia eliminazione alle qualificazioni al Mondiale, nella seconda ero presente, è stata una botta difficile da assorbire. Adesso ci sono di nuovo le qualificazioni, non ci possiamo permettere di non esserci a tre Mondiali di fila. Alcuni non vedono l’ora che tu fallisca per dirtene di ogni. Però il calcio ti dà la possibilità di riscattarti. L’Europeo? Tanti segnali ci hanno detto che potevamo farcela, il gol sbagliato da Lukaku da un centimetro, la vittoria ai rigori contro la Spagna. A quel punto inizi a crederci. C’erano gli inglesi che continuavano a cantare ‘It’s coming home’ e invece non è tornato a casa. È stato bello, quell’estate tutti ci festeggiavano. Però nel calcio bisogna essere bravi a resettare subito”.
La finale di Champions del 2023?
“L’ho vissuta male, malissimo, fai fatica a dormire perché ti sogni le azioni. Non sai quante volte ancora giocherai una finale di Champions, preferivo perderla 10-0 che come l’abbiamo persa perché c’era la percezione di potercela fare. Non ho mai rivisto gli highlights di quella partita, mi innervosisce troppo, mi viene una tristezza che fa male. E non sapere se potrai giocarla di nuovo ti distrugge. Diventa uno stimolo poi, ma non è facile”.
Il rapporto con la stampa e i media?
“Chi fa quel mestiere lo fa per mettere in risalto qualcosa, devi essere bravo a dare poco peso a quello che leggi. Avere un gruppo importante e una società solida fa la differenza, quello che leggi fuori deve rimanere fuori. Più leggi e più dai peso a quello che scrivono e più fai fatica. Cosa mi dà più fastidio? Quando vanno a insultarmi sotto il profilo di mia moglie, possono insultare me ma non la mia famiglia e le persone a cui voglio bene. Il calcio è una delle priorità ma non può mai andare sopra la famiglia”.
Le emozioni più belle vissute in carriera?
“Secondo me la vittoria dell’ultimo Scudetto nel derby è impagabile, vinto in casa loro, è successo come Wembley all’Europeo. Poi il giro in pullman è stato bello. Nello Scudetto precedente c’era il Covid e non abbiamo potuto festeggiarlo con i tifosi, in questo abbiamo fatto 8 ore di giro in pullman”.
Autore: Milano Redazione FcInterNews.it
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