"Da quanto tempo mancavo da Milano? Tanto. L’ultima volta c’ero stato da allenatore della Roma, due anni fa", ha detto José Mourinho, intervistato da Sport Week durante la sua breve visita nel capoluogo lombardo, città a lui ben nota.
Quali sono i suoi tre luoghi del cuore in questa città?
"Milano l’ho vissuta veramente poco. Dico San Siro, perché è stata casa mia e mi ha regalato tante gioie. Poi l’hotel Principe di Savoia, perché ci ho alloggiato quando sono arrivato per firmare il contratto con l’Inter, e infine il Duomo, perché è il posto della festa dopo una vittoria, e quindi il posto dove percepisci di aver fatto bene le cose. Ma io vivevo a Cernobbio, passavo la giornata al centro di allenamento di Appiano Gentile, e la scuola dei miei figli stava a Lugano. Davvero, la mia vita non si svolgeva a Milano. Per esempio, non ho mai visitato il Castello Sforzesco...".
Da dove partirebbe, se dovesse raccontare la sua storia di uomo e di allenatore?
"Io sono nato in casa, e quel giorno mio padre, calciatore, aveva una partita. Insomma, al momento del parto lui è rientrato insieme a tutti i compagni di squadra, mi ha visto e poi è andato a giocare. Chissà, sarà per questo che ho deciso di diventare allenatore".
Perché ha scelto di allenare?
"Ero il vice di Van Gaal al Barcellona. Quando il mio capo decise di lasciare il club per andare a dirigere la nazionale olandese, io dovevo decidere se cercare un altro capo oppure rischiare, fra virgolette, di prendere in mano una squadra in prima persona. Ho deciso che quello era il momento di rischiare".
La decisione più difficile che ha preso da allenatore.
"Lasciare l'Inter".
Oggi la rifarebbe?
"Sì, perché con l’Inter avevo appena vinto la Champions, dopo gli scudetti e Coppa Italia nella stessa stagione, ed era stata veramente dura, e per questo sono andato al Real Madrid".
Si aspetta che Chivu, uno degli uomini del Triplete, arrivasse così presto, tanto in alto come allenatore?
"Quando giocava non era un allenatore in campo, se è questo che vuol sapere. E non ha smesso di giocare ieri e ha iniziato ad allenare oggi. La sua non è stata una germinazione dal nulla. Ha fatto un percorso di formazione, ha allenato la Primavera dell’Inter per tre stagioni, si è preparato, ha fatto molto bene a Parma, sulla prima panchina dei grandi. Quest’anno ha avuto un pochino la “stellina” perché nessuna delle altre è stata davvero un competitor forte per lo scudetto. Non ci è riuscito il Napoli, il Milan è in fase di transizione, la Juve pure, però vincere ti dà credito".
C’è un giocatore di questa Inter che le sarebbe piaciuto allenare nella sua?
"Mi piacciono tanti giocatori di questa Inter, ma nessuno avrebbe giocato nella squadra del Triplete".
Lautaro è il suo Milito?
"Io preferisco Milito. Amo Lautaro però amo Milito tre volte perché sto parlando di uno degli uomini del Triplete. Milito è stato uno di quelli che mi ha dato di più".
Il dibattito tra giochisti e risultatisti ha un senso, la appassiona o la annoia?
"Il giochista vincente mi piace, il giochista perdente non mi piace".
Nella sua carriera si è scagliato più volte contro gli arbitri, soprattutto quando era in Italia. Ora il nostro calcio fa i conti con l’ennesimo scandalo, che riguarda proprio gli arbitri.
"Il calcio è uguale dappertutto. Voi, rispetto ad altri, avete la capacità di fare pulizia ogni tanto".
In campo, quale calciatore incarna il concetto di eleganza?
"Mi viene in mente subito Zidane. Marco Materazzi si incazzerà con me: ma vedere giocare Zizou era una bellezza".
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