Si può anche fingere indifferenza, mostrare sicurezza e tirare dritto ma i giorni che precedono Inter-Milan sono lunghi e dilaniati dalla seconda ondata del covid e hanno colpito duro soprattutto l’Inter.
La positività di Ashley Young è la sesta ma tra i commenti di parecchi opinionisti si registrano più argomentazioni tecniche, un’indicazione su chi possa essere il favorito e solo in coda, una speranza “che il derby non sia troppo condizionato da eventi esterni”.
C’è una volontà più o meno consapevole di parlare di calcio come se il coronavirus lo riguardasse superficialmente, come se la sola parola che fa paura ad essere pronunciata: “falsato”, fosse l’unica ad essere a disposizione del repertorio.
La partita sarà dannatamente condizionata dalle assenze e dall’impossibilità di allenarsi normalmente per il derby. Tra ritardi nei rientri dei Nazionali, allenamenti distanziati e individuali fino a venerdì e un solo vero allenamento prepara la sfida nel peggiore dei modi ma la conclusione non è quella banale di un campionato falsato. Perché quando si usa quel termine lo si intende soprattutto per suggerire ci sia stato un dolo, perpetrato anche involontariamente, ma qui il covid c’è per tutti.
Il protocollo va radicalmente rivisto, anche solo per un periodo limitato, per preservare la salute dei tesserati, delle rispettive famiglie e proseguire il torneo senza più positività che mettano a repentaglio tutto il sistema. Qui però non c’è prontezza, manca una guida agile che si adegui in fretta alle circostanze della situazione. Il covid, come ampiamente previsto, è nel pieno della seconda ondata e ancora ci si muove con un protocollo siglato ad agosto, quando la situazione era apparentemente sotto controllo.
I problemi principali nascono da una resistenza psicologica evidente in molte persone e persino professionisti ben pagati, che non accettano le regole o le interpretano, come dimostra l’inchiesta della procura rispetto la fuga di giocatori della Juventus proprio dalla bolla organizzata dalla società, così come l’atteggiamento ancora da chiarire del Napoli e del suo presidente che si era persino presentato senza mascherina, persino quando era uscito dalla riunione in mezzo ai giornalisti, scoprendo tra l’altro di avere pure il covid.
Problemi causati anche da una formidabile impreparazione politica mondiale, sommata all’inadeguatezza comunicativa dei decisori e della comunità scientifica la quale, attraverso i virologi esprime opinioni difformi, disinvolte, avventurose o contraddittorie e mai in accordo. Il frastornamento generale e, conseguentemente il negazionismo con tanto di spiegazioni “fai da te” prese da internet o sposando le tesi più seducenti, viene anche da questo e coinvolge pure il mondo del calcio.
Per questo c’è la sensazione che molti tesserati e qualche club si regolino più interpretando che osservando pedissequamente le regole imposte su protocolli, controlli e relativi tamponi, che all’inizio dovevano essere tre e ora si sono ridotti ad uno, massimo due a settimana, a 48 ore dalla partita da giocare.
C’è anche l’argomento Eriksen, non tanto o solo per le dichiarazioni rilasciate e in cui si augurava di di essere impiegato con più continuità, tra l’altro senza i toni polemici o aggressivi come la stampa ha lasciato intendere, quanto piuttosto per una situazione che sembra avere un epilogo scontato e già visto troppe volte all’Inter nella storia.
Da più di trent’anni, con dirigenze e allenatori diversi la società replica lo stesso errore, dimostrando che la cultura, quella parola invisibile e impalpabile, che appartiene ad ogni club ma non si sa come spiegare, più o meno come quando si tratta la materia della “mentalità”, anch’essa imparentata con la cultura, resta un tema mai affrontato.
Eriksen non fa parte di una categoria di giocatori dalla collocazione semplice e questo storicamente manda molti, troppi allenatori anche celebrati, in tilt. È pur vero tuttavia che i numeri dieci o i giocatori dal piede raffinato, ma senza un attitudine che possa essere ingabbiata in uno schema o in un movimento, hanno spesso avuto una vita difficile, prescindendo dal talento.
Scifo e Hansi Muller erano ad esempio due giocatori di qualità ma frenati nel primo caso dal temperamento, nel secondo da un progetto tecnico che non aveva considerato il dualismo con Beccalossi che oggi, nel calcio di Conte e Lippi, finirebbe probabilmente in panchina
In seguito Bergkamp, Sammer e Pancev inseriti in un disegno tattico del tutto incongruo con le loro qualità. Si gettavano le basi per avere poi anche Recoba, Seedorf, Pirlo, Coutinho, Kovacic e oggi Eriksen. Meglio allora non prendere Tonali se deve fare la stessa fine, senza dimenticare che Lippi all’Inter metteva Baggio in panchina, senza pentimento, al contrario di Ancelotti che intellettualmente onesto ha rivelato di aver sbagliato mettendo in panchina Zola al Parma. La colpa, in queste circostanze non è mai di chi ha talento ma di chi non sa sfruttarlo.
Amala.
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Autore: Lapo De Carlo / Twitter: @LapoDeCarlo1
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