Sofferenza, gioia, crampi allo stomaco. L’Inter-Barcellona più leggendaria di sempre regala miracoli, che la tattica non può spiegare. 130 minuti sull’ottovolante… una galleria di emozioni contrastanti, il battito che accelera improvvisamente. Dopo la battaglia di San Siro, i guerrieri di Inzaghi staccano il pass per la finale di Monaco di Baviera il 31 Maggio. È la seconda finale in tre anni. Un tripudio a tinte nerazzurre. Lautaro e compagni domano il Barcellona più forte degli ultimi 7 anni con cuore, grinta, applicazione e un piano gara studiato nei minimi dettagli che non sempre si è riusciti a mettere in pratica, a causa della forza dirompente dell’avversario.
Inzaghi mette Calhanoglu a uomo su De Jong. Quando l’olandese imposta, il turco si deve alzare a prenderlo, trascinando con sé anche i compagni di centrocampo. È il numero 20 che detta la pressione ed evita che l’Inter venga schiacciata troppo da un Barcellona che fa del possesso palla veloce e della verticalità sulle ali i suoi punti di forza. Dimarco attacca ed è propositivo, non fissandosi quindi solo a marcare il genio Lamine Yamal. È proprio da una sua pressione forte che nasce il gol dell’1 a 0. Acerbi controlla bene Torres, che è meno mobile del solito e funge proprio da prima punta. Pedri e De Jong macinano gioco, Dani Olmo si inserisce tra le linee. Lamine e Raphinha pestano la linea partendo molto larghi per poi accentrarsi.
Lautaro e Thuram fanno un lavoro immenso di punta e fioretto davanti, giocando molto vicini e dialogano tra loro, per poi ricercare il terzo uomo per scaricare. E spesso il terzo uomo è Dumfries, vero e proprio attaccante interista aggiunto, anche perché dalla sua parte Martin è molto più bloccato del collega di reparto Eric Garcia, che invece a sinistra sovrappone molto a Lamine Yamal e crea pericoli. L’Inter attende e riparte con gamba quando recupera palla con pressione alta. E poi si compatta dietro. Nel secondo tempo è a tratti troppo schiacciata e le linee troppo statiche e basse. Il Barcellona ne approfitta con manovre avvolgenti ma veloci, che puntano verso la porta avversaria. E poi c’è l’inspiegabile. La tattica che viene stravolta dalla voglia di crederci fino in fondo, con Acerbi prima punta al 93’ che taglia l’area anticipando Araujo e scaraventando il pallone in rete con un gol alla Haaland. E poi una serie di miracoli di Sommer su tiri a giro di Lamine Yamal, specialmente quello del secondo tempo supplementare, che ricorda per difficoltà e rimandi storici la parata di Julio Cesar su Messi nel 2010. L’Inter alla fine esce vittoriosa da una doppia sfida al cardiopalma che ha regalato la finale di Monaco alla banda di Simone Inzaghi.
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