rassegna

Severgnini: “Il Duca ha aperto gli occhi come in una fiaba danese. Aspettiamo tutti il lieto fine”

Severgnini: “Il Duca ha aperto gli occhi come in una fiaba danese. Aspettiamo tutti il lieto fine”

"Christian Eriksen crolla a terra, sulla linea del fallo laterale. Senza motivo apparente, senza preavviso, senza resistenza. Nello stadio di Copenaghen, improvvisamente, durante Danimarca-Finlandia, terza partita dei campionati...

Alessandro Cavasinni

"ChristianEriksen crolla a terra, sulla linea del fallo laterale. Senza motivo apparente, senza preavviso, senza resistenza. Nello stadio di Copenaghen, improvvisamente, durante Danimarca-Finlandia, terza partita dei campionati europei". Beppe Servegnini, sulle pagine del Corriere della Sera, ripercorre quegli attimi di terrore. "Compagni e avversari si accorgono subito che è accaduto qualcosa di grave: un atleta non cade così. Si stringono intorno a lui, per proteggerlo dagli sguardi delle telecamere mentre riceve un massaggio cardiaco. Un pudore nordico in mondovisione. Arriva in campo la compagna, Sabrina Kvist Jensen. Ha addosso la maglia con il numero 10, quella del marito. Due ragazzi danesi del 1992. Lei nata il 24 agosto, lui il 14 febbraio, hanno due bambini. Si è avvicinata, Kasper Schmeichel e Simon Kjaer l’hanno abbracciata. Il gioco ha smesso di essere un gioco".

"Molti italiani hanno imparato a conoscerlo quando è arrivato all’Inter, nel gennaio 2020. Non un transito facile - ricorda Severgnini -. A lungo riserva, pochi minuti ogni tanto, a fine partita. Vederlo in panchina, timido e rassegnato, era un dispiacere. Sembrava uno spreco. I tifosi non pagano gli ingaggi, ma rinunciare al talento è doloroso. Poi, all’inizio di quest’anno, è successo qualcosa: nella sua testa, in quella dell’allenatore Antonio Conte, forse in tutt’e due. Christian Eriksen ha segnato uno spettacolare gol su punizione al Milan, e non è più scivolato in quel letargo che sapeva di rinuncia. Ha cambiato posizione: da trequartista a mezzala sinistra. Rubava palloni e contrastava, che non è mai stato il suo mestiere. Correva. Lanciava. Offriva sponde ai compagni in difficoltà. Tirava tutte le punizioni e tutti i calci d’angolo. Segnava. La cosa più affascinante di Christian Eriksen — silenzi a parte: in campo parlano tutti, tranne lui — sono i tempi e le linee di passaggio. Le vede, le trova, le infila. Il pallone scivola — non troppo debole, non troppo forte — e arriva soffice a destinazione. Piedi di velluto, scrivevano i vecchi cronisti sportivi a corto di metafore. Quattro metri o quaranta, a centrocampo o in una selva di piedi dentro l’area, cambia poco: Eriksen tocca la palla come Hakimi corre. Una poesia. Una poesia che deve continuare. Trasportato fuori dal campo, ieri, il duca Eriksen ha aperto gli occhi, come in una fiaba danese. Aspettiamo tutti il lieto fine, con un peso nel cuore".