“Gli altri sono in vacanza, noi ancora qui con la voglia di lottare”. In queste parole di Antonio Conte, successive alla vittoria contro il Bayer Leverkusen che ha proiettato l’Inter nelle semifinali di Europa League, un traguardo atteso in ambito europeo per tutto il periodo post-Triplete, c’è tutto e anche di più. C’è la soddisfazione di avere ottenuto, da qualunque parte la si voglia vedere, un traguardo prestigioso, in una competizione che in un passato recente era terreno di caccia delle formazioni italiane e che progressivamente è diventata una competizione vista con fastidio, al punto tale che dal 1999 non solo un’italiana alza il trofeo al cielo ma nemmeno arriva in finale. D’accordo, ormai il fascino di questa competizione è andato sbiadendosi, fagocitato dall’allure, dal prestigio, e anche dalla vagonata di milioni che garantisce la Champions League, ma all’Uefa, anziché pensare a riformare le competizioni in modo tale magari da concentrare tutto in un unico, grande torneo paneuropeo, hanno ben pensato di inventarsi un terzo trofeo che con sollievo ci eravamo tolti di mezzo nel 1999, allora tanto vale tenercela stretta.

Gli altri sono in vacanza, mentre l’Inter è ancora in piena lotta. La squadra nerazzurra è rimasta l’unica rappresentante del nostro Paese dopo l’ecatombe vissuta dalle altre partecipanti a queste inedite fasi finali delle competizioni europee, in sedi circoscritte, ritiri ultrablindati e tante partite nello spazio di tre settimane appena. L’esperienza delle altre italiane è durata poco, con cadute più o meno dolorose, da quella della Juventus ancora una volta uscita con le pive nel sacco per mano di un’Olympique Lione coraggioso e anche fortunato, passando dal no-contest della Roma col Siviglia, al ko del Napoli per mano di un Barcellona poi preso letteralmente a schiaffi dal Bayern Monaco, fino all’uscita di scena dell’Atalanta, raggelante per le tempistiche con le quali è avvenuta ma forse scritta per il tipo di gioco fatto vedere dal Paris Saint-Germain una volta tolto Mauro Icardi. L’Inter, invece, è ancora in piena corsa, e domani proverà ad arrivare al livello finale, quel sottile confine da superare tra la gloria e la delusione, nel tentativo di portare sul secondo pennone dell’Europa calcistica la propria bandiera e insieme quella italiana, riallacciando il discorso che loro stessi avevano chiuso dieci anni fa.

Perché ormai, a questo punto, si deve ambire al massimo, come da affermazioni dello stesso Conte. Per il prestigio, per i tanti benefici che un eventuale successo porterebbe anche in ottica futura. In primo luogo quelli tecnici: prima fascia nel sorteggio della prossima Champions League, partecipazione alla prossima Supercoppa Europea, quel trofeo che ancora manca nelle bacheche di Viale della Liberazione, biglietto per il nuovo, avveniristico Mondiale per Club voluto da Gianni Infantino al quale di sicuro non spiacerebbe vedere la sua Inter prendere parte alla prima edizione della sua creatura. In secondo luogo, per permettere ad Antonio Conte di aggiungere la sua prima medaglia internazionale al suo ricco palmares, un vero salto di qualità sempre sfuggitogli sin qui. Infine, per quelli economici, visto che soltanto la vittoria finale potrebbe permettere di ‘arrotondare’ come si deve il montepremi incassato nella fase a gironi di Champions League; non saranno tantissimi soldi, ma di sicuro male non fanno…

E allora, ecco che mentre gran parte degli italiani si gode la seconda parte di questo week-end di Ferragosto, l’Inter è ancora lì, a sudare nel caldo soffocante del Nordreno-Westfalia, per studiare il temibile avversario di domani, quello Shakhtar Donetsk di Luis Castro che da anni vive sul doppio binario della rocciosità ucraina mista al talento della nutrita colonia brasiliana fatta da colonne inossidabili e da nuovi prospetti interessanti. Una squadra che ha portato a spasso nei quarti un Basilea che era partito per non prenderle ed è finito suonato come un tamburo, alla quale non vanno lasciati troppi spazi e anzi bisogna approfittare quando saranno loro a prestare il fianco. Avversario importante, sicuramente, da affrontare con la massima concentrazione ma ormai questa suona quasi come una banalità, per provare poi l’ultimo assalto all’ultima corazzata, una fra Manchester United e Siviglia che questa sera si affronteranno in una sorta, va detto, di finale anticipata.

Finezze di un’estate inedita, purtroppo per drammatici motivi che hanno ridisegnato non solo la quotidianità sportiva ma anche quella del mondo intero. Un’estate dove a quest’ora ci ritrovavamo oberati solo ed esclusivamente dalle mille voci legate al calciomercato e dove invece a farla da padrone è ancora la parte agonistica. È svanito l’Europeo itinerante, che sarà giocato il prossimo anno; ma in compenso ci troviamo di fronte a due tornei per club che i tifosi da casa stanno probabilmente vivendo con in bocca il sapore di un Europeo, anzi di un vero e proprio Mundialito per club, dove le emozioni sono concentrate in pochi giorni e in poche partite da ‘do-or-die’, senza possibilità di appello con la gara di ritorno. Una formula alla quale non si sapeva come guardare e che, alla prova dei fatti, si sta rivelando molto, molto intrigante: di sicuro, giocarsi tutto in un unico incontro accentua, quasi estremizza, il carico di pathos e di emozioni e soprattutto è risultato sin qui premiante per chi ha deciso di giocarsela per bene e punitivo per coloro i quali hanno preferito affidarsi alla logica speculativa da doppio confronto: lo abbiamo visto col già citato Basilea, anche con l’Atalanta, fino all’Atletico Madrid la cui prestazione di dubbio gusto tattico è stata punita dal gioco frizzante dell’RB Lipsia dell’enfant prodige (in tutti i sensi) Julian Nagelsmann, assunto, è proprio il caso di dirlo, a ‘next big thing’ del panorama calcistico europeo.

Sì, queste Finals piacciono, non abbiamo alcun timore a dirlo. Ed è per questo che appare un po’ stridente la resistenza di Aleksander Ceferin, presidente dell’Uefa, di fronte alle domande sull’eventualità di riproporre questa formula anche per le edizioni future. Sarà per l’abitudine ad un format ormai consolidato, sarà anche per il fatto che la valutazione è molto probabilmente condizionata dall’assenza di pubblico, con città come Lisbona e Colonia che vista l’assenza dei consueti, enormi flussi di turisti guardano indifferenti, quasi inebetite a quanto sta accadendo in questi giorni. Ma c’è da scommettere che in condizioni normali, una competizione del genere sarebbe un'autentica manna dal cielo per i Paesi ospitanti, con indotti turistici da capogiro considerando che bisogna ospitare ben otto gruppi di tifosi più o meno nutriti. E presumibilmente, anche le tv sarebbero pronte a valutare in maniera importante un torneo con questo finale sì accorciato, ma ricco di emozioni, che catalizzerebbe su più giorni l'attenzione del pubblico calcistico mondiale, a livelli quasi da SuperBowl continuato. 

Per cui, l'invito all'avvocato Ceferin è quello di pensarci attentamente, molto attentamente, prima di chiudere definitivamente le porte a questa soluzione. D'accordo la tradizione, ma sarebbe disdicevole non pensare all'idea di vedere una Final Eight aperta al pubblico e in condizioni normali e capire l'effetto che fa. Ritrovarsi con in mano una perla e darla, per incuria e trascuranza, in pasto ai porci: rischierebbe di essere l'ennesima cosa che all'Uefa dovrebbero farsi perdonare lungo tutti questi anni.

Sezione: Editoriale / Data: Dom 16 agosto 2020 alle 00:00
Autore: Christian Liotta / Twitter: @ChriLiotta396A
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