A poche ore dal debutto della Nazionale francese ad Euro2024, il magazine France Football ha aperto i propri microfoni a Marcus Thuram, attaccante dell’Inter e della selezione di Didier Deschamps. Un racconto a tutto tondo, quello del giocatore nerazzurro, nella quale Tikus parte proprio dai primissimi anni, quelli italiani con il padre Lilian impegnato nella nostra Serie A con Parma prima e Juventus poi. Un’esperienza durante la quale Thuram junior ha comunque maturato la propria coscienza nazionale: “Sapevo di essere francese, ma ne ho avuto la possibilità di scoprire tante altre culture: quella italiana, quella spagnola quando siamo andati a Barcellona. E anche quella americana, visto che sono andato in una scuola internazionale americana perché mio padre voleva ricevessi un’istruzione superiore. Leggevo Asterix, guardavo Olive e Tom (Holly & Benji versione transalpina, ndr) anche se sapevo che non era francese. Papà mi ha instillato quello che lui sapeva. A scuola era diverso, la prima volta che ho studiato la storia di Francia, era in quarta elementare, quando sono entrato nell'INF Clairefontaine. Non ho avuto problemi a tornareil sistema francese, al contrario; sono stato fortunato ad avere questo bagaglio multiculturale”.
E l’eredità italiana?
“Gli italiani hanno una grande gioia di vivere e mangiano bene. Sono cresciuto con la pasta, l’ho sempre mangiata. Dopo la scuola andavo a giocare a calcio al parco con gli amici, ecco dove ho imparato l'italiano, contemporaneamente al francese. All'improvviso, ho persino confuso le parole”.
Dopo che hai firmato con l’Inter, sei andato a Parma per salutare la gente con la quale sei cresciuto.
“Sì, da Roberto, titolare di un ristorante dove mio padre era solito mangiare, a Mirella, un’amica di famiglia. Sono persone che hanno contato molto per me, per mio padre, che mi hanno visto da piccolo. Penso che fosse il minimo andare a trovarli”.
Si può parlare anche di un’eredità calcistica italiana?
“No, perché finché ho vissuto in Italia, io non sapevo cosa facesse mio padre. Sapevo che giocava a calcio, perché lo vedevo allo stadio, ma non pensavo fosse un lavoro. A Barcellona, lo accompagnavo agli allenamenti; lì ho conosciuto gente come Ronaldinho, Xavi, Eto’o, che vedevo in TV. Fu lì che mi resi conto che la professione di mio padre era quella di calciatore”.
Chiesa, Maldini, Simeone: in Italia ci sono tanti calciatori figli d’arte. Ti sei dato una spiegazione?
“Posso parlare solo per me stesso. Penso sia un’arma a doppio taglio: quando hai un padre calciatore, puoi innamorarti del calcio oppure averne abbastanza e provare a fare altro. Per quanto mi riguarda, vedere papà all'allenamento o allo stadio mi ha fatto desiderare di diventare un calciatore. Quando iniziamo nel settore ci sono molti critici a priori. È davvero a causa dell'amore che provi per questo sport che tu puoi superare questo e fare una bella carriera”.
La Serie A era un obiettivo della tua carriera?
“Non proprio. Le cose che contano sono il club e le opportunità. Non ho mai pensato durante la mia carriera di voler giocare in un posto o in un altro. Sono cresciuto in Italia e in Spagna, parlo inglese, ma il mio primo trasferimento calcistico è stato in Germania. Ma lo spirito italiano lo avevo sempre dentro di me”.
Come si è presentata l’opportunità Inter quindi?
“I primi contatti risalgono all'estate 2021, quando giocavo come ala sinistra nel Mönchengladbach. Quando ho parlato con l'Inter, ho capito rapidamente che il loro piano era quello di farmi giocare attaccante centrale. In quel momento non capivo troppo. Papà aveva previsto che sarei finito a giocare davanti, ma passare da lì a essere preso dall’Inter è stato sorprendente. Ma il punto era che l’Inter era il club che mi conosceva meglio. Mi sono infortunato contro il Bayer Leverkusen ma si sono sempre informati su di me. E quando sono tornati alla carica, credo ormai fosse una formalità, visto che ormai anche al BMG ormai giocavo punta. Non c’era motivo di vacillare: quando si ha un’idea chiara, si resta su quella malgrado ci siano altri interessi”.
Come ti sei ambientato così facilmente nel 3-5-2 dell’Inter?
“Molti video dopo le partite e gli allenamenti. E poi, parlo la lingua. C’è la comprensione del gioco, l’intelligenza. Bisogna ascoltare lo staff, prendere appunti a poco a poco, parlare coi compagni, cambiare. È un dialogo costante che dura ancora oggi perché non penso di essermi adattato al 100% nell’Inter”.
Cosa ti aspettavi quando sei arrivato a lavorare con Simone Inzaghi?
“Sapevo di integrare una finalista di Champions League, non importa quale. Comunque, la seconda squadra migliore d’Europa. Sono arrivato con molte ambizioni ma anche con molta lucidità, consapevole di dover imparare molto dallo staff tecnico e che se avessi ascoltato e se fossi stato intelligente avrei potuto migliorare. Crescere in un nuovo sistema mi ha fatto riflettere molto sul come potevo migliorare nel gioco e tatticamente. E poi, quando prendi la nove, quando entri nello spogliatoio ti ricordi che sei lì per segnare”.
Qual è il segreto del feeling con Lautaro Martinez?
“Ci capiamo bene fuori dal campo e questo facilita l’intesa in campo. A volte non c’è nemmeno bisogno di guardarsi per capire cosa fa l’altro. È un capitano esemplare, che fa venire la voglia di seguirlo. Mi metto in sintonia con lui”.
Il livello difensivo della Serie A è il più alto?
“L’Italia è conosciuta per formare ottimi difensori e il campionato è molto difensivo, diversamente a quanto accade in Bundesliga. La filosofia generale è quella di non subire reti. Penso che affrontare squadre molto basse che giocano con linee molto ravvicinate mi ha fatto progredire sotto diversi aspetti. Sono diventato più un giocatore d’area”.
È nato da subito un buon feeling coi tifosi, il tuo primo pallone toccato col Monza è stato accompagnato da un’ovazione.
“Mi ricordo quell’azione, quando ho fatto quel cross ho sentito la gente urlare e questo ha dato valore al gesto. È una cosa che ti dà fiducia. Quando sono arrivato qui, la gente aveva molte speranze nei miei riguardi; da qui viene questa reazione. Il Meazza è un posto incredibile, non avevo mai visto 75mila persone spingere una squadra”.
Eri tra gli elementi più in vista durante le celebrazioni dello Scudetto. In te si vede la voglia di essere qualcosa in più di un semplice calciatore.
“Sì, sono io. Mi piace essere un leader. Il mio raggio d’azione non si limita al terreno di gioco”
Avete vinto aritmeticamente lo Scudetto nel derby contro il Milan dei tuoi connazionali Maignan, Giroud e Theo Hernandez, il tuo è stato il gol della consacrazione. Cosa hai provato?
“Questo è il calcio. Fuori siamo amici ma in campo amici non ce ne sono. Sapevamo di poter fare qualcosa di grande, in una grande partita. Le motivazioni erano estreme. E noi sapevamo che loro giocavano con la paura nella pancia. Eravamo andati lì per finire il nostro lavoro e ci siamo riusciti”.
Le statistiche personali parlano anche di cinque rigori procurati.
“Questo perché da esterno ho sviluppato un senso della finta e del dribbling. Ormai, mi trovo a disimpegnarmi dentro l’area e posso fare la differenza palla al piede, cosa che altri, essendo stati centravanti puri, non riescono a fare”.
La Gazzetta dello Sport ti ha dato il quarto voto medio più alto della stagione.
“So di aver fatto una buona stagione, sono cresciuto enormemente e ho acquisito tantissima esperienza. Mi sento forte, il fatto di giocare all’Inter e vincere titoli lo conferma e non i voti dei giornali”.
La lista degli attaccanti della Francia per gli Europei è variegata e ricca. Cosa pensi di poter dare personalmente?
“Come all’Inter, la profondità, il gioco da punta combinato a quello da esterno alto. Sappiamo che il bacino francese è incredibile, perché fuori dalla lista ci sono giocatori che hanno un talento incredibile”.
L’Europeo può essere l’occasione per lanciarti definitivamente nella storia dei Bleus.
“La storia è già lanciata. Ho disputato una finale di Coppa del Mondo, sono in Nazionale ormai da tre anni e mezzo. L’Europeo può confermare la mia ottima stagione”.
Christian Liotta / Twitter: @ChriLiotta396A
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