C'è anche Beppe Marotta tra i protagonisti del 'Festival della Serie A' in corso a Parma. Ed è proprio dalla città emiliana che è in arrivo Cristian Chivu, prossimo allenatore dell'Inter in attesa di ufficialità. Il presidente nerazzurro comincia il suo intervento dal palco nel panel dedicato alla sostenibilità economica dei club proprio dall'argomento panchina.
Partiamo dall'arrivo di Chivu... lo possiamo dire?
"Abbastanza, sorride (ndr)".
Come commenta questo scetticismo intorno all'Inter?
"La risposta è semplice: è normale. Nel calcio se vinci sei bravo, se perdi lo sei molto meno. È rimasto l'amaro in bocca a tutti per la nostra debacle di sette giorni fa, ma fa parte del calcio. Essere arrivati secondi non è un fallimento ma motivo d'orgoglio, perché essere arrivati in finale di Champions, che è la competizione più importante per club, è straordinario. Ed è ancora più straordinario averlo fatto per due volte in tre anni. Bisogna esaminare anche questo. Vero, c'è amarezza e profonda delusione, ma dico con decisione che la nostra stagione, che non è ancora conclusa perché ci sarà il primo Mondiale per Club dove noi e la Juve rappresenteremo l'Italia, è motivo d'orgoglio. Il calcio è un mondo dove tutto si brucia con velocità estrema, ma martedì noi abbiamo assistito ad una dichiarazione del nostro allenatore (Inzaghi, ndr), che è stato l'attore principale, il quale ci ha detto 'Credo di ritenere finito il mio ciclo nell'Inter e preferisco fare una nuova esperienza'. Molti sostengono che ce lo potessimo immaginare, ma non è così perché l'avvicinamento alla finale ci ha portato a non toccare questo argomento nella settimana precedente. Dico con altrettanta schiettezza che Inzaghi ha preso questa decisione solo il lunedì successivo alla sconfitta col PSG. Leggendo i giornali si parla di scettiscismo e confusione, ma abbiamo semplicemente incassato questa decisione, che ci ha trovato parzialmente preparati perché non c'era la certezza dell'addio, e ci siamo mossi. I giornali hanno dato i nomi più svariati, ma tutti profili completamente diversi. La prima cosa che va identificata quando si cambia un allenatore è il profilo, che è conseguenza di una strategia e delle linee guida. Dopo che il management ha delineato la strategia, allora si va sul profilo adatto: ci serviva un allenatore giovane che sposasse in pieno le linee guida della società e che mettesse in atto una valorizzazione del patrimonio giovanile. L'Inter è un grande club e ha l'obbligo di partecipare alle competizioni tentando di vincere, e per questo sono necessarie tante qualità. Qualità che abbiamo ritenuto ci fossero nel caso di Chivu, di cui non posso dare ancora l'ufficialità perché c'è un aspetto burocratico sul tesseramento da superare con il Parma, ma chiuderemo con lui. È il profilo adatto per gli obiettivi che ho elencato. Non è una forma di confusione ma di coraggio, che è insito nei leader. L'importante è che ci sia una società forte, una proprietà forte e un programma ben definito".
Parliamo dell'evoluzione del calcio, dalle proprietà italiane e straniere fino ai fondi che sono sempre attenti alla sostenibilità.
"Il calcio è un fenomeno sociale e di business, ma nasce come fenomeno sportivo che rappresenta la prima palestra di vita tra vittorie e sconfitte. Io ho la fortuna di vivere in questo mondo da sempre, sono intorno ai 50 anni di attività e ne ho 68, ho avuto la fortuna di iniziare da giovane come dirigente. Il mondo del calcio è passato dal romanticismo, oggi siamo davanti al VAR e alla tecnologia. A fine Anni '40 Umberto Saba ha fatto la poesia 'Il gol' che descrive il portiere che si china per prendere la palla che entra in rete. Molto romantica. Oggi invece non puoi esultare per un gol perché poi magari il VAR lo annulla. Tutto ha portato ad un cambiamento. Prima a capo della società c'era il mecenate del paese che per un debito di riconoscenza aveva preso la guida della società, trasmettendo passione. Quasi sempre il mecenate non era un esperto del calcio ma un appassionato, per questo si è poi dato l'incarico al direttore sportivo che era quasi sempre un ex calciatore. Poi a fine anno si passava al ragioniere, che oggi è il CEO, per l'aspetto economico. Poi le società si sono allargate, sono diventate S.p.A., sono diventate business di miliardi e si sono costruite un'organizzazione molto diversa. Io sono un cultore degli almanacchi della Panini, non delle figurine (ride, ndr); l'organigramma era composto da presidente, segretario, allenatore e giocatore. Poi si sono aggiunti il d.s., l'a.d. e il resto: oggi c'è una pagina intera dedicata alla società e una più piccola dedicata ai giocatori. Oggi molti profili arrivano dalle aziende, ma sono figure necessarie per andare alla ricerca del concetto di sostenibilità che è imprescindibile e da perseguire. Oggi in Serie A abbiamo 11 proprietà straniere, fortunatamente, perché in Italia sono scomparsi gli imprenditori: una città come Milano, che è al centro del mondo, ha le due squadre di due proprietà straniere. E meno male, altrimenti altro che Inter e Milan in Serie A... Questo per dire che il modello di calcio che oggi deve portare alla sostenibilità passa attraverso un modello di business. Noi manager dobbiamo adeguarci attraverso una struttura che parta dalla base della competenza. Un mio vecchio collega, Allodi, diceva che il calcio è l'unico mondo in cui un muratore può diventare architetto il giorno dopo. E io aggiungo che il calcio è un'azienda privata di interesse pubblico, perché tutti parlano di calcio. In questi giorni sono stato bombardato da centinaia di migliaia di mail di persone che mi suggerivano che allenatore prendere, con profili completamente diversi: 'sono interista e le suggerisco questo, sono un esperto di calcio, sono un giornalista, sono un direttore sportivo...'. E questo è il bello del calcio. Poi i risvolti possono essere anche il pezzotto o le violenze, ma riportiamo tutto a un gioco che è l'essenza di questo moviemento che dopo la religione è un fenomeno di aggregazione unico al mondo".
Stefano Bertocchi / Twitter: @stebertz8
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