Traboccante, scrosciante e sgargiante. Si è presentato così San Siro all’ultima partita casalinga di Serie A 2023/24 dell'Inter. In attesa di vedere Lautaro Martinez alzare sotto il cielo di Milano il ventesimo scudetto della storia, gli spalti del Meazza si tingevano di blu e nero intervallati dalle tinte del Tricolore e il dorato (delle stelle): una coreografia a 360 gradi che coinvolgeva tutto lo stadio. Cori, inni, sorrisi, foto, chiacchierate, panini, birrette, cappellini… Tutto che non potesse definirsi nella norma se non fosse per l’insolita tranquillità pre-partita che aveva coinvolto l’intero popolo nerazzurro transitato per piazzale Angelo Moratti. Un insolito clima disteso reso ulteriormente leggero dallo storico gemellaggio tra le curve avversarie. Insomma, a San Siro tutto era una festa. Bandiere, allegria e soprattutto tanta voglia di vedere quel tanto atteso e agognato Trofeo. Come se la gara da giocare nel frangente tra il Baretto e la Coppa dai nastri neroblù fosse quasi un intervallo di 90 minuti e rotti tra un giubilo e l’altro.
L’INTERVALLO però è finito con l’essere più lungo e meno ‘defaticante’ del previsto e sebbene l’Inter possa tranquillamente fare a meno dei tre punti, il gol di Kamada ha gelato per un attimo il gremito e festoso Meazza, esaltato per tutto fuorché per la gara giocata dai campioni d’Italia, quantomeno nel primo tempo, costellato da uno sprecone Thuram, reo di eccessive sbavature e sprechi tra i quali la potenziale rete del vantaggio, e uno sfortunato Federico Dimarco, due volte su due murato da Provedel, rispolverato per l'occasione e uscito dalla Scala del calcio da mvp dei laziali. Meriti che il dirimpettaio Sommer non può vantare, vista la rete di Kamada su un'idea di Nicolò Rovella che aveva messo il turbo per la Champions, ma soprattutto considerato l'esiguo numero di interventi ai quali è stato convocato rispetto al collega avversario. La Lazio corre, approfitta degli errori degli interisti, e della familiare atmosfera contro un pubblico che di tanto in tanto cantava persino 'Lazio alè', imbriglia con un bella barriera difensiva l'Inter e ringrazia pali, traverse e ancora una volta il portiere italiano. Attento, pronto, reattivo l'ex spezino neutralizza anche un'incornata di Barella salvo poi farsi sorprendere da quella del primo dei cambi di Inzaghi, ancora una volta decisivo dalla panchina, Denzel Dumfries. Punizione del Niño Sanchez Maravilla e tempismo perfetto dell'olandese che fanno esplodere il colorato San Siro a due minuti più recupero dal concludere la stagione casalinga con una sconfitta. Il gol dell'ultima esultanza stagionale che racchiude un viaggio meraviglioso iniziato ad agosto scorso, e molto prima, e finito nel più bello dei modi: il desiderato, cercato, voluto, e alla fine conquistato scudetto. Ma ogni 'ultima partita' significa sempre 'l'ultima davvero' per qualcuno e chissà che a salutare non possa essere proprio l'attuale 2 dell'Inter.
MA I SALUTI non sono per Denzel né per grandi altri nomi della rosa di Simone Inzaghi, che sì vedrà partire qualcuno del suo 'splendido gruppo' (come ama definirlo) ma, appunto qualcuno e senza dover covare timori alcuni. A salutare l'Inter è piuttosto Steven Zhang, o meglio, a salutare Steven Zhang è l'Inter. Dalle parole di Zhang stesso ieri alle parole di Zanetti nel post-gara, passando per il concatenamento delle cose e lo striscione sciorinato al secondo blu: tutto sembra far pensare che l'addio di Suning sia assodato e praticamente certo e la preoccupazione sul futuro è stata posta per qualche ora in secondo piano, lasciando che a prendere il sopravvento fossero la 'gioia infinita che dura una vita' per un nuovo Tricolore sognato in giro per l'Italia (- semicit) e la malinconica consapevolezza di un nuovo addio doloroso per alcuni, liberatorio per altri ad un Presidente e una proprietà ai quali, per questo(/i) Trofeo(/i), questa squadra, queste emozioni, questi brividi, queste lacrime di gioia e soprattutto queste nuove pagine di storia, devono tanto. Un'ennesima miscela di dolce e amaro, gioia e dolore, insomma che torna ancora puntuale nel destino di un'Inter che all'indomani di una festa che rischia di essere 'guastata' proprio a qualche ora (se non durante) la cena aziendale conclusiva di un'annata meravigliosamente pazzesca può di certo dire di aver interiorizzato una nuova consapevolezza: non importa quale addio 'vizierà' la festa, la festa continuerà. La gioia può e sa battere ancora una volta la cupidigia. E se anche questa volta la festa sarà viziata da un addio, la festa continuerà ancora e ancora e ancora. E sarà sempre pazza e tanto, tanto colorata di nero e d'azzurro sotto un cielo di stelle che dopo tanti anni si è finalmente (ri)'usciti a (ri)vedere'.
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