"Parto da Buenos Aires, da bambino sognavo di diventare calciatore e non pensavo di arrivare presto in Italia e in una squadra come l'Inter. Per me è una famiglia, dal primo giorno in cui sono arrivato. Oltre al campo, una società che sotto il profilo umano ha un occhio di riguardo ed è anche per questo che sono ancora in questa società". Ospite nel salotto di 'Verissimo' su Canale 5, Javier Zanetti ripercorre la sua carriera, dagli inizi in Argentina all'approdo in nerazzurro, dove ha scritto la storia. Partendo da un momento emozionante e doloroso come quello dell'addio al calcio: "Non è stato semplice, giocavo da tanto ma il giorno doveva arrivare. Nella mia ultima stagione ho sofferto per la rottura al tendine d'Achille e quando ho capito che era grave la mia mente era proiettata al tornare in campo per giocare almeno una partita a San Siro e così è stato. Quella notte è stata indimenticabile, volevo che non finisse mai. Ho dormito pochissimo, sapevo che sarebbe stata una grande emozione, c'era la mia famiglia e i miei bambini e tutto quell'affetto rimarrà per sempre nel cuore".
Ma c'è un soprannome che Zanetti apprezza più di tutti?
"El Tractor ce l'ho da quando sono arrivato per il mio modo di giocare, Pupi per la fondazione, ma per tutti sono il Capitano. Insomma, nessuno mi chiama vice presidente (ride, ndr)".
Poi un curioso retroscena sui pantaloni di ricambio che Zanetti è 'costretto' ad avere sempre a portata di mano:
"Sì, ho i muscoli grossi e non si sa mai, bisogna trovare sempre un piano B".
Sull'affetto per l'Argentina e per la sua famiglia, Pupi non si nasconde e racconta:
"Non dimentico mai da dove arrivo. Credo sia fondamentale essere umili, avere la cultura del lavoro. Sognavo di fare una carriera da calciatore, mio padre era muratore e io lo aiutavo. Lui mi chiedeva sempre cosa volessi fare da grande e io ripetevo che volevo diventare un grande calciatore. Mi ha dato una grande spinta: mio padre e mia madre hanno fatto tanti sacrifici per non farmi mancare nulla, né a me né a mio fratello. Quando sono arrivato in Italia e diventato un grande calciatore una delle vittorie più importanti è stato dire ai miei genitori di smettere di lavorare e di godersi la vita insieme a me. Il mio secondo nome e Adelmar: da piccolo ho rischiato di morire, mia madre mi ha dato il nome del medico che mi ha salvato - spiega Pupi -. A scuola ero bravo, ero molto preciso, mi piaceva. Facevo subito i compiti così poi avevo più tempo per giocare a calcio. Mia madre è venuta a mancare nel 2011 dopo la finale di Coppa Italia vinta con l'Inter. In mezzo ai festeggiamenti mi ha lasciato un messaggio: è stata l'ultima volta che ho sentito la ua voce. Me lo disse me padre, è stato triste perché ero lontano e non sino riuscito a parlare con lei dopo la vittoria. Poi sono partito subito per l'Argentina. Mia madre è sempre con me, il rapporto che avevo con lei era fatto di tanto amore. I miei genitori sono venuti con me in Italia e sono stati fondamentali. Quando tornavo dall'allenamento e mi aspettavano per bere il mate era bellissimo. Poi hanno deciso di tornare in Argentina e io li raggiungevo per Natale o con la Nazionale. Ci sentivamo sempre, non quella sera. Papà Rodolfo ha origini friulane, mi ha sempre spronato perché iniziai a giocare per l'Independiente e un allenatore mi disse che non potevo giocare perché ero troppo gracile. Quando ci ho riprovato ci sono riuscito, e poi ho conosciuto Paula. Io mi allenavo e lei giocava a pallacanestro: quando finivo andavo a vederla e poi grazie ad un amico in comune come Roberto l'ho conosciuta meglio. Lo striscione 'Paula ti amo'? Sì, l'ho messo sotto casa sua. Ora è a casa, mi disse di toglierlo (sorride, ndr). A casa ho un museo, tutta la nostra storia è lì dentro. Il giorno del matrimonio è stata un'emozione perché c'erano tutti, una festa che è durata fina all'alba. Segreti per i capelli? Non uso neanche il phone, sono così. Possono toccarli solo i miei figli (ride, ndr). Tommy è un fanatico del calcio, Nacho è l'intellettuale, mia figlia ballerina, Paula fotografa e io... vicepresidente. Se mi preoccupa mio figlio nel calcio di domani? No, l'importante sono i valori. I miei figli ci accompagnano nelle mie fondazioni, vedono i bambini che non hanno avuto la loro stessa fortuna".
Sulle uniche due espulsioni in carriera:
"E' una cosa simpatica perché una di queste volte l'arbitro faceva fatica e non voleva essere lui ad espellermi, allora gli ho dato la mano e sono andato via. Ho sempre interpretato il calcio come rispetto per gli avversari, noi siamo d'esempio per i bambini e dobbiamo stare attenti. Abbiamo una grande responsabilità. Falli? Sì, falli ne ho fatto. Soprattutto all'inizio ho avuto un litigio con un allenatore (Hodgson, ndr) perché mi ha tolto in una finale dove stavo giocando bene, ma non avevo capito che il cambio era perché poi c'erano i rigori. Ora ci abbracciamo, lì avevo sbagliato io".
Poi prende in mano il suo libro, 'Vincere ma non solo', e spiega il passaggio dal campo alla scrivania:
"Mettere la giacca e la cravatta è stato difficile. E' una nuova vita, una nuova tappa cn cui mi volevo confrontare. Tutti pensavano che sarei stato legato solo alla parte sportiva, ma ho una visione sportivo. Giro nel mondo per cercare di aumentare il brand dell'Inter e trasmettere i miei valori. Ho iniziato a studiare alla Bocconi perché dovevo essere preparato. Sedermi all'Università con altri ragazzini era stano, ma dopo foto e autografi si doveva studiare. Spero di lasciare la mia impronta anche da dirigente. Se è piaciuto Steven Zhang? Dovrò scriverlo in cinese o in inglese, ma è uno che ci tiene. Non ho mai sentito l'esigenza di dover fare l'allenatore, il mio profilo è più da dirigente che da allenatore. Con questo libro voglio trasmettere l'importanza dei valori umani, che fanno sempre la differenza".
Sulla vita nello spogliatoio:
"Nei momenti di difficoltà mi piaceva il dialogo, quando c'era un problema si affrontava tutti insieme e si risolveva. Quando c'era un lungo periodo negativo si facevano le riunioni e io parlavo per primo, poi ascoltavo i miei compagni e parlavamo per il bene della squadra. Schezri? Tanti, specie a Nagatomo. L'ho fatto cantare e ballare nello spogliatoio, e lui non poteva dire niente. Siamo diventati grandi amici, i giapponesi sono molto rispettosi".
Un sogno per domani:
"Iniziamo con una vittoria dell'Inter a Roma (ride, ndr). Poi una grande felicità per la mia famiglia, spero che abbiano un grande futuro".
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