E anche il tabù Parma, dopo qualche anno di attesa, è da archiviare. L'Inter riprende la sua corsa dopo lo stop forzato di Firenze, presentandosi al cospetto dei ducali con lo stesso undici che già si era riscaldato nei primi 15 minuti del Franchi e continuando il suo percorso di riavvicinamento alla vetta grazie a un robusto 3-1 che poteva essere ben più netto per quanto visto in campo. Soddisfazione in casa nerazzurra, dove più di un comunque validissimo avversario c'era da affrontare la storia recente tra le due squadre a San Siro.
CHIUSO IL CERCHIO DAVANTI A STRAMA - Quattro pareggi e una sconfitta negli ultimi confronti al Meazza, di certo in casa nerazzurra non c'era tutta quest'ansia di rivedere il Parma nel massimo campionato. Non è come negli anni '90 quando i ducali concorrevano per lo Scudetto e spesso e volentieri le suonavano all'Inter, però i precedenti nella Scala del Calcio invitavano a considerare gli emiliani una specie di bestia nera. Per la precisione, è dal 2013 che l'Inter non supera i ducali in casa, uno striminzito 1-0 firmato da Tommaso Rocchi, unico successo in un finale di campionato ai limiti del tragicomico, con Andrea Stramaccioni costretto a pescare nella Primavera per schierare undici giocatori. Lo stesso Strama che ieri sera era in tribuna al Meazza per commentare la partita per conto di DAZN e che ha visto dal vivo la chiusura del cerchio.
L'INCAVOLATO DARMIAN - L'unico più incavolato di Lautaro Martinez, bastonato più dal VAR a Lissone che dai vari Botond Balogh, Enrico Delprato e Giovanni Leoni (che con il sedere ha tenuto in gioco Nicolò Barella per il raddoppio, mostrando gratitudine all'Inter per averlo corteggiato a lungo), è probabilmente Matteo Darmian. Lo ha ammesso candidamente Simone Inzaghi a fine partita, tra il serio e il faceto, giustificando il tutto con l'indiscutibile perfezionismo del jolly di Legnano. Un autogol arrivato con le migliori intenzioni di anticipare last second Dennis Man, ma che alla fine altro non ha fatto che negare un comodo clean sheet a Yann Sommer. Il quale non lo ammetterà mai ma adesso, a furia di collezionarne, ci tiene tremendamente.
LA NOSTALGIA DI MARCUS - I precedenti tra Inter e Parma hanno attratto la massima attenzione dell'ambiente nerazzurro, costretto a fare i dovuti scongiuri per interrompere un trend negativo al Meazza. E di conseguenza hanno fatto passare un po' sotto traccia quanto questa partita fosse speciale per un giocatore in particolare. Non Federico Dimarco, che a 6 anni di distanza ancora si svegliava di notte con il rimorso di quell'eurogol che è valsa l'ultima vittoria gialloblu a Milano, ma che ieri ha pagato il proprio debito con un'altra prelibatezza. Bensì Marcus Thuram, che a Parma è nato il 6 agosto del 1997, cresciuto, ha imparato l'italiano e ha dato i primi calci al pallone, attività di cui oggi gode l'altra squadra delle due sfidanti. Certo, non è stato come tornare in Emilia nello stadio frequentato spesso per vedere papà Lilian, ma una picco di nostalgia l'avrà attraversato nel profondo ieri sera. Almeno fino a quando non ha deciso di scrollarsi di dosso ogni segno di sensibilità e ha iniziato a picchiare duro i colori che tanto lo hanno accompagnato nell'infanzia. Per l'Inter questo e altro.
QUOQUE TU TUCU - Circa 20 minuti in campo per Joaquin el Tucu Correa, reduce dalla mirabolante prestazione del Bentegodi e meritevole di una chance anche in unoi stadio che lo ha amato poco nella sua esperienza nerazzurra. Inzaghi sa anche vestire i panni dello psicologo e a giochi fatti ha voluto concedere all'argentino gli applausi dei tifosi interisti, che alle prime belle giocate in un clima da ultimo giorno di scuola ha strappato anche applausi, provando a sua volta a laurtearsi in psicologia con la tesi 'Aiutare a segnare Lautaro: teorie e tecniche di un'impresa complessa'. Un paradosso vedere colui che è emarginato ormai da tempo provare a risollevare il capitano e leader della squadra. Ma l'Inter è anche questa: versatilità tecnica, tattica e sentimentale.
TRA IL MONDO E L'EUROPA - Un giorno insolito di lavoro per l'Inter, così come per il Parma. Il venerdì, per giunta alle 18.30, è stata una sfida anche per i tifosi che hanno dovuto impegnarsi non poco per arrivare puntuali al fischio d'inizio di Rosario Abisso, fuggendo dal luogo di lavoro e tuffandosi nel traffico veicolare delle auto o deambulante della metropolitana (in totale oltre 70 mila). Ma per i nerazzurri si fa tutto. Un Inter-Parma che negli ultimi anni ha portato in dote più di una delusione per l'Inter e che, calendario alla mano, si è andata a incastonare tra il sorteggio (affascinante e multiculturale) per il Mundial de Clubes 2025 e la trasferta di Leverkusen in Champions League, programmata per martedì prossimo. In mezzo al Mondo e all'Europa, per dirla in maniera romanzata. E con cotanta cornice Simone Inzaghi ha scelto di vestire la sua squadra con l'abito migliore, la formazione già proposta a Firenze e quindi già 'calda' per scendere in campo anche cinque giorni dopo. Scelta saggia, eccome.
LA MATEMATICA CHE INCHIODA CONTE - Potenzialmente, nella (stra)migliore delle ipotesi che tutti gli interisti si augurano, l'Inter dopo l'ostacolo Parma potrebbe disputare altre 42 partite in tutte le competizioni (campionato, Champions League, Coppa Italia e Supercoppa italiana), escluso ovviamente il Mundial de Clubes che inizierà solo a fine stagione. In pratica, fino a maggio, un calcolo di 7 partite al mese. Magari. Con l'eliminazione dalla Coppa Italia per opera della Lazio, al Napoli non resta che il campionato: altre 24 gare da disputare nello stesso arco temporale. Calcolatrice alla mano, 4 al mese. In pratica, solo nel weekend. Ora, di certo ad Antonio Conte ha dato fastidio perdere all'Olimpico e uscire dalla competizione, ma già dall'undici gettato nella mischia si capiva come per lui non fosse un dramma correre il rischio e trovarsi senza il 'fastidio' di una seconda competizione per focalizzarsi solo sulla lotta Scudetto. Lui parla di sordi che non vogliono sentire e ciechi che non vogliono vedere, eppure è evidente come nella sua testa l'obiettivo sia reale e certe dichiarazioni miste a frecciatine confermano più che smentire. Tra i dico e non dico e le sfumature, basta fare i calcoli di cui sopra: la matematica non ammette discussioni.
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