L’ultima partita contro il Benfica è la dimostrazione più palese di come l’Inter abbia conquistato gli ottavi di Champions League con le seconde linee. Se infatti al Da Luz sono praticamente scesi in campo solo i panchinari, anche nei precedenti incontri Inzaghi non aveva schierato mai i titolarissimi. Fatta eccezione per la gara di andata contro i portoghesi, che sarebbe dovuta finire 8-0 per i nerazzurri e quando effettivamente era sceso sul verde l’undici di gala, nei restanti match il mister piacentino ha sempre puntato sul turnover. Non totale come quello di mercoledì sera, ma sicuramente con rotazioni importanti, con pezzi da 90 seduti in panchina e pronti a subentrare a gara in corso.
Ecco, il fatto che i vice campioni d’Europa si siano qualificati agli ottavi di finale con due giornate di anticipo, senza perdere nemmeno una sfida e giocando comunque un calcio di livello (ad eccezione del primo tempo di Lisbona, per me il peggiore dell’era Inzaghi) significa che la squadra c’è, che la rosa è competitiva, ma anche che alcuni calciatori debbano ancora crescere per raggiungere le vette dei top. Quella sensazione però di amaro in bocca dopo il 3-3 contro il Benfica, tenendo conto dello 0-3 del primo tempo e visto lo 0-0 dei baschi col Salisburgo, certifica un’incazzatura da grande squadra.
Probabilmente la stragrande maggioranza di tifosi e calciatori avrebbe esaltato il pareggio in terra lusitana, all’Inter no. È stata fatta la giusta autocritica per un approccio horror (e ci mancherebbe altro), c’è soddisfazione per la reazione nella ripresa, ma soprattutto la volontà e la consapevolezza di voler centrare il primo posto sconfiggendo a San Siro la Real Sociedad. Scontato? Assolutamente no. In tempi di banter era si pretendeva che i nerazzurri vincessero solo perché certi atleti difendevano il nome dell’Inter, con risultati negativi e un’altezzosità ingiustificata e ingiustificabile. Oggi invece il voler competere su tutti gli obiettivi – o quantomeno provarci – con tutti gli effettivi a disposizione dimostra enormi passi in avanti del percorso del club di Viale della Liberazione.
Attenzione però a non cullarsi sugli allori. Né al pensare di arrivare già arrivati. L’Inter può e deve competere per vincere lo Scudetto. E deve cercare di arrivare più lontano possibile in Europa. La squadra non è una corazzata stile quella del 2010, ma ha tutti i mezzi per fare benissimo, affrontando le rivali sul verde e fuori. A cosa mi riferisco? Alla colpa che taluni media compiacenti imputano ai nerazzurri solo per aver lavorato bene. La Juventus negli ultimi anni ha speso molto di più dell’Inter sul mercato, con calciatori accolti da Allegri a braccia aperte, stesso discorso per il Milan di Pioli, e in parte pure per il Napoli di Mazzarri. Ma a nessuno di loro, chissà perché, viene rinfacciato l'obbligo di vincere per forza lo Scudetto. A differenza dell’Inter, che pareggia con le seconde e terze linee in casa dei campioni del Portogallo (quelli che avevano scherzato la scorsa stagione con la Juve) e viene pure criticata aspramente, ancora prima che la partita fosse finita. Bah.
A Napoli sarà battaglia, contro un avversario di valore, che sicuramente sarebbe stato meglio affrontare con Garcia in panchina (quando dici calendario favorevole, vero Milan?), ma non devono esistere scuse, né scusanti. Solo una prestazione totale, del dare tutto in campo.
Autore: Simone Togna / Twitter: @SimoneTogna
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