Dove eravamo rimasti? Chi scrive un bel po’ indietro e riemerge dopo un paio di settimane passate in Africa per progetti di lavoro che hanno modificato abitudini, pensieri e priorità. Potere di un luogo che ad ogni sua latitudine ridisegna assetti mentali e offre nuova forma ai desideri futuri e maggior concretezza agli istanti e alle vicissitudini quotidiane. Il giorno dello scudetto, il 2 maggio, ero in un appartamento reso afoso e umido dalla stagione delle piogge nonostante l’incessante lavoro delle pale del ventilatore che si sforzavano in tutti i modi di regalare sollievo. La chat di WhatsApp, che funzionava a intermittenza, ha iniziato a riempirsi di cuori neri e blu, di persone importanti e speciali che si preoccupavano di farmi sapere che “è fatta”. Un sorriso inevitabile, mentre finivo di sistemare nello zaino macchina fotografica e attrezzatura varia. E un pensiero: cosa farei se fossi a Milano?
So invece quello che ho fatto a Jambiani, villaggio sulla costa sudorientale di Unguja, la principale isola dell'arcipelago di Zanzibar, in Tanzania: ho aspettato che il sole tramontasse, che la giornata di Ramadan finisse e ho cercato uno dei pochissimi “ristoranti” (molto tra virgolette, sì) che avesse birra nel menu locale, tra un chapati (un tipo di pane di origine indiana), un riso e un bel po’ di pescato del giorno. In realtà nel posto prescelto nemmeno la avevano la birra ma di fronte alla richiesta il proprietario, pur di non perdere due clienti, si è fiondato a comprarla in chissà quale retrobottega di favore o cucina amica. E così ho potuto fare il mio personale brindisi all’Inter su un tavolinetto in plastica coperto da una tovaglia colorata, scarsamente illuminato dalla luce di una timidissima lampadina e che mi ha permesso di sfilare le ciabatte e rimanere a piedi scalzi sulla sabbia a combattere, in realtà, con le zanzare e a torturarmi per le loro punture. Ma soddisfatta per avere tra le mani la famosa, a quelle latitudini, birra “Kilimanjaro”: d’altra parte, pensavo, una squadra si chiama Internazionale proprio perché se vince uno scudetto la puoi festeggiare anche da un altro Continente.
Poi è successo di leggere di polemiche per i festeggiamenti in Duomo che hanno creato assembramenti indiscutibilmente fuori luogo; ma soprattutto è capitato di leggere incertezze e previsioni nefaste sull’immediato futuro della squadra campione d’Italia con rischi di smobilitazione, passaggi di proprietà, vendita di quote e tutte le problematiche connesse a un momento storico che non fa sconti e rischia di lasciare sul lastrico persino i grandi colossi. Infine è capitato di intravedere un Juve-Inter, che fortunatamente contava qualcosa per una sola delle due in campo, dove ogni fischio è praticamente coinciso un errore arbitrale clamoroso. Insomma: polemiche, incertezze, crisi ed errori. Dove eravamo rimasti, si diceva? Sembra di non essersi mai allontanati, a quanto pare.
Sul futuro economico-societario dell’Inter si corrono grossi rischi qualunque cosa si scriva: se si esprimono dubbi, il tifoso non è disposto a prenderli come il frutto di informazioni raccolte ma come la volontà, non si sa bene dovuta a cosa, di essere disfattisti e sparare a zero per qualche click o copia in più. Se si scrivono righe che lasciano intravedere possibili scenari positivi, si rischia di passare per tifosi poco obiettivi ma faziosi e comunque sempre disposti a tutto pur di ottenere qualche click o copia in più. Il terreno è scivoloso perché l’anno 2021 dovrebbe essere quello di un ripensamento del calcio globale, arrivato a livelli non più sostenibili e svelati impietosamente, ma realisticamente, da una pandemia globale.
La difficoltà a pagare gli stipendi non riguarda solo l’Inter, così come la necessità di rivalutare costi, spese, bilanci e stipendi in un’epoca che ti obbliga, a qualsiasi livello e in qualunque settore economico, a uno sforzo, a un ripensamento e ridimensionamento che guardi in faccia la realtà. Quello che si deve pretendere dalla famiglia Zhang sono chiarezza e trasparenza che giocatori, allenatore, staff e tifosi meritano, specialmente dopo due stagioni drammatiche per il contesto ma trionfali per i risultati sportivi che hanno ridato credibilità, ambizione e successo a un club che brancolava nel buio da un decennio. Qualunque sia lo scenario, il dovere di Suning è fare il possibile per dare continuità, trovando finanziamenti o tramite la cessione di quote, a un progetto che è presente ma soprattutto futuro e che sarebbe criminoso veder naufragare o essere costretti a smobilitare sul più bello.
Ma fino a un faccia a faccia tra i protagonisti, seduti allo stesso tavolo, fino alla dichiarazione di come stanno le cose, di quali obiettivi ci si pone e fino al momento in cui la squadra risponderà “ci sto” o “non ci sto”, si può fare solo il solito e stantio calciomercato, con chiunque in punta di penna pronto a dire la sua e a fare previsioni di cui nessuno chiederà conto perché tanto vale tutto ed è concesso dire tutto.
E perché ormai il mondo dell’informazione, o meglio dell’opinione, è questo: un gioco a chi urla più forte, a chi spara il parere più autorevole dove “l’autorevolezza” è data dal numero di like e follower sui social. Poco importa aspettare gli eventi e i fatti, tanto il giorno dopo un tweet sarà dimenticato e una nuova ideologia sarà pronta a essere piegata all’ego di chi digita e profetizza su una tastiera di fronte a una platea virtuale esultante o criticante. Tutto si fa ideologia, oggi, sul piano sportivo, politico ed economico. Senza analizzare realtà e avvenimenti ma schierandosi, a priori, dal lato di chi ha l’hashtag in tendenza e sventola la bandiera del politicamente corretto a tutti i costi.
Il giornalismo anziché elevarsi al di sopra di questo terreno ci è sceso, in mezzo a questo fango, pensando di trasformare secoli di regole, normative e deontologia in post e titoli acchiappaclick per non morire senza capire che, in realtà, è proprio quella la sua morte che più morte non si può: inseguire la polemica, inseguire i trend, “farsi social” e farsi megafono dell’ideologia fingendo di essere popolari, perbenisti e inclusivi. Tanto sai già che qualunque cosa scriverai troverai da un lato gli applausi facili e dall’altro l’insulto libero senza che qualcuno si sia degnato di andare oltre la lettura di un titolo.
Lo stato dell’informazione è perfettamente sintetizzato, in questi giorni, nelle versioni offerte sulla “guerra promessa” tra Israele e popolo palestinese (in cui qualcuno crede di fare la sua parte con una storia su Instagram o proclamando la sua simpatia per l’una o l’altra parte su Facebook). E intanto a mezzo stampa si asseconda quella tendenza filo-occidentale e filo-americana che tutto giustifica e tutto concede, persino di fronte al bombardamento israeliano della sede della stampa estera nel centro di Gaza al punto da metterla sullo stesso piano di cittadini che da una spiaggia di Tel Aviv sono stati costretti a rinunciare alla tintarella e al bagno in mare e a fuggire per il suono delle sirene, mentre a qualche chilometro di distanza vengono fatti a pezzi bambini, famiglie, case, diritti umani e trattati internazionali. Tutto sullo stesso, vergognoso, piano.
Se tolleriamo questo, cosa sarà mai tollerare l’informazione sportiva e il suo mercato sempre aperto di opinioni e faziosità? Anzi, in questo modo chiunque, purché armato di un account, è autorizzato a dire la sua, come fosse un giornalista che raccoglie informazioni tutto il giorno e distingue, o prova a farlo, le bufale dalle verità, e anzi alla fine è persino libero di insultare chiunque esprima qualcosa di diverso dalla sua linea e dalla sua ideologia.
Dove eravamo rimasti quindi? In un villaggio sperduto e non illuminato, la sera del 2 maggio, dopo aver bevuto una birra e consumato una cena a base di riso e chapati, sorridendo al pensiero che a moltissimi chilometri di distanza si stesse festeggiando uno scudetto. Quella sera per rientrare all’appartamento afoso e umido era servita la torcia del cellulare per illuminare la strada, altrimenti totalmente buia. E si vedevano le stelle, scintillanti, basse e vicine come solo in Africa si vedono. E intorno si sentivano, in lontananza, voci di persone che chiacchieravano tra loro e si godevano il fresco della notte. E no, non era affatto male.
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