Presente come invitato speciale alla presentazione del libro di Marco Bellinazzo "Le nuove guerre del calcio", alla libreria Feltrinelli Duomo a Milano, Beppe Marotta, amministratore delegato dell'Inter, ha preso la parola per offrire la sua testimonianza di dirigente navigato che ha vissuto diverse epoche del calcio: "Nella tua prefazione c'è un'evocazione del modello di calcio romantico defli anni '60, '70 e '80 che oggi sta scomparendo. Come tu hai sottolineato, ho vissuto tanti cambiamenti, la prima domanda che devo pormi è: cosa è una squadra di calcio? E' un fenomeno sportivo, sociale, di aggregazione, è un contenitore di tanti valori. Oggi sicuramente è business, ma anche un gioco in cui si vivono emozioni contrastanti come la vittoria e la sconfitta. In questi 40 anni ho accompagnato questi cambiamenti radicali: siamo passati dal calcio degli anni 40', in cui per descrivere un gol ci voleva una raccolta di poesie di Saba, ai giorni d'oggi che l'esplosione di gioia viene soffocata dal Var, uno strumento tecnico indispensabile che serve per far diminuire gli errori, anche se non è la perfezione".
Le proprietà straniere in Italia.
"Il derby è qualcosa di forte e sentito, prima tra i club di proprietà di Berlusconi e Moratti, oggi i presidenti sono stranieri, a dimostrazione che il romanticismo rischia di perdersi. Si è passati dal mecenatismo a un modello di business diverso; quando facevo le prime riunioni di Lega erano momenti conviviali perché non c'erano soldi da dividere e quindi non c'era litigiosità. Trovarsi era semplicemente un'occasione per parlare di regolamenti o altro. Oggi siamo davanti a un fenomeno che tocca svariati miliardi, il compito del presidente di Lega Casini è veramente difficile: ogni tanto ci penso che non è facile mettere assieme 20 teste. La società di calcio è qualcosa che fa riferimento all'intrattenimento, dove costi e ricavi sono importanti. Ai tempi del mecenatismo il risultato sportivo veniva prima dell'equilibrio di bilancio: il presidente chiamava il ragioniere, che gli chiedeva di staccare l'assegno. Oggi i titoli aziendali sono infiniti e bisogna pensare prima all'equilibrio economico-sportivo, poi a quello sportivo".
Superlega.
"Non è altro che un grido d'allarme delle società, in questo caso di quelle che sono rimaste, ovvero le spagnole Real e Barcellona e la Juventus che rappresenta l'Italia. Non è facile essere competitivi in uno scenario dove c'è il modello Premier League, che continua a generare ricavi al contrario degli altri modelli che sono in continua involuzione, fatta eccezione per il modello tedesco che riesce a reggere ancora. Come sapete, il Bayern ha come socio l'Audi, l'Adidas... Tutto ruota attorno al concetto di spettacolo, una cosa per la quale valga la pena pagare il prezzo del biglietto. C'è la fascia di tifosi fedele che va a vedere la propria squadra anche in terza divisione, poi ce n'è un'altra che va quando c'è lo spettacolo importante. Dobbiamo andare alla ricerca della sostenibilità, rappresentata anche dagli investimenti stranieri che sono necessari: se i fondi arrivano è perché portano cassa. Una squadra di calcio è un'azienda privata di interesse pubblico. Uno che ha una fabbrica di acqua minerale non viene pressato dall'utente che gli dice che la bottiglia deve essere fatta in un modo o in un altro. Noi invece siamo soggetti a processi tutte le domeniche sere, processi che negli anni '80 hanno portato anche al dissesto certe famiglie. Il tifoso ti condiziona, l'amore esasperato genera un processo negativo, si perde di vista il concetto di sostenibilità. Se noi prendiamo 100 tifosi e diciamo loro: 'volete la squadra virtuosa coi bilanci a posto che arriva quinta o sesta o una che vince lo scudetto che però ha problemi di bilancio?' Novanta su cento direbbero la seconda. Non è sempre uguale l'equazione chi più spende più vince".
L'imprevediblità della sconfitta deve essere preservata?
"Quando vado allo stadio sono nervoso perché non è come andare a sostenere un esame universitario. Ci sono fattori impredevibili che non dipendono solo dalla tua prestazione o capacità".
I rinnovi.
"L'Italia prima era l'Eldorado del calcio, un giocatore veniva e finiva la sua carriera qui. Oggi le altre Leghe sono più competitive, offrono di più per le note questioni del fair play finanziario e di sostenibilità, quindi dobbiamo essere bravi a rinnovare a due anni dalla scadenza oppure a vendere il giocatore".
Autore: Mattia Zangari / Twitter: @mattia_zangari
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