Si concludeva con un abbraccio il match tra Belgio e Portogallo dello scorso Europeo che ha incoronato l’Italia di Mancini campione. L’abbraccio in questione era tra i due uomini simbolo della gara: Romelu Lukaku e Cristiano Ronaldo. I più attesi in campo, non solo dalle rispettive Nazionali e dai rispettivi connazionali, ma anche dagli italiani che in quella partita avevano un pezzo di tifo e di rivalità all’italiana. Team Lukaku vs team Ronaldo, e poco importava se il vincente avrebbe incontrato proprio l’Italia di Mancini. L’esito di quella gara è noto, altrettanto il risultato di quella successiva, meno noto invece è il dialogo intercorso tra il 9 belga e il 7 portoghese. “Ci si ri-vede a settembre” è stata la frase più gettonata nelle ipotesi comuni, e probabilmente quell’”arrivederci a settembre” è stato davvero pronunciato, se non fosse che l’appuntamento è stato fissato in una nazione diversa dall’Italia e un campionato diverso dalla Serie A.
Se le intenzioni (di entrambi) di cambiare aria fossero già allora ben delineate nei pensieri e nei progetti non è facile dirlo né ipotizzarlo, ma tant’è: quel Belgio-Portogallo fu l’ultimo match ufficiale di Lukaku e Ronaldo come avversari giocato da tesserati di Inter e Juventus. Prima uno, poi l’altro: senza ripensamento alcuno e uno sguardo mai rivolto verso il basso, i due giganti della Serie A sono saliti a bordo di un aereo privato con direzione Premier League.
"Vi amo, grazie di cuore. Sempre forza Inter".
"Sarò sempre uno di voi, sarete sempre nel mio cuore. Juve storia di un grande amore". I saluti di commiato espressi rispettivamente dall’uno e dall’altro.
Il primo senza neanche una foto, l’ultima, con la maglia nerazzurra addosso in allegato; il secondo con qualche doppia di troppo nelle due uniche parole in italiano utilizzate. Due scelte o 'cadute', volute o meno, che lasciano inevitabilmente percepire distacco e impegno rivedibile e che dipingono un tocco ulteriormente ombroso su un quadro d’addio poco piacevole per natura. Una chiusura del cerchio professionale per entrambi, sebbene per Lukaku la fine della carriera è di certo più lontana che per Ronaldo. Di sicuro, un ritorno a casa che ha un non so che di romantico e tremendamente sentimentale per i tifosi di Chelsea e Manchester United, ma che lo stesso non si può dire per i due protagonisti in questione. Non c’è "sogno da bambino" che tenga, specie perché a romanticismo e sentimenti fanno da contraltare progettualità e ambizioni dei due club inglesi, rafforzati da ingaggi che Inter e Juventus oggi non possono permettersi. "Lukaku e Ronaldo non vanno via per soldi, non ne hanno di certo bisogno" - cit. "Lottare per vincere qualcosa sì". Vero, ma non troppo.
Se è vero che "il semplice scudetto" non può mai essere abbastanza per campioni del loro calibro, altrettanto vero è che dalla parte dei poveri si schiera il tempo, di solito gentiluomo. Specie per Lukaku, fresco di titolo, più che per Ronaldo. Eppure i dati (di fatto) dicono altro: all’indomani di una pandemia che ha gettato nel collasso milioni di imprese - calcistiche comprese - il calcio italiano è quello che ne piange le conseguenze più che in ogni altro paese. Reinventarsi con fantasia è il diktat imposto ad ogni direttore sportivo e amministratore delegato e i vari Mbappé, Messi, Haaland e compagnia cantante si tramutano da sogni in utopie. Situazione con la quale si è costretti a convivere per almeno qualche tempo, specie nella stagione 2021/22, la prima grande depressione post-bellica. Eppure la storia lo insegna, ad una guerra succede sempre una restaurazione che quasi sempre finisce col far esplodere un boom economico. Lo insegna il Triplete dell’Inter del 2010, ma anche i nove anni da campioni d’Italia e le due finali di Champions in tre anni della Juve dopo Calciopoli e la B.
Spes fovet, et fore eras semper ait melius.
Ma non per Lukaku e Ronaldo che 'non necessitano soldi' ma neppure apprezzano difficoltà economica e sacrificio. E la 'ristrettezza economica' di una Serie A parzialmente sanguinante viene tradotta in 'povertà d’ambizioni' dalla quale emigrare alla ricerca di luoghi più abbienti dove nidificare. Un espatrio che non riguarda certo soltanto i protagonisti di tale digressione casuale ma soprattutto causale. Basti pensare a Gigio Donnarumma, additato - non così a torto - di ingratitudine ma macchiatosi di un crimine meno efferato dei due giganti d’attacco di cui sopra, colpevoli di un addio arrivato di soppiatto e ai limiti dell’estremo (Ronaldo, certo, in posizione addirittura peggiore di Lukaku, a qualche giorno dalla fine del calciomercato e campionato iniziato, ma non senza qualche avvisaglia lanciata nei mesi precedenti). Ma anche l'addio di De Paul, finito all'Atletico Madrid dopo tanti corteggiamenti sparsi da parte dei club italiani, rivelatisi alla fine della fiera impossibilitati a sostenerne l'acquisto - per fare un nome di un incolpevole ma parte dell'esodo di campioni dal campionato nostrano, oggi di sicuro più impoverito di uomini quanto di soldi. Impoverimento doppio nel bene (o per il bene) di quei fuoriclasse che 'avuta la grazia, han gabbato lo Santo' e che trovano nei due (ex) giganti della Serie A la loro massima espressione, ancora avversari ma abbracciati ancora una volta come in quel Belgio-Portogallo dallo stesso destino: arrivederci a settembre... in Premier League.
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