‘Gara 7’, ‘finale anticipata’, ‘la partita più importante della stagione’ e via discorrendo. Alla vigilia, Inter-Barcellona è stato un maxi-contenitore di definizioni, diventato ancor più capiente dopo lo scintillante 3-3 di Montjuic dell’andata. Una gara di una bellezza rara, ricca di colpi di scena, tanto da aver sorpreso il più rivoluzionario degli allenatori in attività, Pep Guardiola, da sempre in prima linea a difesa del bel gioco. Il calcio relazionale di Simone Inzaghi in cui tutti sanno fare tutto contro l’approccio estremo adottato da Hansi Flick che schiera la difesa praticamente sulla linea di centrocampo per riaggredire più efficacemente e avere un dominio della palla ancor più marcato, con quella velocità che mancava al ‘tiki taka’. Una filosofia audace resa possibile dall’introduzione del VAR, ovvero la tecnologia in grado di rilevare anche il più impercettibile dei fuorigioco per l’occhio umano. Nel corso di questa stagione, sono stati 34 i gol annullati agli avversari dei catalani, compreso quello segnato all’andata da Henrikh Mkhitaryan. Questione di centimetri, una regola che va contro lo spirito del gioco, ma che si può portare al limite fino a che rimarrà in vigore. E il Barça fonda la sua forza offensiva sulla categoria del Tempo, nel senso che obbliga chi ha di fronte a ragionare in una frazione di secondo, con l’illusione di farsi trovare platealmente scoperto mentre si prepara a colpire in maniera spietata in caso di riconquista della sfera. Una condanna per tutte le squadre, nessuna esclusa: persino l’Inter, miglior difesa della competizione, nei primi 90’ della semifinale ha incassato tre gol, uno ogni trenta minuti, senza contare i recuperi. Una enormità in uno scontro a eliminazione diretta, se non fosse che i nerazzurri hanno saputo, agendo sulla categoria dello spazio, dilatare e allungare i blaugrana per colpirli nei loro punti deboli. Segnando la prima rete della doppia sfida, dopo appena 30 secondi, grazie al tacco magico di Marcus Thuram, per poi dare la costante impressione di poter colpire a piacimento nelle situazioni a ‘palla scoperta’, visto il divieto tassativo di Cubarsi e compagni di ‘scappare’ all’indietro verso la porta.
La successiva doppietta di Denzel Dumfries, arrivata dagli sviluppi di un corner, ha come ‘preannunciato’ l’1-0 di Lautaro Martinez nell’epica notte di San Siro: dopo tre tiri dalla bandierina dai quali ha ricavato fiducia e metri, l’Inter ha colpito andando ad attaccare il portatore di palla sulla trequarti, Dani Olmo, con Federico Dimarco, che di professione farebbe il quinto. Azzerando i tempi di esecuzione, Dimash col suo piede sinistro fatato prima ha rubato palla e poi l’ha messa nel corridoio vuoto per Dumfries che, in fuga verso la porta, ha deciso saggiamente di passarla al suo capitano dandogli il premio meritato per aver giocato praticamente su una gamba dopo l’infortunio. La reazione degli ospiti è veemente e lucida allo stesso tempo, comunque non in grado di abbattere il fortino nerazzurro. A turno entrano in area Lamine Yamal, Dani Olmo e Ferran Torres, tutti respinti con perdite. E il bilancio diventa severissimo poco dopo, non appena Gerard Martin sbatte contro il solito Dumfries innescando un rimpallo che spalanca il campo Mkhitaryan, subito pronto a imbucare per Lautaro. Che, entrato in area di rigore, non riesce a caricare il destro per la scivolata disperata di Cubarsi. San Siro insorge per il mancato fischio di Szymon Marciniak che, con fare sicuro, indica la palla. I presenti schiumano rabbia invocando la correzione del VAR, che effettivamente arriva puntuale: c’è fallo, quindi penalty. Dal dischetto si presenta, ovviamente, Hakan Calhanoglu, e qualcuno sulle tribune fa notare che sta calciando verso la stessa porta in cui sbagliò contro il Napoli l’unico tiro dagli undici metri dopo una serie infinita senza errori. Semplice scaramanzia da stadio che dura giusto qualche secondo, il tempo di ammirare il turco che spiazza Szczęsny e chiude il cerchio che aveva aperto contro il Barça il 4 ottobre 2023, il giorno della rinascita europea dell’Inter di Simone Inzaghi. Il quale, otto giorni dopo, a margine del folle 3-3 del Camp Nou, profetizzò che ‘in Spagna si sarebbero ricordati per molto tempo dell’Inter” rispondendo a chi gli dava del catenacciaro dopo il successo di corto muso dell’andata.
A leggerle ora queste dichiarazioni fanno impressione da qualsiasi punto le si guardi. Poco meno di due anni dopo, l’Inter si è portata per due volte di fila sul 2-0 contro il Barcellona. Una situazione di privilegio che va onorata continuando a macinare calcio, cosa che nel secondo tempo è riuscita poco e niente all’Inter, schiacciata negli ultimi venti metri dal palleggio martellante dei ragazzi in giallo fluo. Al 53’, in una delle tante azioni insistite sul perimetro, i catalani trovano la rete che accorcia le distanze dal giocatore più insospettabile, Eric Garcia, un jolly capace di mandare un controcross spiovente in area al sette con un tiro volante. Dopo l’intermezzo di Barella che tiene in allerta Szczęsny, il Barcellona gira a suo favore lo spauracchio del corner tramutando l’azione difensiva più temuta in un 3 v 2 che non si sublima solo per la prima di una serie di parate senza senso di Yann Sommer, alla fine MVP per acclamazione popolare e della critica. A tanto così dal 2-2 con doppietta di Eric (sarebbe stato troppo), il Barcellona trova il pari meritato all’ora di gioco col solito schema: Gerard Martin disegna col pennello sul secondo palo, dove questa volta sbuca Dani Olmo, uscito dai radar della contraerea nerazzurra. Colpita al cuore, l’Inter prova a rialzare la testa tornando a fare quello che aveva funzionato fino al 2-0, ma Lautaro difetta di precisione nell’ultimo passaggio e butta via una potenziale occasione. Che diventa concreta dall’altra parte del campo quando Marciniak indica il dischetto per un fallo di Mkhitaryan su Yamal. Cala il gelo al Meazza, mentre i maxischermi segnalano che è in corso un check per verificare la posizione geografica del tocco irregolare dell’armeno sull’alieno in maglia 19. Il segno del VAR dell’arbitro polacco rianima i 70mila cuori nerazzurri presenti: ‘solo’ punizione, che scivola via innocua. Si apre l’ennesima sliding door, come quando Lautaro lascia il campo stremato salutato dalla standing ovation dei presenti. Il copione non cambia nemmeno con gli ingressi di Piotr Zielinski e Davide Frattesi: attacca solo il Barcellona, che a un certo punto vede all’orizzonte il ciambellone dell’Allianz Arena per effetto del gol di Raphinha in tap-in dopo una delle innumerevoli parate di Sommer. Siamo all’87esimo, l’Inter è sotto e a una manciata di minuti da un’eliminazione crudele ma che non sarebbe così ingiusta vedendo il film delle due partite. L’orologio segna il 92’ quando Yamal manca il colpo del ko colpendo un palo fragoroso. Qualche infedele comincia a lasciare il suo seggiolino non vedendo più futuro nella cavalcata europea dell’Inter, ma qualche attimo dopo viene richiamato da un boato che squarcia il cielo. E’ l’urlo disperato di chi sa che è accaduto un miracolo calcistico: Dumfries (chi se non lui?) va via di forza sulla destra e mette in mezzo una preghiera per chi la vuole accogliere. Irrompe dal nulla Francesco Acerbi, che da bomber consumato gira il pallone in rete addirittura col piede debole: tre a tre e supplementari (lo svantaggio dell'Inter è durato appena sei giri d'orologio, quattro in meno delle precedenti dodici gare di Champions). I bambini se la ridono ed esultano perché avranno in regalo altri 30’ di calcio, i padri e le madri lo stesso ma pensando che sarà una mezz'ora di passione. Dopo la breve pausa, l’abbrivio è dell’Inter: al 99’, Mehdi Taremi risponde ‘presente’ nel momento che conta di più accomodando, dopo un’azione solitaria di Thuram, un pallone per il tiro a giro letale di Davide Frattesi. L’eroe di Monaco di Baviera che porta l’Inter a Monaco di Baviera. Prima del triplice fischio ci sarà ancora da soffrire per i nerazzurri: su un pallone visionario del solito Yamal, Lewandowski, in campo dall’ultimo minuto del tempo regolamentare, fallisce di testa una chance che in altre circostanze avrebbe messo dentro a occhi chiusi, mentre il resto lo fa Sommer con un volo a sfidare le leggi della fisica per dipingere nello sguardo di Yamal quell’incredulità già vista negli occhi di Messi nel 2010 di fronte al paratone di Julio Cesar. E’ l’ultima scena di una partita che meriterebbe una targa commemorativa simile a quella che c’è all’Azteca. Un altro 4-3, quello che manda l’Inter per la seconda volta nelle ultime tre stagioni in finale di Champions. Avverando il pronostico di Pep Guardiola dopo Istanbul: “A Inzaghi vorrei dire che quello che sta provando ora noi l'abbiamo provato due anni fa. Deve pensare che allena la seconda squadra più forte d'Europa, quindi una grandissima squadra. Tornerà in finale. Lo sport è così: a volte vinci, a volte perdi...".
Autore: Mattia Zangari / Twitter: @mattia_zangari
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