Oggi è il giorno di Inter-Juventus. Due squadre, reduci da un avvio di campionato diametralmente opposto sul piano dei risultati, scenderanno in campo a San Siro per giocarsi i tre punti nel 157esimo Derby d’Italia. Un’altra partita, invece, si gioca da anni nelle aule dei tribunali ed è quella che negli anni post-Calciopoli sta ricevendo un'enorme attenzione mediatica. La polemica sullo scudetto 2006 ha avuto modo di rinascere con la relazione stilata quest’estate dal pm Stefano Palazzi ai danni di Giacinto Facchetti e dalle continue rivendicazioni del presidente bianconero Andrea Agnelli. FcInterNews.it ha avuto modo di parlarne con Gianfelice Facchetti, figlio di un emblema non solo per il popolo interista ma di tutto il calcio italiano.
Partiamo da quest’estate e da quanti ti hanno chiesto che cosa ci fosse di vero nella relazione di Palazzi.
Ed io, invece, per la prima volta ho scelto di non dire nulla. Mentre nei passaggi precedenti si erano affrontate querele, qualche azione legale, sono andato a testimoniare al processo penale, quest’estate succede una cosa abbastanza sorprendente: esce la relazione di Palazzi con la premessa che fondamentalmente c’è l’impossibilità. Vuoi per la prescrizione per chi è vivo, vuoi perché la persona di cui si parla non c’è più, mi viene logico pensare che un qualsiasi magistrato non si impegnerebbe a fare 50-60 pagine di relazione se una cosa non può avere seguito, è uno spreco di ruolo. Ma questo non perché si parla di una figura popolare, né tantomeno perché si parla di mio padre, ma si parla di una persona. Quando è uscita questa cosa c’è stata una reazione fortissima. Pensiamo alle parole di Gigi Riva, Rivera e di tante altre persone, che a me hanno fatto soltanto piacere, però, mi dicono, che nemmeno ce ne fosse bisogno, perché poi tutto il discorso si è spostato sul piano morale. Addirittura qualcuno è arrivato a scomodare gli angeli. Io non sento né il bisogno né il dovere di nominare il bene e il male, né tantomeno di toccare il cielo per essere tutelato. Si tratta solo di rispetto per mio padre. Non perché è stato famoso, ha rappresentato qualcosa, per quello che ha fatto, ma perché era un uomo. Perché al peggior delinquente sulla faccia della terra questa cosa va garantita. Dal momento che non può essere aperto un processo disciplinare, dal momento che non ci sarà un avvocato che può contestare tutto quello che gli è stato fatto pendere sulla testa per l’eternità, dal momento che non ci sarà un giudice a dare una sentenza neutra, quantomeno, allora vuol dire che questa cosa non ha ragione d’essere. Davanti a tutto questo non puoi fare niente, perché non c’è lo strumento legale che ti possa permettere di difenderti. Allora abbiamo deciso di parlare di altro, io non risponderò più sull’argomento perché non ho appunto la possibilità. Stiamo parlando di una persona assente, quindi non tanto perché non si potesse difendere, ma perché è qualcosa di molto profondo ma che ha anche a fare con la civiltà del diritto.
Intanto il presidente Agnelli e la Juve continuano a rivendicare lo scudetto del 2006.
Io preferisco parlare di altro, non è un problema mio. Facchetti e la famiglia Facchetti sono già entrati fin troppo in questa storia che non ci riguarda più. Abbiamo fatto il nostro andando a testimoniare nelle sedi opportune, del resto non ce ne importa veramente più nulla.
In questi giorni Cambiasso ha espresso ancora una volta la sua amarezza per le accuse nei confronti di tuo padre, perché ‘ora non può più difendersi, mentre chi l’ha conosciuto sa cosa ha fatto’. Se avesse potuto, come si sarebbe difeso Giacinto?
Le parole di Cambiasso si uniscono al coro trasversale non solo di interisti che negli ultimi mesi ha preso voce in nome di mio padre. Sono parole affettuose che fanno piacere, comunque Facchetti si è difeso bene anche da assente, visto che i tentativi che sono stati fatti sono abortiti sul nascere e si sono spenti da soli. Poi, le parole in difesa fanno piacere, anche se tutto quello che è venuto fuori, oltre alle varie smentite che ci sono state e le cose già successe negli anni passati, è finito in fumo perché erano frottole, non c’era niente di sostanza.
Nel tuo libro ‘Se no che gente saremmo’ (Longanesi), in cui ricordi con affetto la figura dell’uomo e del padre Giacinto Facchetti, citi una frase dell'illustre giornalista e scrittore, nonché grande amico di tuo padre, Giovanni Arpino: ‘Vorrei che ogni famiglia italiana avesse un figlio come Giacinto, saremmo un Paese diverso e senza il novanta per cento dei nostri guai, che derivano da una collettività inferocita e divisa, disonesta e ignorante’. Cosa significa invece crescere sotto l’ala di Giacinto ‘Magno’, come l’ha ribattezzato Arpino, e soprattutto davanti a un padre come Giacinto Facchetti?
In realtà la cosa che ho sempre apprezzato di mio padre è che lui non voleva far vedere ai figli la leggenda che era stato e cosa rappresentasse per molti sportivi. Parlava poco delle cose passate, si rapportava semplicemente da padre a figlio, non da celebrità, non da mito, non da campione. Per me essere cresciuto con lui vuol dire aver avuto un genitore attento, presente, anche se facesse una vita che spesso lo teneva via da casa. Era un genitore che attraverso il confronto, a volte anche acceso, delle differenze fra me e lui, mi ha dato tutto quello che mi serviva per crescere, insieme a mia madre.
Dalle pagine del libro traspare una sorta di nostalgia verso un calcio colmato di valori oramai quasi del tutto scomparsi. Quanto mancano al calcio di oggi figure come quella di tuo padre?
Non penso sia tanto nostalgia, non avendolo vissuto in prima persona se non come testimone indiretto. C’è sicuramente molto affetto per quel calcio che aveva delle differenze rispetto al nostro, ma c’è anche la convinzione che tutto questo debba tornare a misura d’uomo, e che quindi si debbano togliere tutte le sovrastrutture che impediscono di cogliere la bellezza del calcio, nella sua semplicità. A questo calcio mio padre manca così come mancano altre figure pari a lui, quindi come Scirea e tanti altri. Non sta a me dirlo, ma sono persone che hanno scritto tante pagine belle del calcio italiano e mondiale, e quindi è chiaro che se ne sente la mancanza. Ma io confido nel fatto che ci siano anche delle figure giovani e positive che possano riportare serenità, distensione nel parlare di calcio e nel vivere il calcio. Bisogna avere voglia più che altro di raccontare. Le cose belle ci sono ma non siamo più abituati a vederle e a coglierle. Vogliamo sempre parlare di porcherie, quindi il nostro occhio ormai si è assuefatto, soprattutto all’immondizia.
Il sottotitolo del libro riporta l’espressione ‘Giocare e resistere’, quello che sta provando a fare l’Inter di Ranieri dopo l’avvio disarmante sul piano della classifica. Pensi che il tecnico sia l’uomo adatto a riportare in alto i nerazzurri?
Credo che Ranieri sia una persona seria e competente da poter affrontare il compito che gli è stato dato. Sicuramente si confronta con tante difficoltà, a partire dalla squadra stessa che in questo momento fa fatica a prendere un certo ritmo, ma le capacità di Ranieri sono indiscusse.
Cosa pensi dei cinque rigori concessi a sfavore dell’Inter in queste prime otto giornate di Serie A?
Io non ci vedo niente di più. Certamente può dar fastidio, però penso che i problemi che sta affrontando l'Inter siano altri.
Chiudiamo con Inter-Juventus: quanto conterà per i nerazzurri il risultato di stasera?
Conterà tantissimo. Abbiamo 8 punti in classifica e sono pochi dopo tutte queste giornate. Una vittoria contro una delle squadre che finora si stanno esprimendo al meglio sarà importante, oltre al fatto che sia la Juventus, avversaria storica per l’Inter.
Una sconfitta vorrebbe dire undici punti di distacco dai bianconeri.
È vero, ma io non voglio guardare la prima in classifica. Più che il vertice, la cosa fondamentale è che l’Inter guadagni punti. Poi magari, al termine del girone d’andata si faranno i conti, con più tranquillità. Ma in questo momento l’Inter ha bisogno solamente di vittorie, contro chiunque.
Ringraziamo Gianfelice Facchetti per la gentile disponibilità.
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